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Nunziati: il giornalismo vive di domande libere

Nunziati: il giornalismo vive di domande libere

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ROMA – C’è qualcosa di profondamente malato in un sistema in cui l’essenza stessa di una professione si tramuta in un atto di straordinario coraggio. Oggi, fare domande – il pilastro elementare del giornalismo – sembra essere diventato un lusso che si paga a caro prezzo, come se potesse esistere un modo alternativo, più docile e silenzioso, di essere giornalisti.

Questa preoccupante deriva democratica ha portato oggi, 9 giugno, decine di professionisti dell’informazione e attivisti a riunirsi in un presidio davanti al Tribunale del Lavoro di Roma. La mobilitazione, promossa da Amnesty International Italia insieme ad Articolo21, FNSI, Stampa Romana, Rete #NOBAVAGLIO e Usigrai, si è svolta in occasione della prima udienza del processo intrapreso da Gabriele Nunziati contro Agenzia Nova. Il giornalista, che collaborava per la testata anche da Bruxelles, è stato licenziato nel novembre del 2025. La sua colpa? Aver posto una domanda scomoda in una conferenza stampa istituzionale.

La domanda “proibita” e i doppi standard

Il caso risale all’ottobre dello scorso anno, quando Nunziati, rivolgendosi alla portavoce della Commissione Europea Paula Pinho, ha chiesto se anche Israele – sulla scia dei precedenti applicati alla Russia per l’Ucraina – avrebbe dovuto pagare per la ricostruzione della Striscia di Gaza. Una domanda rimasta senza risposta da parte della portavoce UE ma che, poche settimane dopo, è costata al giornalista l’interruzione immediata del rapporto di lavoro con Agenzia Nova, che ha liquidato l’episodio bollando il quesito come «tecnicamente sbagliato».

Dalla piazza di Roma, la solidarietà del mondo dell’informazione è stata netta e unanime. Alla manifestazione ha preso parte anche il presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, Carlo Bartoli, che ha ribadito il cuore del problema: «Porre domande è il fondamento della professione giornalistica. Porre domande scomode e non gradite lo è ancora di più, a maggior ragione in contesti istituzionali». [

Gli fa eco Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, evidenziando come in questo processo si giochi il futuro della libertà di stampa nel nostro Paese: «La domanda di Gabriele era del tutto legittima e chiamava in causa i doppi standard dell’Unione Europea. Non si può essere licenziati per aver fatto l’essenza di questo mestiere. Essere giornalisti significa fare domande, non solo prendere appunti».

La denuncia di Nunziati: «Argomentazioni farlocche per legittimare la censura»

Prendendo la parola davanti al tribunale, lo stesso Gabriele Nunziati ha espresso la propria amarezza, smontando la difesa di chi ha provato a giustificare l’editore arrampicandosi sulla violazione della linea editoriale: «Le domande non c’entrano nulla con la linea editoriale. Tu puoi avere una linea filoeuropeista, ma questo non significa che alla Presidente della Commissione non andrai a farle una domanda su un tema spinoso o su delle incongruenze che noti. Questo non significa che domani inizierai a fare articoli a favore dello scioglimento dell’Unione Europea. Sono argomentazioni totalmente farlocche che servono a giustificare, attraverso la linea editoriale, quella che in realtà è una forma di censura per legittimare un’agenda politica. Sappiamo che molti giornali hanno un’agenda politica, e non sono i giornalisti che fanno le domande, ma è chi sta in cima».

Il giornalista ha poi puntato il dito sul rischio più grande che corre l’intera categoria: l’autocensura. «È un grande rischio, anzi penso che sia il rischio principale. Ho parlato con colleghi che mi hanno esplicitamente detto: ‘So che questo è un terreno scivoloso, in particolare sulla questione Israele o Palestina, e non le faccio le domande perché so che al mio direttore non piacerebbero. Ho l’affitto da pagare, voglio stare tranquillo, non voglio problemi’. Il clima lo respiri nel momento stesso in cui entri in una redazione: sai benissimo dove tira l’aria, anche se non ti viene detto in maniera esplicita. E quindi eviti di soffiare in direzione opposta».

Stefano Ferrante (Stampa Romana): «Senza diritti e tutele non c’è giornalismo liberi»

A farsi carico interamente delle spese legali e a trasformare il caso in una battaglia di principio per l’intera categoria è stata l’Associazione Stampa Romana. Stefano Ferrante, Segretario del sindacato, ha spiegato i motivi di questo intervento fondamentale, legando la vicenda di Nunziati alla crisi strutturale che sta vivendo il settore: «Nel caso di Gabriele ci sono tutte le questioni aperte in questo momento per il mondo dell’informazione. C’è la questione della libertà di stampa, dei temi che non si possono toccare, dell’autonomia dei giornalisti, e c’è il tema delle tutele per i precari e i freelance, la grande maggioranza della nostra categoria che non ha alcuna forma di garanzia di fronte alle pressioni esterne degli editori e dei direttori».

Ferrante ha denunciato l’abbandono di un’intera generazione di reporter, priva di contratti dignitosi ed esposta ai ricatti economici: «Questi colleghi sono molto spesso sottopagati. Le vicende dell’equo compenso e del rinnovo del contratto sono un pezzo importante del dibattito sulla libertà di stampa: senza una remunerazione certa, senza garanzie lavorative, senza diritti non c’è neppure la possibilità di fare liberamente questa professione. Abbiamo subito individuato questo caso come una battaglia da fare, perché c’è una spaccatura nel mondo del lavoro tra chi ha qualche garanzia e un’intera generazione che è stata abbandonata e non ha nessuna tutela contrattuale. Da qui bisogna ripartire per rivendicare il diritto a essere giornalisti liberi e indipendenti».

Il Segretario ha infine concluso con un duro monito sul ruolo dei media in tempi di forte propaganda geopolitica: «Viviamo in tempi bui di compressione dei diritti di manifestare, di esprimersi, di fare informazione. Ci sono davvero temi e domande che non si possono affrontare? Senza le domande giuste non ci sono le risposte utili, e senza le risposte utili non ci sono le notizie. Senza le domande giuste non c’è il giornalismo, c’è un’altra cosa: c’è la piaggeria, c’è la propaganda, c’è il ruolo recitato a soggetto in conflitti fittizi fatti a beneficio di telecamera. Se ci sono colleghi coraggiosi come Gabriele, dobbiamo pensare che ce ne sono tanti che si autocensurano; non ne faccio una colpa, devono poter vivere anche loro. Questa battaglia va fatta perché è una battaglia per tutta la categoria, non solo per un collega onesto che ama il suo lavoro».

Una giustizia di classe

Se la solidarietà morale ha riempito la piazza, la realtà materiale del processo si scontra inevitabilmente con i costi della legge. Ed è qui che la vertenza assume una valenza politica ancora più ampia. Senza il supporto economico delle sigle sindacali, far valere la propria voce sarebbe stato impossibile, un lusso precluso a chi vive di collaborazioni sottopagate.

«Ringrazio la FNSI e Stampa Romana che ha scelto di sostenermi», ha concluso Nunziati. «Io economicamente non avrei mai potuto farlo, non potrei essere qui in questo momento perché non ho le risorse. Inizialmente mi ero rivolto a un altro avvocato, ma ho dovuto dire di no perché non avevo i soldi che mi erano stati chiesti. Questo dimostra che la giustizia è una questione di classe: puoi difenderti solo se c’è qualcuno che ti sostiene o se hai le risorse economiche. Questo è un altro grande problema che attraversano i giornalisti, e non solo loro. Speriamo che, prendendo il mio caso come simbolo per portare avanti questa battaglia, qualcosa possa cambiare prima o poi».

Il processo che si apre oggi a Roma non è quindi una semplice vertenza di lavoro isolata. È lo specchio di un’informazione in cui si tenta di normalizzare la figura del passacarte, e dove rifiutarsi di piegare la testa per fare il proprio dovere non dovrebbe essere un atto di eroismo, ma la normalità.

Pubblicato il: 09/06/2026 da Clara Habte