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ANTITESI con ALESSIO RAMACCIONI e GABRIELE BUSTI

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ANTITESI con ALESSIO RAMACCIONI e GABRIELE BUSTI

Stress termico e sicurezza: il caldo estremo uccide sul lavoro

Stress termico e sicurezza: il caldo estremo uccide sul lavoro

L’ondata di calore delle ultime settimane ha messo in ginocchio il Paese, con gravi conseguenze per lavoratrici e lavoratori continuamente esposti al rischio derivato dallo stress termico.  OMS ed OIL hanno diffuso dati preoccupanti, con il continente europeo che diventa sempre più esposto a causa della crisi climatica. Non bastano gli ammortizzatori sociali, come il possibile ricorso alla Cig previsto dal Governo, serve un’alternativa sul piano della produzione e dell’organizzazione del lavoro.

Di Emilio Banchetti

Da settimane l’Italia è nella morsa di temperature estreme, frutto di un cambiamento climatico accelerato dalle emissioni inquinanti, che mettono a rischio la salute e la sicurezza di chi lavora in ambienti esterni o in luoghi non adeguatamente climatizzati. Morire sul lavoro a causa del caldo, purtroppo, è una realtà nel nostro Paese, nonostante molte Regioni abbiano previsto lo stop alle attività nelle ore più critiche e il Governo abbia reso possibile il ricorso alla CIG per le ore di blocco.

I casi delle ultime settimane, avvenuti nonostante queste misure, devono suonare come un campanello d’allarme imprescindibile. Stefano Tonin, 57 anni, ha perso la vita mentre si trovava in un cantiere nel padovano alle 14:30, proprio nella fascia oraria in cui vigeva l’ordinanza regionale di sospensione; sul suo caso si indaga per omicidio colposo. Anche per Haddad Taher, bracciante cinquantacinquenne deceduto nel mantovano, e per un operaio di 59 anni della Smurfit Kappa Italia di Susegana (Treviso), morti a poche ore di distanza l’uno dall’altro, il caldo estremo è il principale indiziato.

L’OMS ha tracciato nei giorni scorsi un quadro impietoso. Hans Kluge, direttore regionale per l’Europa, ha dichiarato che il continente si sta riscaldando a una velocità più che doppia rispetto al resto del globo. Le conseguenze sono visibili nei pronto soccorso: in Francia gli accessi per colpi di calore sono aumentati del 50%, mentre la scorsa settimana a Londra si è registrato il record storico di chiamate per emergenze potenzialmente letali. In Spagna, il sistema di monitoraggio ha attribuito almeno 300 decessi alle temperature estreme in pochi giorni.

Tra i dati citati da Kluge figurerebbero anche almeno cinque morti in 24 ore per caldo in Italia, un dato su cui è nata una polemica: il Ministero della Salute ha smentito, non riscontrando tali decessi nei propri bollettini. Al di là della discrepanza sui numeri immediati, ciò che preme sottolineare è la visione di fondo di Kluge: queste ondate non sono più eventi eccezionali, ma crisi ricorrenti e strutturali. Sebbene il direttore dell’OMS sostenga che l’attuale sistema di adattamento stia contenendo il numero totale delle vittime rispetto al passato, il suo avvertimento è chiaro: “Questa ondata di calore è una prova generale. Le estati future saranno più difficili”.

Anche l’OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) ha diffuso recentemente il rapporto ‘Alte temperature sul lavoro: implicazioni per la salute e sicurezza’. Secondo il documento, il tasso globale di lavoratori esposti al rischio da calore estremo si attesta al 71%. I picchi si registrano in Africa (92,9%) e negli Stati arabi (83,9%), ma è la macro-regione Europa – Asia Centrale ad aver sperimentato il maggior incremento nell’esposizione al rischio: un +17,3% contro una media globale dell’8,1%.

I pericoli maggiori riguardano chi lavora all’aperto: agricoltura, edilizia e manutenzione stradale, settori già tristemente noti per l’alto tasso di infortuni mortali anche in condizioni climatiche miti. Tuttavia, l’esposizione è altissima anche per chi opera in reparti industriali o magazzini logistici privi di adeguata climatizzazione.

A questo si aggiunge la questione del rischio disidratazione e della necessità di pause frequenti con accesso ad acqua. È cruciale notare come, spesso, i lavoratori più a rischio siano quelli con minori tutele, come i braccianti agricoli di origine migrante.

Il meccanismo degli ammortizzatori sociali, tuttavia, presenta criticità. Il ricorso alla CIG per le ore di stop copre solo l’80% del salario, spesso con massimali che riducono ulteriormente la cifra. Questo si traduce in un ulteriore impoverimento per categorie che partono già da paghe basse. Si crea così un ricatto insostenibile: la scelta tra la sicurezza (e la salute) e l’integrità del proprio stipendio, un meccanismo che può paradossalmente spingere a ignorare le ordinanze di stop pur di non perdere reddito.

Non a caso, in alcuni casi si è già arrivati allo sciopero per protestare contro condizioni che mettono a rischio la salute e la sicurezza, come quello proclamato da USB e Fiom alla Marcegaglia di Ravenna all’inizio di luglio.

Se le crisi di calore sono ormai strutturali, la risposta non può essere solo emergenziale. Pensare un nuovo modello di produzione rispettoso dell’ambiente è una necessità non più rimandabile, ma è altrettanto urgente una riorganizzazione del lavoro che metta al centro la salute di chi svolge mansioni a rischio, superando la logica del profitto a scapito della sicurezza.

Pubblicato il: 03/07/2026 da Emilio Banchetti