Un nuovo decreto “1° maggio” del governo Meloni? Tra il criterio dei contratti maggiormente applicati e nuovi bonus, il salario minimo resta uno spettro
Il nuovo decreto sul lavoro che il Governo Meloni vuole approvare in vista del Primo Maggio potrebbe contenere norme controverse, che andrebbero ad intaccare il sistema di rappresentanza e non danno una risposta adeguata all’emergenza salariale, mentre di salario minimo, unica norma in grado di fermare la perdita di potere d’acquisto da parte dei lavoratori, non c’è più traccia.
Di Emilio Banchetti
Lo scorso 9 aprile, durante l’informativa alla Camera, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha annunciato l’intenzione di varare un nuovo decreto “1° maggio”. Sarebbe il terzo provvedimento della maggioranza legato alla festa dei lavoratori: dopo il DL Lavoro del 2023 (che ha introdotto il taglio del cuneo fiscale e sostituito il reddito di cittadinanza con l’assegno di inclusione) e il Decreto Coesione del 2024 (focalizzato su sgravi contributivi per le assunzioni), nel 2025 il governo aveva preferito stanziare fondi per un sistema bonus-malus INAIL premiale per le imprese che investono in sicurezza.
Che gli interventi sul lavoro si concentrino in questo periodo dell’anno non sorprende più. È evidente l’intento propagandistico, così come la volontà di polemica con il sindacato confederale. Quest’ultimo, d’altro canto, non è esente da responsabilità per aver ridotto il 1° maggio a mera ricorrenza istituzionale. Cosa prevede, dunque, L’intervento di quest’anno?
Da tempo circola il criterio del “contratto maggiormente applicato” come strumento per contrastare il dumping salariale, senza prevedere un salario minimo legale. Tuttavia, la legge delega approvata lo scorso settembre in materia di retribuzioni e contrattazione collettiva che affidava al Governo il compito di definire proprio questo parametro è stata lasciata scadere il 18 aprile, a pochi giorni dal Primo Maggio. Questa aveva rappresentato un vero colpo di spugna sulle speranze di vedere approvata una norma sul salario minimo legale, mentre l’idea di usare il contratto “maggiormente applicato” come riferimento retributivo rischia di trasformarsi in una trappola per i lavoratori. Rappresenterebbe qualcosa di inedito nelle relazioni sul lavoro, entrando a gamba tesa nel tema della rappresentanza, un rischio che forse il Governo non vuole correre ma che rappresenterebbe un favore ad associazioni sindacali maggiormente allineate.
In diversi settori, infatti, i contratti “più diffusi” sono quelli al ribasso. Emblematico è il caso dei call center: il contratto Cisal-Assocontact è stato adottato da numerose aziende in pochi mesi, nonostante preveda tutele e retribuzioni inferiori rispetto ai livelli confederali. Gli altri sindacati non hanno esitato a definirlo “contratto pirata”.
La lista dei contratti criticati non si ferma qui. Grande risalto mediatico ha avuto il caso dei rider, al centro delle inchieste della procura di Milano su Glovo e Deliveroo, indagati per sfruttamento e caporalato digitale. Inquadrati con il contratto Assodelivery-UGL, che li qualifica come lavoratori autonomi, i rider dovrebbero percepire un compenso teorico di circa 10 euro l’ora. Nella pratica, però, la retribuzione è vincolata alle consegne e agli algoritmi delle piattaforme, con guadagni reali che secondo le stime si aggirano tra i 2 e i 4 euro a tratta. Proprio sulla scia di queste inchieste, sarebbe allo studio una norma specifica per i rider, da inserire nel nuovo decreto.
Per il resto, il testo dovrebbe concentrarsi su misure per l’occupazione, ancora una volta nella forma di sgravi fiscali per le imprese che assumono. Tra le ipotesi in campo ci sono la proroga dell’esonero contributivo al 100% per le assunzioni a tempo indeterminato di under 35 (in scadenza il 30 aprile), il potenziamento delle agevolazioni per l’occupazione femminile e un incentivo per le aziende del Mezzogiorno che assumono over 35 disoccupati da lungo periodo. Infine, si pensa ad altre misure a sostegno del welfare aziendale.
Il salario minimo legale, insomma, continua a essere uno spettro. Con l’inflazione che avanza e le retribuzioni italiane ormai agli ultimi posti in Europa, anche la proposta – avanzata negli anni scorsi dalle opposizioni – di un minimo di 9 euro l’ora appare oggi insufficiente a garantire un potere d’acquisto adeguato. Con un’inflazione accumulata dal 2022 pari al 18,9%, un salario di 9 euro l’ora avrebbe oggi un potere d’acquisto equivalente a circa 7,60 euro, in termini reali del 2021.
Un salario minimo indicizzato all’inflazione è una necessità sempre più urgente del nostro Paese.
Pubblicato il: 21/04/2026 da Emilio Banchetti