Purché io ci sia: quando anche divertirsi è diventato una competizione
di Eleonora Tagliafico
Mentre vedo tutta questa bagarre per gli Oasis a fine luglio a Roma, io continuo a farmi una domanda molto semplice: ma vi ricordate com’è Roma a fine luglio?
Quest’anno, poi, il caldo opprimente ci ha messi particolarmente alla prova. E senza voler aprire quindi un altro enorme capitolo – che è quello sul cambiamento climatico – ormai pensare a un grande evento nel pieno dell’estate romana significa mettere in conto anche questo.
Quando poi parliamo dello stadio Olimpico, parliamo di migliaia di persone , ore di attesa, file, caldo, e se hai scelto il prato, una quantità considerevole di essere umani stipati insieme.
E quanto abbiamo deciso di pagare per questo privilegio?
Per le date romane degli Oasis i prezzi ufficiali partono da circa 92 euro e arrivano a oltre 276 euro. Per il prato si superano i 220 euro.
Duecentoventi euro.
Per stare in piedi.
A Roma.
A fine luglio.
“Eh, ma uno con i propri soldi fa quello che vuole.”
Certamente.
Ma infatti non mi interessa stabilire come gli altri debbano spendere i propri soldi mi interessa capire quando abbiamo cominciato a considerare normale spendere certe cifre per assistere a un concerto.
Perché gli Oasis sono solo il punto di partenza di una questione molto più grande.
E forse qui entra in gioco anche il posto da cui guardo questo fenomeno. Vengo da un background di underground e sottoculture, da una dimensione della musica in cui il concerto non è necessariamente il grande evento nello stadio. Anzi, molto spesso è esattamente il contrario.
Ci sono centinaia di concerti più piccoli, nei club, nei locali, in spazi che contengono cento, duecento persone. Ci sono band che attraversano mezza Europa su un furgone, promoter indipendenti, etichette, tecnici e locali che continuano a tenere in piedi delle scene con margini sempre più ridotti.
E mentre da un lato, siamo pronti a spendere centinaia di euro per i grandi nomi, dall’altra, la musica indipendente lotta per sopravvivere.
Provate ad aprire i social quando viene annunciato un grande concerto.
Parte la prevendita e improvvisamente sembra che l’intero Paese (per non dire Mondo) stia cercando di comprare lo stesso biglietto.
Code virtuali. Screenshot. Numero di persone avanti a noi. Ansia perché la pagina non si aggiorna. I messaggi agli amici “se entri tu prendilo anche a me”.
Poi una scritta arriva:
SOLD OUT
E ormai non riguarda solo i concerti.
Festival, mostre, eventi, ristoranti, esperienze. Bisogna prenotare. Bisogna arrivare prima degli altri. Bisogna sapere mesi prima dove vorremmo essere.
La cosa che trovo veramente interessante è che spesso non abbiamo neanche il tempo di domandarci: “Ma io ci voglio veramente andare?”
Prima compriamo.
Poi ci pensiamo.
Perché se aspettiamo rischiamo di rimanere tagliati fuori.
Una parola per questa sensazione esiste già e si chiama FOMO, fear of missing out, la paura che gli altri stiano vivendo qualcosa che noi stiamo perdendo. Non l’hanno creata i social ma con essi noi abbiamo una vetrina aperta 24/7 su questo.
Ieri, se non andavo a un concerto, ne sentivo i racconti. Oggi, guardo i video di chi sta al concerto.
Tutti sembrano esserci.
Tranne me.
E così il concerto cambia parzialmente funzione: quello di esserci.
E sopratutto poter dire: io c’ero. E sopratutto posso mostrarlo subito.
Ma dov’è la MUSICA in tutto questo?
Quindi forse dovremmo chiederci che valore stiamo dando alla musica dal vivo, se a questa o alla difficoltà di poter dire che c’eravamo.
Ma attenzione, è proprio qua che il tutto si trasforma in performance. Ho visto miriadi di persone nei fan gruppi degli Oasis (poi mi sono tolta), che mostravano: 2 Roma, 1 Manchester (es.) per mostrare la loro vincita agli altri.
Devi aver trovato il biglietto. Devi aver visto quella band. Devi aver provato quel ristorante. Devi essere stato in quel posto.
E la domanda è lentamente passata da “mi va di farlo?” a “posso permettere ( e non è una mera questione economica) di non esserci?”
Sui social vediamo continuamente la parte migliore delle vite degli altri, quella che hanno deciso di mostrarci loro, vediamo il concerto ballando insieme agli altri, non le 5 ore di fila e il caldo soffocante.
Quel confronto può pesare.
Come diceva Zerocalcare: “E semo pure stupidi. Perché se impuntamo a fa’ il confronto co le vite degli altri. Che a noi ce sembrano tutte perfettamente ritagliate e ordinate, e invece è solo che le guardamo da lontano.”
Forse il problema non sono neanche i 220 euro degli Oasis.
Il problema è quando i 220 euro hanno smesso di sembrarci un’enormità da pagare per assistere ad un concerto e quando il prezzo elevato diventa normale perché tanto “andrà sold-out comunque”.
E quindi questo sold-out alimenta il desiderio, che sua volta alimenta la FOMO che ci convince che perdere questa esperienza sia peggio che pagarla troppo.
Quindi ogni tanto, vale la pena, fermarsi prima di premere “acquista” (se ci riuscite, nel caso dei biglietti degli Oasis), e chiedersi:
se nessuno sapesse che sono stato li, ci vorrei andare lo stesso?
Io intanto a fine Luglio 2027 vi penserò.
Possibilmente da un posto molto fresco.
Pubblicato il: 04/10/2026 da Eleonora Tagliafico