Traccia corrente

PANOPTICON con ANGELO PIANIZZOLA

Slift - It's Coming

PANOPTICON con ANGELO PIANIZZOLA
Ascoltaci dal pcVLC_Icon

Da Genova riparte la lotta contro il traffico di armi: il 30 ottobre sciopero internazionale nei porti contro l’economia di guerra

Da Genova riparte la lotta contro il traffico di armi: il 30 ottobre sciopero internazionale nei porti contro l’economia di guerra

Il 30 ottobre ci sarà uno sciopero dei lavoratori portuali lanciato da 7 organizzazioni sindacali di vari paesi contro i traffici di armi: mentre il settore dell’export degli armamenti italiani macina vive un’espansione record, la popolazione è sempre più in difficoltà a causa dell’inflazione.

Di Emilio Banchetti

Il prossimo 30 ottobre sarà una giornata di sciopero e mobilitazione nei porti di gran parte d’Europa, con la concreta possibilità di estendere la protesta anche agli scali di altre regioni del mondo. In vista di questa data, sabato 3 ottobre, si è tenuta un’importante assemblea internazionale nell’affollata sala del Circolo dell’Autorità Portuale di Genova. All’incontro hanno partecipato, oltre ai promotori dello sciopero, i sindacati CGT Ports and Docks (Francia), ENEDEP (Grecia), LAB (Paesi Baschi), Liman-İş (Turchia), ODT (Marocco), USB e ORSA Porti (Italia), che hanno lanciato la giornata di mobilitazione. Al fianco di queste realtà, decine di altre adesioni italiane e internazionali di associazioni, collettivi politici e organizzazioni sociali hanno portato il loro contributo all’assemblea, ad esempio era presente la Global Sumud Flotilla e l’attivista Saif Abukeshek, rapito durante la missione del aprile – maggio 2026 da Israele mentre le navi erano ancora al largo di Creta.

Lo sciopero internazionale del 30 ottobre fa seguito a quello dello scorso 6 febbraio, che aveva già coinvolto i porti del Mediterraneo bloccando per ore interi scali. L’obiettivo ora è riproporre l’azione su una scala decisamente maggiore, con adesioni che le organizzazioni promotrici prevedono aumenteranno a breve, estendendosi anche a porti extraeuropei.

Al centro della giornata di lotta c’è la denuncia del traffico di armi e materiale bellico, in particolare quando destinato a conflitti attivi o al genocidio ancora in corso in Palestina. Da tempo i lavoratori portuali italiani sono in prima linea contro lo spostamento di materiale bellico negli scali civili di Genova, Livorno, Ravenna, Trieste e non solo; traffici che, nel corso degli anni, hanno coinvolto anche aeroporti come quelli di Pisa e Brescia. Un aspetto cruciale, se si considera quanto sia cresciuto il volume delle esportazioni di materiale bellico dall’Italia negli ultimi cinque anni: in questo periodo il nostro Paese si è attestato al sesto posto mondiale tra gli esportatori di armamenti, rappresentando il 5% di un mercato globale dominato dagli Stati Uniti (42%). La quota italiana è praticamente pari a quella della Cina e superiore a quella di Stati come Israele, Regno Unito e Spagna. Nell’Unione Europea ci superano soltanto Francia (9%) e Germania (5,7%), mentre la Russia (6,8%) sta subendo un crollo delle vendite, avendo evidentemente ridotto le commesse storiche per destinare alla guerra in Ucraina flussi di materiale precedentemente esportato (lo stesso teatro in cui la Germania invia il 24% del proprio export).

Nel 2025, le autorizzazioni all’esportazione di armi dall’Italia hanno raggiunto il valore record di 9,164 miliardi di euro. Circa il 37% di queste esportazioni è diretto verso il Medio Oriente (con il Kuwait tra i principali destinatari per le commesse navali di Fincantieri), mentre è in crescita l’export verso l’Unione Europea, anche in supporto all’Ucraina. Leonardo e Fincantieri, principali player italiani del settore, realizzano utili da capogiro: Leonardo ha chiuso il bilancio 2025 con un utile netto di 1,334 miliardi di euro, mentre Fincantieri ha raggiunto una redditività storica con un utile di 117 milioni di euro.

La normativa nazionale, basata sulla legge 185/90, vieta l’export verso Paesi in stato di conflitto armato palese o che violano i diritti umani, pur prevedendo una valutazione caso per caso per le commesse in essere o verso partner strategici. Tuttavia, sebbene l’Italia abbia sospeso il rilascio di nuove autorizzazioni per l’esportazione di armamenti verso Israele nel 2023, nel 2025 sono stati comunque movimentati verso questo Paese oltre 22,6 milioni di euro in materiali militari italiani.

Sono questi i numeri di un’economia di guerra che rende il nostro Paese complice del genocidio in Palestina e lo proietta negli scenari di crisi di tutto il mondo, grazie all’integrazione con il complesso militare-industriale della NATO: dal blocco americano contro Cuba ai bombardamenti in Iran della scorsa estate.

Un volume di affari che ha un rovescio della medaglia tragico per l’intero Paese: mentre i produttori di armi continuano ad arricchirsi, il resto della popolazione si impoverisce. Il coinvolgimento dell’Italia negli scenari di guerra, anche quando indiretto, la rende parte attiva nel peggioramento delle condizioni di vita dei suoi stessi cittadini. L’emergenza del caro carburanti è esplosa in un contesto già reso critico dal conflitto tra Russia e Ucraina, aggravato ulteriormente dalle tensioni e dai bombardamenti in Iran, un conflitto che vede coinvolte potenze con cui l’Italia intrattiene rapporti militari e industriali strettissimi, come USA e Israele. Il costo degli idrocarburi e dell’energia è il principale responsabile del picco inflazionistico che sta attraversando il nostro Paese, il quale si è ritrovato del tutto impreparato di fronte all’impennata dei prezzi. I salari, infatti, rimangono fermi da decenni, con la scala mobile ormai divenuta un lontano ricordo: tra bollette esorbitanti, affitti e mutui insostenibili e un carrello della spesa sempre più difficile da riempire, per la fascia più fragile della popolazione si preannuncia un inverno particolarmente duro.

Le organizzazioni sindacali e i lavoratori portuali che hanno lanciato lo sciopero del 30 ottobre denunciano proprio questa contraddizione: l’economia di guerra porta morte e povertà, e fermarla prima che sia troppo tardi non è solo una scelta, ma un obbligo morale e civile.

Pubblicato il: 06/10/2026 da Emilio Banchetti