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Trasparenza sui traffici militari nel porto di Ravenna: per giustificare il segreto, l’Avvocatura di Stato risponde che «siamo in guerra»

Trasparenza sui traffici militari nel porto di Ravenna: per giustificare il segreto, l’Avvocatura di Stato risponde che «siamo in guerra»

di Emilio Banchetti

Lo Stato impone il segreto militare sui traffici d’armi nel porto di Ravenna giustificandolo con una presunta “terza guerra mondiale in corso”, mentre gli attivisti contro la guerra si mobilitano in attesa della sentenza decisiva del Consiglio di Stato.

Lo scorso 22 settembre a Ravenna si è tenuta una partecipatissima assemblea pubblica, organizzata dal sindacato USB, dal titolo “No al traffico di armi e materiale bellico dal porto di Ravenna”. Lo scalo romagnolo è infatti finito al centro di una vicenda politico-giudiziaria che ha rapidamente preso tinte a dir poco agghiaccianti. Da tempo al centro di polemiche e mobilitazioni contro la guerra, il porto di Ravenna riveste un’importanza cruciale nelle politiche di riarmo del Governo Meloni e nei traffici di armi dall’Italia verso l’estero. Basti pensare che il 4 febbraio 2025 un carico da 14 tonnellate di materiale bellico destinato a Israele è rimasto bloccato qui per mesi, sequestrato dall’Agenzia delle Dogane.

Come in molti altri porti e città italiane, anche a Ravenna nel 2025 è andata in scena un’importante mobilitazione contro il genocidio in Palestina e contro la guerra. I lavoratori portuali hanno avuto un ruolo centrale, ma non sono stati soli: scioperi e proteste hanno coinvolto l’intera società. Il nuovo capitolo che ha portato all’indizione dell’assemblea del 22 settembre racconta tuttavia un passaggio inquietante, messo nero su bianco dall’Avvocatura dello Stato: saremmo nel mezzo della terza guerra mondiale, “a pezzi” come l’aveva definita Papa Bergoglio.

Ricostruiamo la vicenda con un passo indietro. Nei mesi scorsi è partita un’importante battaglia legale grazie alla giornalista d’inchiesta e attivista Linda Maggiori e all’avvocato Andrea Maestri, dopo che l’Agenzia delle Dogane aveva negato loro l’accesso civico agli atti sul traffico di armi nel porto di Ravenna. La vicenda non si è fermata qui: grazie alla caparbietà e alla determinazione degli attivisti ravennati, a luglio il TAR dell’Emilia-Romagna ha riconosciuto il diritto di conoscere almeno le quantità di materiale bellico movimentato nello scalo. A questa sentenza, lo Stato ha deciso di rispondere in maniera opposta a quella auspicabile in un Paese che, almeno formalmente, non è in guerra con nessuno: ha presentato ricorso e ha imposto il segreto militare sui traffici di armi in uno scalo prevalentemente civile e commerciale.

Nelle motivazioni dell’Avvocatura dello Stato emerge una grande contraddizione: il porto di Ravenna avrebbe una “rilevanza militare” tale da giustificare il segreto sui traffici d’armi. Secondo questa logica, saremmo dentro una guerra mondiale “a pezzi” e “ibrida”, e rendere pubblici anche solo i dati quantitativi sul materiale bellico movimentato rappresenterebbe un rischio per la sicurezza nazionale. Viene così messo nero su bianco ciò che in tanti, in modo decisamente trasversale (dallo scorso Pontefice ai militanti della sinistra radicale), denunciano da anni: esiste una guerra mondiale, a pezzi o ibrida che dir si voglia, con l’Italia e il suo apparato militare-industriale pienamente coinvolti.

Il prossimo 8 ottobre, al Consiglio di Stato, ci sarà un nuovo e fondamentale passaggio nella vicenda giudiziaria: si terrà infatti l’udienza conclusiva di merito sul contenzioso riguardante la trasparenza dei dati relativi al transito di armamenti nel porto di Ravenna.

Sperando che venga fatta rapidamente chiarezza sui traffici di armi in un porto come quello di Ravenna, che deve poter rimanere ad uso civile, dobbiamo ringraziare Linda Maggiori, l’avvocato Maestri e gli altri attivisti ravennati. È grazie a loro se oggi siamo maggiormente consapevoli dei venti di guerra che soffiano sul mondo. Una consapevolezza che deve rafforzare la nostra determinazione nell’opporci alla deriva bellicista: solo rifiutando di lavorare per la guerra, di caricare e produrre armamenti, saremo in grado di bloccare questi meccanismi perversi che rischiano di portare l’umanità sull’orlo del baratro.

Pubblicato il: 01/10/2026 da Emilio Banchetti