“Meglio soli che male accompagnati” è il messaggio di Draghi per il futuro della UE
Il discorso pronunciato pochi giorni fa da Mario Draghi, al momento di ricevere il “Premio Carlo Magno”, mette in chiaro che la UE ormai è sola nella competizione globale. E ha due alternative: o diventare una potenza unita, o soccombere. Ovviamente, l’ex presidente del Consiglio non parla di una terza alternativa, ovvero quella di una rottura politica fondata su rapporti internazionali paritari e uno sviluppo fondato sugli interessi dei lavoratori…
di Giacomo Simoncelli
In un momento storico in cui le contraddizioni di un sistema squilibrato esplodono a velocità accelerata, Mario Draghi è tornato a far sentire la propria voce sul futuro dell’Unione Europea. L’occasione è stata il conferimento del Premio Carlo Magno ad Aquisgrana, città simbolo dell’asse franco-tedesco. Davanti a una platea di leader europei – tra cui spiccava il cancelliere tedesco Friedrich Merz – l’ex presidente della BCE ed ex premier italiano ha tracciato un quadro senza sconti della realtà globale, pronunciando parole destinate a far discutere: “Siamo davvero soli insieme”.
La fine del paradigma atlantico
Il fulcro del discorso di Draghi segna una netta e clamorosa rottura con il passato, specialmente per quanto riguarda le relazioni transatlantiche. Conosciuto storicamente per un atteggiamento accomodante e di profonda sintonia culturale e politica con Washington, Draghi ha questa volta adottato una postura radicalmente diversa, descrivendo l’aggressiva postura americana come un vero e proprio “momento di rivelazione” per l’Europa.
Secondo l’economista, gli Stati Uniti ignorano oggi quelle stesse regole internazionali di cui un tempo si facevano si dicevano propagandisticamente paladini, per una politica più esplicitamente predatoria. Ciò mette in crisi il paradigma su cui l’Europa ha costruito il proprio sviluppo negli ultimi decenni – fondato sulla stabilità dell’ordine globale, sull’apertura dei mercati commerciali e sulla garanzia di sicurezza militare fornita dagli USA –. In un mondo che Draghi definisce decisamente più duro, il Vecchio Continente deve prendere atto della propria solitudine geopolitica e strategica.
Il nodo dei costi: 1.200 miliardi l’anno e il debito comune
Questo scenario di isolamento impone scelte economiche senza precedenti, che toccano direttamente i tasti più dolenti della politica interna europea, in particolare quella tedesca. Draghi ha aggiornato le stime del suo celebre Rapporto sulla competitività del 2024: se allora la spesa strategica aggiuntiva per la UE era calcolata in circa 800 miliardi di euro l’anno, i recenti e pressanti impegni in materia di difesa hanno fatto lievitare la cifra alla sbalorditiva media di quasi 1.200 miliardi di euro all’anno.
Per finanziare una simile transizione, Draghi è tornato a evocare indirettamente la necessità di un nuovo debito comune europeo. Si tratta di una richiesta che risuona come una sfida diretta a Berlino, storicamente refrattaria a strumenti di condivisione del rischio finanziario, specialmente sotto l’attuale guida conservatrice.
“Federalismo pragmatico” per superare i veti
Accanto alla necessità di enormi risorse finanziarie, Draghi ha posto la questione cruciale dell’efficacia decisionale. La ricetta proposta è quella di un “federalismo pragmatico”, volto a superare le paludi burocratiche e i veti incrociati che spesso paralizzano Bruxelles. L’obiettivo dichiarato è il superamento del principio dell’unanimità in seno al Consiglio Europeo a favore del voto a maggioranza.
L’invito è chiaro: i governi devono mettere “la sostanza prima del processo”. Qualora non si raggiungesse un consenso unanime, i paesi che hanno la reale volontà di agire dovrebbero essere liberi di approfondire la cooperazione in aree concrete come l’energia, la tecnologia e la difesa, ricalcando il modello di successo già sperimentato a suo tempo con l’Eurogruppo. Rimane il problema che gli assetti istituzionali devono in un qualche modo rispecchiare gli interessi materiali, e non è detto che questa moltiplicazione dei percorsi interni alla UE non si trasformi in una forza centrifuga.
Una scelta esistenziale
La nettezza dell’intervento di Draghi, senza fronzoli, delinea quella che può essere considerata la voce e la spinta della grande borghesia europea verso una decisa centralizzazione del capitalismo continentale. L’obiettivo di fondo è accelerare i processi decisionali per proiettare l’Unione Europea come un polo autonomo e imperialista, capace di competere da pari a pari nella spietata arena globale tra superpotenze.
Per l’Europa, stretta tra la competizione asiatica e l’imprevedibilità americana, non si tratta più di una semplice opzione politica o diplomatica, ma di una vera e propria “scelta esistenziale”. Una scelta che però passa dal diventare una potenza armata e capace di proiettarsi in mezzo mondo, esacerbando i contrasti e le tensioni. Un salto di qualità del genere, non associato a una politica di neutralità e sviluppo complementare, significa aumentare le occasioni di frizione, non promuovere pace e diritti.
Pubblicato il: 18/05/2026 da Giacomo Simoncelli