Crisi Electrolux: dopo anni di aiuti pubblici, licenziamenti e più fatica per chi resta
Il tavolo di settembre al MIMIT conferma il piano di dismissione: 1.450 esuberi in Italia, chiusura a Cerreto d’Esi e ritmi di produzione insostenibili. Mentre il Ministro Urso convoca le Regioni, cresce la necessità di un cambio di paradigma nella gestione delle crisi industriali.
Di Emilio Banchetti
All’inizio di settembre si è tenuto un tavolo di confronto della durata di due giorni al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) tra azienda, governo e sindacati. Ne è emerso un quadro tutt’altro che rassicurante, in particolare per i dipendenti della multinazionale scandinava. Electrolux, infatti, non ha fatto alcun vero passo indietro sul piano di dismissione previsto per l’Italia. Anzi, dal conteggio degli esuberi sono stati esclusi i lavoratori a tempo determinato già fuoriusciti. Il risultato è un totale di almeno 1.450 esuberi complessivi previsti sul territorio nazionale, con un impatto sociale di forte entità.
La situazione più critica riguarda lo stabilimento di Cerreto d’Esi, per il quale è prevista la chiusura senza alcuna soluzione alternativa.Ciò mette a rischio immediato i posti di lavoro di 170 dipendenti diretti e minaccia l’intero indotto del comparto degli elettrodomestici nel Fabrianese. Parallelamente, il piano aziendale punta a un innalzamento della produttività, scaricando il recupero della competitività sulle spalle dei lavoratori rimasti. Per gli stabilimenti di Susegana e Solaro, ad esempio, si prospetta una produzione di 140 pezzi all’ora (circa uno ogni 26 secondi), come riportato dal sindacato USB. Il sito veneto è tra i più colpiti dal fronte degli esuberi, con 420 tagli complessivi previsti, di cui 180 riguardano gli impiegati.
Agli incontri tecnici di inizio settembre, è bene sottolinearlo, era assente il Ministro Urso. Il titolare del MIMIT, in passato, aveva definito inaccettabile il piano di dismissione presentato da Electrolux, azienda che nel corso degli anni ha ricevuto ingenti finanziamenti pubblici per mantenere attiva la propria presenza sul territorio nazionale.
La multinazionale svedese, infatti, ha avuto ampio accesso ai fondi europei. È il caso del maxi-prestito da 200 milioni di euro, accordato a fine dicembre 2024 dalla Banca Europea per gli Investimenti (BEI) e sostenuto dal programma europeo InvestEU. Tale finanziamento è stato stanziato specificamente per attività di Ricerca, Sviluppo e Innovazione focalizzate sull’efficienza energetica e la digitalizzazione degli elettrodomestici. Gran parte di queste attività di ricerca avrebbero dovuto concentrarsi proprio nelle strutture italiane del gruppo, in particolare a Pordenone. Anche a livello nazionale, l’azienda ha beneficiato di un flusso costante di agevolazioni dirette: dal luglio 2016 all’inizio del 2026, Electrolux Italia S.p.A. e le società controllate hanno registrato circa 12,7 milioni di euro in aiuti di Stato diretti e agevolazioni.
Se si considerano gli aiuti indiretti, in termini di ammortizzatori sociali e sgravi fiscali, il conto per la collettività diventa ancora più salato. Secondo le stime emerse durante i tavoli di crisi del 2026, come quelle diffuse dall’Assessorato allo Sviluppo Economico del Veneto, Stato e Regioni hanno mobilitato complessivamente circa 130 milioni di euro. Una cifra che include i ricorsi alla Cassa Integrazione (sia ordinaria che in deroga), utilizzati dall’azienda per gestire i cali di produzione, nonché gli sgravi fiscali e contributivi ottenuti grazie all’utilizzo di contratti di solidarietà, formalmente legati al mantenimento dei livelli occupazionali.
Attualmente, mentre ricominciano le mobilitazioni negli stabilimenti e i sindacati si preparano a indire nuovi scioperi, il Ministro Urso ha convocato un nuovo incontro con i presidenti delle cinque Regioni coinvolte per definire una strategia comune.
Quanto emerge dalla crisi di Electrolux evidenzia, tuttavia, l’urgente necessità di un cambio di paradigma. Da decenni si assiste al fenomeno di aziende che utilizzano la leva dei licenziamenti per ricattare gli Stati e ottenere ulteriori fondi pubblici. L’interesse dell’attore privato che investe rimane l’elemento dominante nelle politiche del lavoro odierne. Passare a un modello in cui lo Stato eserciti un controllo effettivo, smettendo di limitarsi a promettere sgravi e agevolazioni pur di non far fuggire l’impresa di turno, garantirebbe finalmente una reale funzione sociale a un comparto industriale che, lasciato esclusivamente nelle mani del mercato, è ormai in caduta libera nel nostro Paese.
Pubblicato il: 08/09/2026 da Emilio Banchetti