Traccia corrente

SELEZIONI MUSICALI

RCA - Radio città aperta

SELEZIONI MUSICALI

Il 18 maggio è stato sciopero generale contro il genocidio in Palestina e contro l’economia di guerra

Il 18 maggio è stato sciopero generale contro il genocidio in Palestina e contro l’economia di guerra

Lo sciopero generale del 18 maggio ha avuto il merito di rimettere al centro il tema del genocidio del popolo palestinese, collegandolo con le questioni sociali aperte nel nostro Paese e ponendo la necessità di un’alternativa all’economia di guerra.

Di Emilio Banchetti

Lo sciopero dello scorso 18 maggio, indetto da USB in risposta all’appello lanciato dalla Global Sumud Flotilla dopo l’attacco avvenuto il 30 aprile scorso al largo delle coste cretesi. In quell’occasione sono state intercettate 22 navi: Saif AbuKeshek e Thiago Avila sono stati fermati e condotti in Israele, mentre gli altri attivisti delle imbarcazioni bloccate sono stati sbarcati a Creta.

Uno sciopero che voleva inviare un chiaro messaggio di solidarietà alla Flotilla e offrire ai cittadini italiani uno strumento per esprimere la propria contrarietà al genocidio e alle politiche di riarmo su cui continua a puntare il Governo italiano. Da questo punto di vista, la giornata ha raggiunto il suo obiettivo: persino il Governo Meloni ha dovuto, in qualche modo, prendere posizione, nonostante continui a professarsi alleato di Israele.

Mentre la mobilitazione era già in corso, sono giunte notizie di ulteriori intercettazioni delle navi della Flotilla, documentate dalle telecamere che gli attivisti tenevano accese 24 ore su 24 per registrare eventuali violazioni. Ancora una volta, la marina israeliana è intervenuta in acque internazionali, violando le norme del diritto marittimo internazionale con un’azione alla stregua della pirateria.

Di fronte a questi sviluppi, la mobilitazione ha cambiato volto: dalle decine di piazze convocate al mattino si è deciso di continuare le iniziative nel pomeriggio, trasformando i presidi in momenti permanenti, aprendo gazebo e organizzando la giornata. Al presidio di Roma è intervenuto Saif Abukeshek, attivista spagnolo-palestinese fermato nelle settimane precedenti e successivamente espulso da Israele. Tel Aviv lo aveva definito un «provocatore professionista» e accusato di terrorismo, pur in assenza di prove formali e quindi senza la possibilità di procedere a una condanna. Durante la detenzione, Saif ha intrapreso uno sciopero della fame per denunciare l’isolamento punitivo e le violenze subite. «Non lasceremo mai sola la Palestina», ha dichiarato, con la traduzione di Maria Elena Delia. «Continueremo a tornare, sempre più forti, finché non metteremo piede a Gaza per una Palestina libera».

Il segnale del Paese è stato chiaro: nel pomeriggio migliaia di persone hanno manifestato a Roma, Bologna, Palermo, Pisa… In queste piazze si è potuto nuovamente denunciare il genocidio in Palestina e puntare il dito contro l’economia di guerra promossa dal Governo Meloni.

Le ragioni sociali della protesta sono molteplici: salari adeguati che recuperino il potere d’acquisto, la stabilizzazione dei lavoratori precari su cui si regge gran parte del settore pubblico e privato, la sicurezza sui luoghi di lavoro mentre nel Paese continua una strage silenziosa, il rilancio di una sanità messa in ginocchio negli ultimi anni, il potenziamento della scuola e della ricerca – troppo spesso condizionata da logiche dual-use civile-militare – e infine il rilancio di trasporti e welfare.

Il Paese si sta impoverendo, mentre il mondo avanza a grandi passi verso scenari di conflitto sempre più estesi: senza un’inversione di rotta, la situazione non può che peggiorare. I 1.700 esuberi annunciati da Electrolux a livello globale, con il taglio del 40% della forza lavoro in Italia, la chiusura dello stabilimento di Cerreto d’Esi (Ancona) e il ridimensionamento degli altri siti, preannunciano un’estate difficile per i tavoli di crisi industriale, che dovranno trovare una soluzione prima della pausa ministeriale di agosto.

Tutto questo è strettamente connesso al genocidio ancora in corso in Palestina. La guerra, estesa ormai a più fronti internazionali, è stata colta come un’occasione per accelerare la ristrutturazione del sistema produttivo occidentale in senso militare. A pagarne il prezzo sono i lavoratori, costretti a scegliere tra la perdita del posto e la produzione di componenti bellici. L’Italia continua a inviare armamenti a Israele e ad acquistare tecnologia militare dallo stesso Paese: la militarizzazione della nostra società passa anche attraverso il genocidio del popolo palestinese. Lo sciopero del 18 maggio ha il merito di aver nuovamente portato alla luce questa relazione di morte, come già avvenuto in autunno. Non disperdiamo questo prezioso patrimonio di mobilitazione.

Pubblicato il: 22/05/2026 da Emilio Banchetti