Salari contro inflazione: il potere d’acquisto eroso e l’urgenza del salario minimo
I dati diffusi da enti di vario tipo OCSE, Banca d’Italia, Istat e Caritas su inflazione e povertà sono sempre più preoccupanti: di fronte al crescere dei prezzi i salari in Italia hanno subito una perdita di potere d’acquisto vertiginosa. Il Governo parla di “salario giusto”, un approccio opposto ad un vero salario minimo legale.
Di Emilio Banchetti
All’inizio di giugno l’OCSE ha diffuso l’ultimo Economic Outlook, rivedendo al ribasso le prospettive di crescita per l’economia italiana. Il PIL è previsto in crescita di un debole 0,5%, lo 0,1% in meno rispetto alle stime di dicembre. Tra i dati più allarmanti spiccano quelli su inflazione e salari: mentre i prezzi sono in risalita verso il 3%, le retribuzioni rimangono ferme da decenni. Anche le stime nazionali confermano questo trend: Banca d’Italia prevede un picco del 3,1%, mentre l’Istat calcola un’inflazione annua al 3,5%. A questo si aggiunge il recente rapporto Caritas 2026, che registra un aumento dell’1,6% delle richieste di aiuto, provenienti in larga parte da anziani. Il quadro che ne emerge è quello di un Paese sempre più povero, strangolato dal carovita e con salari del tutto insufficienti a fronteggiare l’erosione del potere d’acquisto.
Il motore di questa impennata dei prezzi è il costo dell’energia, schizzato alle stelle a seguito dell’attacco statunitense e israeliano all’Iran e del conseguente blocco dello Stretto di Hormuz. Una crisi energetica che si è innestata su un quadro già reso estremamente fragile dalla guerra in Ucraina. Tuttavia, gli eventi geopolitici hanno anche scatenato vere e proprie dinamiche speculative: associazioni di consumatori come A.Ba.Co. hanno denunciato come i listini dei carburanti abbiano iniziato a salire in modo slegato dalle reali catene di approvvigionamento e dalle scorte disponibili. Un fenomeno di cui hanno approfittato le multinazionali del settore idrocarburi, le quali hanno macinato utili record proprio grazie al contesto bellico.
A farne le spese è la cittadinanza, che non solo ha visto lievitare i prezzi alla pompa e i costi delle bollette, ma deve ora affrontare un’inflazione generalizzata. Basti pensare al ruolo cruciale della grande distribuzione organizzata e delle relative catene logistiche in un Paese in cui la stragrande maggioranza delle merci viaggia su gomma. Le proteste degli autotrasportatori hanno coinvolto soprattutto piccoli proprietari e imprenditori, esasperati nonostante il taglio delle accise sui carburanti operato dal Governo – una misura finanziata sottraendo risorse ad altri settori cruciali. Il rincaro si ripercuote inevitabilmente su tutta la catena del valore: i costi di produzione sono aumentati trasversalmente, colpendo duramente l’agricoltura, la pesca e gli altri settori chiave della filiera nazionale.
Il salario reale è ormai inferiore del 7,5% rispetto ai livelli del 2021: una perdita di potere d’acquisto che è il frutto di tre decenni di stagnazione. L’ultima stagione dei rinnovi contrattuali ha riservato quasi esclusivamente cattive notizie per le tasche di lavoratrici e lavoratori, con aumenti nominali del tutto incapaci di tenere il passo dell’inflazione. Il CCNL Istruzione e Ricerca, ad esempio, prevede un incremento del 6%, ma l’inflazione accumulata dal settore – che sconta il blocco delle progressioni dal 2013 – viaggia ormai al 16%: i lavoratori della scuola sono così diventati i più poveri dell’intero pubblico impiego. Stesso discorso per il contratto delle Funzioni Locali: i dipendenti degli enti locali hanno subito una perdita del potere d’acquisto del 10%, e le risorse stanziate per il nuovo ciclo sono agganciate al tasso di inflazione programmata (fissato al 5,4% complessivo per il triennio), un valore che ignora completamente i picchi reali registrati. Nel settore privato la situazione non è migliore: a causa di contratti fermi da troppo tempo, migliaia di dipendenti hanno affrontato l’impennata inflazionistica a stipendio invariato. È il caso ad esempio del commercio e, soprattutto, della vigilanza privata: un settore in cui gli operatori partono da retribuzioni base già estremamente basse, che sconta uno stallo contrattuale di oltre un decennio e in cui gli aumenti progressivi a scaglioni previsti non riusciranno minimamente a coprire la nuova ondata di rincari.
Alla radice di questo meccanismo perverso c’è l’indice di riferimento utilizzato in Italia per calcolare l’inflazione ai fini dei rinnovi contrattuali. Dal 2009 si applica infatti il cosiddetto IPCA-NEI (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato al netto dell’energia importata). Questa formula era stata introdotta per evitare che le oscillazioni dei prezzi delle materie prime estere si ripercuotessero in modo eccessivo sui salari. Tuttavia, in una situazione di crisi strutturale come quella attuale, questo artificio contabile fa sì che l’indice cresca molto meno rispetto all’inflazione reale percepita dalle famiglie, condannando di fatto le retribuzioni all’insignificanza.
“Invece di intervenire su questo nodo strutturale, con il recente “Decreto 1° maggio” il Governo Meloni ha introdotto il cosiddetto “Salario Giusto”. Una misura che, di fatto, legittima le retribuzioni attuali aggirando il problema: il parametro di riferimento non è il Trattamento Economico Minimo (TEM) – ovvero il minimo tabellare e la paga base strutturale – ma il Trattamento Economico Complessivo (TEC). In questo modo, la soglia della retribuzione “giusta” viene raggiunta artificialmente includendo nel calcolo superminimi, indennità, bonus una tantum e benefit di welfare aziendale. Il risultato è che le imprese possono rispettare la legge senza alzare di un solo euro la paga base tabellare dei lavoratori.
Si tratta di un approccio agli antipodi rispetto a un vero salario minimo legale, che se fosse indicizzato all’inflazione reale potrebbe finalmente restituire dignità a quelle lavoratrici e a quei lavoratori che nel nostro Paese stanno scivolando nella povertà di giorno in giorno. L’attuale impennata dei prezzi dimostra, inoltre, che è necessaria una regia pubblica forte, capace di calmierare i prezzi e difendere il potere d’acquisto dalle speculazioni. Una misura indispensabile, soprattutto in un periodo storico in cui l’instabilità geopolitica e i conflitti armati sono purtroppo all’ordine del giorno sullo scenario internazionale.
Pubblicato il: 30/06/2026 da Emilio Banchetti