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Carovita e salari insufficienti: tra benzina, gasolio e bollette si rischia la tempesta perfetta

Carovita e salari insufficienti: tra benzina, gasolio e bollette si rischia la tempesta perfetta

Scaduto il taglio delle accise sui carburanti e in piena crisi inflattiva, con il rischio di trovare costi esorbitanti nelle bollette e non solo alle pompe di benzina, il tema dei salari insufficienti e dei profitti delle aziende del settore energetico tornano all’ordine del giorno, ma UE e governi si rimpallano la responsabilità di legiferare.

di Emilio Banchetti 

Mancano poche ore allo scadere del taglio delle accise sugli idrocarburi, deciso dal Governo Meloni per rispondere all’emergenza dell’aumento vertiginoso dei costi alla pompa. Tale crisi, innescata dalla guerra di USA e Israele contro l’Iran e dal conseguente blocco dello Stretto di Hormuz, si sta scaricando con violenza su lavoratori, famiglie e consumatori. Secondo le stime di Confesercenti, infatti, fare il pieno questa estate è costato agli italiani il 21% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, con una spesa complessiva aumentata di ben 1,8 miliardi di euro a causa del rincaro dei carburanti.

L’Esecutivo si sta affrettando a varare una mini-proroga del taglio per garantire, quantomeno, che il rientro dalle ferie non si trasformi in un incubo, ma le risorse a disposizione sembrano ormai esaurite. Dopo quest’ultimo intervento, previsto al massimo per l’inizio di settembre, lo sconto “universale” per tutti gli automobilisti cesserà di essere applicato. Si tratta di una misura che riguardava anche il diesel, il carburante più colpito dal rincaro (arrivato a superare i 2,20 euro al litro in molte stazioni di servizio autostradali), attualmente scontato di 17 centesimi al litro. Le prime indiscrezioni indicano che il Governo sta lavorando a un provvedimento per concentrare i bonus e i futuri sconti sui carburanti esclusivamente sulle fasce di reddito più basse: un intervento che, tuttavia, non risolverà una situazione ormai strutturale e grave.

Il prezzo degli idrocarburi, infatti, pesa direttamente sulle bollette elettriche di tutta la cittadinanza, dato che il sistema energetico italiano rimane fortemente dipendente dalle importazioni. Il rincaro di benzina, diesel e metano si riversa sull’intera società con un effetto inflazionistico pesante, che penalizza la maggior parte delle famiglie. Il rischio concreto è che nei prossimi mesi arrivino bollette esorbitanti, aggravate dall’uso massiccio dei condizionatori, ormai diventati un bene di prima necessità, specialmente per gli anziani a causa delle intense ondate di calore estive.

In Italia, lo stipendio medio di un lavoratore si aggira intorno ai 1.500 euro, mentre la media delle pensioni non supera i 1.300 euro: il Paese affronta questa nuova ondata inflazionistica con un sistema salariale fortemente impreparato. Ciò è aggravato dall’utilizzo di indici come l’IPCA “depurato” dai costi degli idrocarburi importati per calcolare gli aumenti nei rinnovi contrattuali, un parametro che nella situazione attuale si rivela evidentemente inadeguato a tutelare il potere d’acquisto.

Nel frattempo, è andato in scena un complesso braccio di ferro tra l’Unione Europea e alcuni governi nazionali su un tema che, in un contesto di emergenza, dovrebbe rappresentare una misura minima: la tassazione dei cosiddetti extraprofitti delle società energetiche. Un blocco di sei Paesi (Germania, Italia, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna) ha inviato una lettera alla Commissione Europea chiedendo l’introduzione di un quadro normativo comune per prelevare un contributo di solidarietà dai colossi petroliferi ed energetici. La Commissione ha tuttavia respinto la richiesta di una norma comunitaria, confermando che la tassazione degli extraprofitti è di competenza esclusiva dei singoli Stati membri sulla base delle rispettive legislazioni nazionali. Il Governo italiano si trova quindi a dover legiferare in solitaria su questo tema, tra voci contrarie che si levano dalla stessa maggioranza e il concreto rischio di ricorsi da parte delle aziende interessate.

Che i prezzi dei carburanti abbiano subito spinte speculative non pienamente giustificate dalla situazione internazionale appare ormai evidente: se da un lato gli approvvigionamenti sono stati più difficoltosi, dall’altro i listini sono aumentati in modo costante e sproporzionato. Il fatto che le multinazionali del settore abbiano realizzato utili sempre maggiori, sfruttando anche meccanismi speculativi, è stato denunciato da più osservatori: nel solo secondo trimestre, gli utili cumulati delle prime otto multinazionali del petrolio sono quasi raddoppiati, raggiungendo la cifra record di 93 miliardi di dollari.

In un periodo di emergenza come questo, l’inadeguatezza di salari fermi da decenni e in costante perdita di potere d’acquisto dovrebbe essere un dato palese, così come lo è l’urgenza di un forte controllo pubblico su settori strategici come quello energetico. Evidentemente, anche in questo frangente, il nodo centrale rimane la mancanza di volontà politica da parte del Governo, che per risolvere la situazione dovrebbe finalmente decidersi a contrastare gli interessi delle grandi aziende dell’energia.

Pubblicato il: 26/08/2026 da Emilio Banchetti