Quei balconi sono le nostre finestre: il giornalismo investigativo di “Naza” che mette a nudo la disumanizzazione

di Clara Habte
Un film documentario necessario quello di “Naza”, prodotto dal The Guardian, perché riesce a farci vedere l’altro punto di vista, l’altra faccia del genocidio. Quindi, in qualche maniera, non la giustificazione ma la comprensione e l’individuazione di quella disumanizzazione che vediamo. Il lavoro è stato girato nelle ore notturne, proprio come gli attacchi nella striscia di Gaza: e come nella striscia si agisce di notte per colpire facilmente, così nella pellicola lo si fa per non essere riconosciuti. Un militare infatti dice: “Se le autorità israeliane mi dovessero riconoscere, mi arresterebbero”. Yuval lo rassicura: dal balcone non ci vede nessuno, ma noi vediamo la città. Ma è davvero così? Un balcone è sicuro? È sicura la nostra quotidianità? Una telecamera può riprendere le nostre abitazioni, invadere e sapere ciò che facciamo in casa? Guardare “Naza” serve proprio per avere qualche risposta.
Yuval Abraham e Rachel Szor hanno la capacità di svelare quello che sistematicamente e capillarmente commette l’esercito israeliano tra algoritmi, tecnologia e controllo. Una risposta chiara e netta a tante affermzioni e a tanti timori che molti tra società civile, giuristi, giornalisti e intellettuali gridano da tempo. Difendere la Palestina è difendere tutti noi: quelle finestre sono le nostre finestre. Non è un film finzionale, è un documentario; non ci sono attori che interpretano, sono testimonianze reali. È l’intervista che molti di noi vorrebbero fare: il giornalismo investigativo che riesce a denunciare il genocidio anche attraverso i carnefici. È documentazione, è un allarme.
Chi scrive ha visto il documentario due volte: la prima a una proiezione stampa il pomeriggio, la seconda la sera insieme al pubblico. Raramente capita di vedere due volte la stessa pellicola, se non per condividere con amici un paio d’ore senza l’attenzione dell’addetto ai lavori, oppure se il cast è tra i preferiti. Ambedue le proiezioni sono state accompagnate da un silenzio assordante. Nella prima ho compreso il lungo applauso riservato a Venezia: i critici cinematografici hanno capito subito la portata di quel girato e l’importanza della fotografia oltre i tecnicismi. Con questa pellicola il cinema riacquista il valore della divulgazione e della denuncia. Dove non arriva chi governa, e dove ci ha portato la mistificazione, compare il sodalizio tra giornalismo e cinema: un dialogo fatto di immagini alle quali non si può rimanere indifferenti.
Quegli appartamenti ripresi sono i nostri appartamenti. Se qualcuno decide che siamo un pericolo e che siamo “Naza”, danni collaterali, civili sacrificabili, e sanno esattamente cosa diciamo, cosa facciamo e quando lo facciamo, fin dentro casa nostra possono ucciderci, come fossimo pupazzi di un videogioco. Durante le proiezioni non era mai capitato che nessuno alla fine non si alzasse dalla poltrona: nessuno si è mosso o ha respirato fino all’ultima immagine dei titoli di coda. Anche uscendo nessuno parlava; era una piccola processione verso una consapevolezza pesante: c’è uno Stato, una società, che convince i suoi giovani che uccidere sia un divertimento.
Non occorre solo guardare a quello che è successo e cosa ancora accade a Gaza, perché i dettagli portati alla luce da questo documentario sono risposte alle tantissime domande che ci poniamo da oltre mille giorni e da decenni i palestinesi. Attraverso il punto di vista di questa élite militare che fa parte dell’intelligence dell’IDF – quella che gestisce i dipartimenti più importanti – questi ragazzi mostrano la realtà, rendendo viva la parola “disumano” e il processo di disumanizzazione. Vedere un foglio di carta bianco in cui disegnano dei palazzi e buttarli giù è considerato quasi un gioco o un divertimento è la spiegazione di come agisce l’intelligence israeliana. Quando ammettono di sapere tutto, denunciano il controllo totale e a 360 gradi che Israele esercita nei confronti dei palestinesi e della striscia di Gaza. Un controllo asfissiante che ha sistematicamente educato questi ragazzi a decidere della vita altrui, a non tenere in minima considerazione gli esseri umani dall’altra parte dello schermo.
È fondamentale anche la ricostruzione che i registi fanno attraverso immagini di repertorio della striscia di Gaza all’inizio degli anni venti o di Tel Aviv nel 2017, quando viene raccontato che Tel Aviv è nata sulla sabbia, mostrando la similitudine e il legame profondo con la striscia. Perfino i telefoni portati da Israele a Gaza, presentati come un favore per cui ringraziare, in realtà servivano a controllarli completamente. Nella prima telefonata che fa il responsabile gazawi della polizia locale dice: “speriamo non abbiano fatto una linea per noi”. Lo hanno fatto. Li controllano da decenni, e quando senti un ragazzo di oggi usare la tecnologia da omicida e da genocida, ti rendi conto di quanto tutto sia drammaticamente vero. È l’incarnazione di tutte le parole che utilizziamo per descrivere il genocidio e denunciare la disumanizzazione operata da Israele.
Ed era importante che a farlo fossero proprio degli israeliani, perché se non è chi fa parte di quel sistema a denunciare queste cose, chi dovrebbe farlo? Alcune frasi rimangono impresse perché sono la spiegazione materiale di quello che i colleghi gazzawi denunciano da anni. Alla domanda “Pensavi alle persone?”, la risposta di uno dei soldati è secca: “Mai”. Poi segue la spiegazione delle applicazioni, come Homeland, usata per ascoltare tutte le chiamate, dove a chi osava chiedere spiegazioni i superiori replicavano: “Devi solo fidarti del sistema”.
Ci sono tante risposte in “Naza”. Alla domanda “Perché li uccidete?”, la risposta è “Non lo so”. Un soldato racconta che i cecchini si divertivano a sparare ai palestinesi che correvano per prendere il cibo, disegnandoli quasi come bersagli di un gioco. Alla domanda se quello che vedeva dallo schermo, ovvero dei soldati che uccidono da remoto, non sembrasse un’esecuzione di massa, la replica è agghiacciante: “No, lo vedevo da uno schermo”. Queste spiegazioni non sono giustificazioni, ma servono a capire il loro stato d’animo e che tipo di società sia quella israeliana, considerata la democrazia del Medio Oriente, e come educhi la propria cittadinanza. Dobbiamo interrogarci su quale sia l’educazione imposta all’interno di quelle comunità. Un altro ex militare racconta di una gita scolastica in Polonia. Alla fine del suo percorso ammette il proprio dramma interiore: “Mi chiedevo come i nazisti potessero convivere con quello che facevano, come potessero vivere; sono convinto che i nazisti siano il male. Ma oggi mi chiedo: chi sono io?”. È questa la parola forse più emblematica. Un altro soldato aggiunge confermando il clima culturale interno: “In Israele la società pensa che dobbiamo agire così”.
A un certo punto, quando il regista chiede apertamente a un ex militare: “Stai dicendo che hai preso parte a un genocidio?”, la risposta è disarmante: “Sì. Penso di sì, che siano omicidi volontari, ed è un atto dovuto dirlo”. Sapevano perfettamente chi stavano colpendo: “Sapevamo, ad esempio, che c’erano dei civili e abbiamo bombardato. Ricordo di un bambino, sapevamo che era un bambino e hanno voluto ucciderlo”. In un altro frame Yuval chiede se vi fosse stato un momento in cui ha cambiato idea sulla legittimità di ciò che stava compiendo, ricevendo un secco: “Sì, purtroppo”.
C’è poi una sezione del documentario dedicata ai dipartimenti di intelligence e a una sezione specifica “Dipartimento Bibi” che serve direttamente il primo ministro che colpisce profondamente, mostrando una parte di agenti che fanno di tutto affinché la vita nel paese continui normalmente mentre si perpetrano i crimini. C’è una frase all’interno di questa sezione che fotografa perfettamente la situazione: “Ci sono molti agenti che ostacolano il terrorismo, e invece ci sono altri agenti che ostacolano la pace”. Questa è, in estrema sintesi, la realtà di ciò che sta facendo Israele.
Ecco perché questo lavoro non può essere liquidato come una semplice recensione cinematografica o filmografica. “Naza” è una lettura diretta della cronaca, dura e pura. Non è bastata la cronaca dei colleghi palestinesi che denunciavano il genocidio in diretta video, rischiando e perdendo la vita; non sono bastate le pochissime interviste fatte finora sul campo. Basti pensare a quella andata in onda qualche mese fa a Report, firmata da Gianmarco Sicuro, che ha intervistato lo psicologo che tiene in cura molti soldati dell’IDF profondamente pentiti o che hanno finalmente aperto gli occhi su quello che sta accadendo a Gaza. Tutto questo ci fa ragionare sul fatto che “Naza” sia proprio una chiave di lettura della realtà a cui stiamo assistendo, una realtà che i governi stanno tentando di mistificare in ogni modo, trasformando la propaganda in verità.
“Naza” va guardato per scardinare questa nebbia. Quando si parla di guerra si evoca spesso la retorica degli “effetti collaterali” o dei civili sacrificabili per errore. Ma qui siamo di fronte a dichiarazioni agghiaccianti in cui i soldati dicono chiaramente: “No, è voluto”. Non dobbiamo cadere nell’errore ideologico di dire “ci crediamo solo perché lo dicono gli israeliani”, quasi avessimo bisogno di una validazione interna per confermare ciò che vediamo in diretta ogni giorno dai canali palestinesi. La risposta è multipla ed è politica: è necessario ascoltarli per capire la profonda realtà mistificata in cui vivono molti israeliani, anche nella stessa Tel Aviv.
La scelta del documentario di girare tutto stando su dei balconi è a dir poco inquietante. La telecamera che inquadra i palazzi di fronte, entra nelle finestre, scruta le stanze private delle persone. Durante la visione viene spontaneo chiedersi se abbiano mai chiesto il permesso per riprendere quelle famiglie nella loro quotidianità serale, all’interno delle loro case. Ecco, il punto centrale è proprio questo: quella finestra inquadrata possiamo essere noi. Il film dimostra che esiste un’intelligence formata da ragazzi che studiano e lavorano unicamente per capire con precisione millimetrica chi colpire, cosa colpire, come e quando colpire, muovendosi tra algoritmi, missili e bombe.
Quelle finestre siamo noi, potrebbe essere casa nostra. E allora la domanda che ci poniamo dopo i titoli di coda è quanto siamo realmente sicuri in questo pezzo di mondo. Abbiamo ancora la certezza che la cosiddetta “democrazia del Medio Oriente” sia così democratica? Un sistema politico che può decidere in qualsiasi momento di scegliere una parte del Mediterraneo e colpirla brutalmente, senza curarsi se sul terreno restino una, due, cinque, dieci o cento vite umane. Ma a noi, per inorridire e chiedere giustizia, basta che venga ferito anche un solo civile.
Adesso è il momento di continuare a chiedere l’applicazione del diritto internazionale, e sperare che qualcuno di questi militari vada a costituirsi presso i tribunali internazionali perché non bastano né il giornalismo né il cinema.
Pubblicato il: 29/09/2026 da Clara Habte