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Ex Ilva: indagata per bancarotta fraudolenta l’ex ad Morselli, mentre la produzione collassa e lo spegnimento è vicino

Ex Ilva: indagata per bancarotta fraudolenta l’ex ad Morselli, mentre la produzione collassa e lo spegnimento è vicino

Lucia Morselli, ex ad di Arcelor Mittal Italia, è stata indagata per bancarotta fraudolenta, aggiungendo un nuovo capitolo alla vicenda giudiziaria di Ex Ilva, mentre lo stabilimento tarantino si avvicina allo spegnimento, forse prima della scadenza della stessa sentenza della Corte d’Appello di Milano per mancanza di materia prima. Primi contraccolpi sull’indotto: cominciano i licenziamenti.

Di Emilio Banchetti

Si apre un nuovo capitolo nella vicenda giudiziaria e industriale dell’Ex Ilva di Taranto. Oltre ai provvedimenti a tutela dell’ambiente e della salute pubblica, che hanno decretato lo stop dell’area a caldo a causa delle emissioni e della presenza di amianto, emerge ora un’indagine per bancarotta fraudolenta che coinvolge Lucia Morselli, ex amministratrice delegata di ArcelorMittal Italia e poi di Acciaierie d’Italia fino a che quest’ultima non è passata sotto gestione commissariale.

L’ipotesi degli inquirenti della Procura di Milano è che Morselli abbia attuato una strategia mirata a dirottare risorse finanziarie e valore dall’ex Ilva direttamente a favore della casa madre ArcelorMittal. Se queste accuse venissero confermate, la vicenda si configurerebbe come una vera e propria “acquisizione killer”, finalizzata al saccheggio dell’acciaieria: le scelte di gestione avrebbero deliberatamente depotenziato l’asset siderurgico nazionale, provocandone il dissesto. Non si tratta di un’isolata novità: Morselli è indagata anche per inquinamento ambientale e rimozione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, a causa del peggioramento delle condizioni dello stabilimento durante il suo mandato.

Sul fronte del contenzioso economico, i commissari straordinari hanno chiesto un risarcimento danni ad ArcelorMittal pari a 7 miliardi di euro. Il gruppo ha respinto con forza ogni accusa, definendola infondata, e sostiene che il declino dell’Ex Ilva sia stato causato dalle continue inadempienze dello Stato italiano, in particolare per il venir meno dello “scudo penale” per i gestori e il mancato rispetto dei patti parasociali sottoscritti con Invitalia . Di conseguenza, l’azienda ha avanzato a sua volta una richiesta risarcitoria di 1,8 miliardi di euro, corrispondente alla cifra che dichiara di aver investito nello stabilimento.

Intanto, la vicenda industriale corre parallela a quella giudiziaria. Mancano le materie prime e alcune fonti parlano di uno stop operativo già a partire dalla metà di settembre. È stata fissata un’udienza decisiva in cui la Corte d’Appello dovrà esprimersi sulla richiesta di sospensiva presentata dall’azienda. Acciaierie d’Italia ha inoltre presentato ricorso in Cassazione per evitare la fermata degli impianti, sostenendo che lo spegnimento priverebbe il Paese di una capacità siderurgica strategica, con costi stimati in oltre 2 miliardi di euro.

I primi contraccolpi della possibile fermata dell’area a caldo si stanno già facendo sentire sull’indotto: molte aziende stanno facendo ricorso alla cassa integrazione ordinaria e i contratti a termine non vengono rinnovati. Per circa mille lavoratori, inoltre, tre aziende hanno aperto la procedura di licenziamento collettivo. Secondo le stime di associazioni datoriali e sindacati, sono almeno 3.000 i dipendenti dell’indotto che rischiano il posto di lavoro, tra metallurgia, trasporti, pulizie e manutenzioni.

Sul fronte dei possibili compratori, il Governo sta cercando di accelerare quanto possibile, con un incontro tra le parti previsto per questo mese. La novità della “cordata italiana” guidata da Federacciai sembra puntare esclusivamente all’area a freddo, senza accollarsi il rischio e la spesa dell’area a caldo. Questo realizzerebbe di fatto uno “spezzatino” dell’impianto, un’eventualità da sempre osteggiata dai sindacati perché comporterebbe una fortissima perdita di posti di lavoro. Nel piano, per far funzionare l’area a freddo, sono previsti 3.500 addetti: un numero ben minore rispetto agli attuali impiegati dell’Ex Ilva, che condannerebbe all’indigenza migliaia di famiglie. Oltre al tema occupazionale, il piano della cordata italiana non chiarisce chi dovrebbe farsi carico della decarbonizzazione o come garantire l’approvvigionamento di ferro grezzo in caso di definitiva chiusura dell’area a caldo.

Per quanto riguarda i compratori esteri, rimane in corsa l’indiana Jindal, che avrebbe riformulato la propria proposta proprio alla luce della possibile chiusura dell’area a caldo. Una nuova opportunità è rappresentata dall’interesse dei cechi di CE Industries, holding industriale che si è recentemente affacciata nella gara internazionale.

Grande incertezza per il futuro, quindi, sotto tutti gli aspetti: la dirigenza passata è sotto inchiesta, l’impianto rischia lo spegnimento, la cittadinanza tarantina attende ancora risposte concrete su amianto e polveri sottili, e migliaia di lavoratori rischiano di perdere il posto di lavoro.

Pubblicato il: 02/09/2026 da Emilio Banchetti