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Muore bloccato a terra durante un intervento di polizia a Bologna. Ennesimo caso di malapolizia

Muore bloccato a terra durante un intervento di polizia a Bologna. Ennesimo caso di malapolizia

Abderrahim Fakir viene ucciso in via Italo Svevo dopo l’uso di spray al peperoncino e manovre di immobilizzazione. Il quartiere insorge e ieri sera si è accesa la protesta dei comitati popolari. È l’ennesimo caso che negli ultimi mesi fa emergere i danni del securitarismo e della trasformazione dei problemi dei quartieri popolari in problemi di ordine pubblico.

di Giacomo Simoncelli

Una fine drammatica nel cuore della periferia bolognese riapre bruscamente il dibattito sulle tecniche di contenimento delle forze dell’ordine e sulla gestione delle emergenze sociali nei quartieri popolari. Abderrahim Fakir, un uomo di 43 anni di origine marocchina, è deceduto nella mattinata di ieri in via Italo Svevo, all’interno del quartiere Pilastro, durante un concitato intervento della Polizia di Stato. La tragedia ha scatenato un’immediata ondata di commozione e rabbia tra i residenti del rione, che contestano apertamente la sproporzione e le modalità del fermo.

Secondo le prime ricostruzioni e le testimonianze raccolte sul posto, l’allarme è scattato quando alcuni abitanti hanno chiamato le forze dell’ordine segnalando la presenza dell’uomo nell’area dei garage del condominio. Fakir si trovava in un evidente stato di forte agitazione psicofisica e gridava in mezzo alla strada, ma i residenti tengono a precisare che non stava minacciando alcuna persona. Al contrario, la versione preliminare fornita dagli agenti intervenuti riferisce che il quarantatreenne avrebbe colpito ripetutamente la volante della polizia al momento del loro arrivo, spingendo le pattuglie a operare un fermo immediato.

La situazione è degenerata in pochi istanti. Gli agenti di polizia, alla presenza di alcuni operatori sanitari del 118 già giunti sul posto, hanno fatto uso di spray urticante al peperoncino nel tentativo di neutralizzare l’agitazione dell’uomo. Subito dopo, Fakir è stato atterrato e bloccato a faccia in giù sul selciato – una posizione di contenimento prona ampiamente discussa a livello internazionale per i rischi di asfissia posturale. Gli agenti gli hanno quindi bloccato le mani dietro la schiena per applicargli delle fascette stringi-polsi in plastica. È stato durante questa delicata fase di immobilizzazione forzata che l’uomo ha accusato un improvviso malore, smettendo rapidamente di respirare.

A infiammare gli animi nel quartiere e a sollevare gravissimi interrogativi sulle responsabilità è un video di circa cinque minuti registrato con uno smartphone da alcuni abitanti della zona. Nelle immagini, drammatiche e già al vaglio degli inquirenti, si sentono nitidamente le ultime strazianti parole di Fakir, che implora disperatamente di non infierire su di lui. Il filmato mostrerebbe due agenti intenti a schiacciarlo a terra, mentre un terzo uomo – un civile del posto – si sarebbe unito all’operazione tenendogli ferme le caviglie. Sullo sfondo, stando alle denunce dei testimoni, gli operatori sanitari sarebbero rimasti inerti a guardare la scena per diversi minuti, senza intervenire tempestivamente per verificare lo stato di salute dell’uomo o prestare un primo soccorso medico mentre era immobilizzato.

Le cause esatte del decesso rimangono per ora ufficialmente da accertare. Saranno l’autopsia e gli esami medico-legali disposti dalla magistratura a dover fare piena luce sulla catena di eventi e a chiarire l’esatto ruolo svolto dalle tecniche di contenimento e dagli effetti dello spray urticante. Il quadro clinico descritto dai comitati locali aggiunge un ulteriore elemento di gravità: Abderrahim Fakir era infatti un soggetto fragile, asmatico e cardiopatico, condizioni che avrebbero reso il contenimento in posizione prona e l’agente chimico urticante una combinazione fatale. I familiari e i residenti denunciano con forza come l’uomo avesse bisogno del soccorso immediato di un’ambulanza e non di un intervento di natura puramente repressiva.

In serata, la tensione nel quartiere Pilastro è rimasta altissima. Un’assemblea popolare spontanea si è riunita nel rione per denunciare l’accaduto. Il Comitato Popolare Pilastro e i familiari della vittima hanno indetto un presidio permanente all’angolo tra via Panzini e via Svevo, chiedendo verità e giustizia. Movimenti politici come Potere al Popolo hanno espresso profondo cordoglio e condannato duramente l’episodio con una nota ufficiale, accostando al nome di Fakir quello di George Floyd.

La denuncia del dramma che emerge dalle politiche di militarizzazione, dai tagli ai servizi sociali e dall’abbandono delle periferie è rafforzata da una serie di casi che hanno riguardato in particolare Milano, ovvero quelli di Ramy Elgaml e di Abderrahim Mansouri. In entrambi i casi il securitarismo si è trasformato in abuso da parte delle forze dell’ordine, nell’intimidazione per la cancellazione di possibili prove video nel primo caso e nel ricatto e nell’omicidio a sangue freddo nel secondo. La trasformazione della gestione della comunità e dei suoi bisogni in una questione di ordine pubblico è in linea con l’idea di mettere a profitto la città e di ghettizzare le aree complesse, ma il risultato è il disfacimento dei legami sociali e l’abbandono, lasciando spazio agli abusi.

Pubblicato il: 20/07/2026 da Giacomo Simoncelli