PARIGI, LA VOCE DELLA RESISTENZA IRANIANA SFIDA IL DIVIETO: «L’ACCORDO USA-TEHERAN NON FERMERÀ LA NOSTRA LOTTA»
di Clara Habte
PARIGI – Nonostante il divieto dell’ultimo minuto imposto dalla Prefettura e la successiva conferma del tribunale amministrativo, i centomila partecipanti previsti nella capitale si sono dislocati in quattro piazze strategiche: Place de la Bastille, Place de la République, Place du Trocadéro e Place Vauban. Questo imponente programma alternativo si è reso necessario dopo che l’evento principale è stato revocato; a causa del blocco, alcune delle importanti personalità internazionali, esponenti istituzionali e storici alleati del CNRI giunti a Parigi – tra cui l’ex vicepresidente del Parlamento europeo Alejo Vidal-Quadras e l’ex primo ministro albanese Pandeli Majko – si sono trovate invece presso la Casa della Libertà Iraniana per expresar comunque il proprio sostegno alla causa.
Nelle strade la tensione è rimasta altissima, esacerbata dalle ultime notizie geopolitiche che vedono Teheran riattivare il blocco navale nello Stretto di Hormuz. Abbiamo assistito direttamente a duri attacchi della polizia a Place Vauban, dove gli agenti hanno preso di mira anche persone anziane, strappando dalle mani dei manifestanti bandiere e oggetti della tradizione iraniana. Le forze dell’ordine hanno bloccato e fermato numerosi pullman prima ancora che potessero entrare a Parigi, ed è già nella mattinata che si sono registrati i primi blocchi e una ventina di arresti. Anche noi abbiamo subito in prima persona gli effetti urticanti dello spray al peperoncino.
Un verdetto, quello del blocco, contro cui si è battuto invano il pool legale del movimento, guidato dai noti avvocati francesi Vincent Brengarth e William Bourdon, che hanno denunciato un grave attacco alla libertà di espressione. Nonostante le restrizioni, la mobilitazione è proseguita per tutta la giornata: la necessità di dare voce al popolo iraniano ha superato la paura della repressione, anche sul suolo europeo.
La voce della piazza: «Il regime ci teme»
Tra i giovani attivisti in prima linea c’è Ghazal Afshar, esponente dei Giovani Iraniani, che esprime profonda fermezza nonostante il blocco istituzionale:
«Questa manifestazione è stata organizzata da mesi e l’autorizzazione era stata richiesta per tempo dal CNRI, la principale coalizione democratica che da oltre 40 anni lotta contro questo regime. Il ritiro del permesso non ci stupisce: sappiamo bene che il regime di Teheran teme, più di ogni altra cosa, la sua prima popolazione e la resistenza organizzata. Così come uccide all’interno dei confini, cerca di colpire i dissidenti all’estero. Eravamo pronti a questo ostracismo, così come in passato abbiamo affrontato minacce e veri e propri tentativi di attentato terroristico, come nel 2018 e nel 2023. Ma noi resteremo qui per essere la voce della nostra gente».
Alle sue parole fanno eco quelle del portavoce ufficiale del CNRI, Shahin Gobadi (noto anche come Afchine Alavi nei canali francesi), che ha condannato le pressioni diplomatiche di Teheran sull’Eliseo, mentre in piazza l’attivista Shokouleh Majd ha espresso pubblicamente la rabbia dei presenti per una decisione definita come una “politica complaisante e inaccettabile” da parte del governo francese.
L’accordo USA-Iran e la trappola di Hormuz: la conferma dei timori della piazza
Il raduno di Parigi si inserisce in un contesto geopolitico in totale e imprevedibile evoluzione. La notizia della riattivazione del blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran – ufficialmente proclamata come ritorsione per le tensioni militari in Libano – è rimbalzata tra i manifestanti, venendo interpretata come l’ennesima conferma che la teocrazia non intende rispettare i patti diplomatici.
L’illusione della moderazione
Per la resistenza, la mossa di Teheran su Hormuz dimostra che il regime dei mullah non è riformabile e non può alleviare la sua natura feroce. Afshar sottolinea che la teocrazia ha sempre fondato la propria sopravvivenza su tre pilastri inscindibili: massima repressione interna, esportazione del terrorismo e programma nucleare. Quest’ultimo, insieme alle minacce sullo Stretto, serve come scudo vitale in una fase di totale vulnerabilità e crisi del sistema. Non è un regime voluto dal popolo: nel 1979 la popolazione era scesa in piazza per rovesciare la dittatura monarchica e instaurare una repubblica democratica, ma Khomeini ha letteralmente usurpato quella rivoluzione.
La fine dei bombardamenti
Se da un lato lo stop ai raid militari era stato accolto con favore perché toglieva a Teheran il pretesto bellico per intensificare la repressione, le nuove minacce marittime e lo scontro a distanza tra il CENTCOM americano e i Pasdaran rimettono tutto in discussione. Come dichiarato da Maryam Rajavi, presidente del CNRI, se l’accordo iniziale portava alla fine della guerra era un bene, poiché il regime utilizzava lo stato di guerra per giustiziare in massa i dissidenti legati all’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo Iraniano (PMOI/MEK). Tuttavia, il nuovo ricatto iraniano sulle rotte del petrolio svela l’ennesimo inganno diplomatico ai danni dell’Occidente.
La via del cambiamento
La posizione del CNRI resta netta: trent’anni di politiche di condiscendenza e gli interventi esterni hanno fallito, e la nuova crisi di Hormuz lo dimostra ampiamente. Il regime può essere rovesciato solo in modo autonomo e indipendente dalla propria resistenza organizzata, ed è necessario che quest’ultima venga finalmente riconosciuta a livello internazionale.
Il dramma degli esuli: il racconto dall’Italia
Alla manifestazione di Parigi ha preso parte anche una folta delegazione di esuli giunti dall’Italia. Tra loro David Santalucia, che ha vissuto direttamente la durezza degli scontri con la polizia francese:
«È stato molto difficile e doloroso vedere annullata una manifestazione pacifica dopo un lungo viaggio dall’Italia. I governi occidentali sanno perfettamente che il nostro è un movimento pacifico, eppure mi sono ritrovato colpito dallo spray al peperoncino in prima fila senza aver fatto nulla. Non capisco perché l’Occidente continui a portare avanti questa politica di condiscendenza, stringendo accordi con un regime che uccide quotidianamente i giovani. Questa deve essere la fine della guerra, ma anche l’inizio della fine del regime».
Santalucia, che porta sulla pelle il peso della dittatura – avendo perso due zii materni, i fratelli di sua madre, giustiziati in Iran –, ha mostrato l’immagine di Massoud Rajavi, leader dei Mojahedin del Popolo. Già imprigionato sotto il regime dello Scià per essersi opposto alla dittatura monarchica, Rajavi ha proseguito il percorso in esilio ed è tuttora l’uomo più ricercato da Teheran.
«Oggi in Iran dichiararsi membri o sostenitori dei Mojahedin del Popolo significa andare incontro a una condanna a morte certa. Ma i giovani, i lavoratori e gli studenti continuano a lottare, perché la libertà vale più di tutto. Il mio desiderio più grande? Tornare in Iran, conoscere la parte di famiglia che non ho mai potuto abbracciare e vedere i miei coetanei vivere una vita normale, senza il terrore di essere impiccati o fucilati a sedici anni solo per aver cercato la libertà. Piango ogni notte per le notizie che arrivano da Teheran».
L’allerta sulla “falsa alternativa” monarchica
Un altro punto centrale sollevato dai manifestanti riguarda la sicurezza e la complessa rete di alleanze geopolitiche. Ghazal Afshar ha lanciato un duro monito contro i tentativi di restaurazione della vecchia monarchia abbattuta nel 1979:
«Se oggi ci hanno revocato l’autorizzazione, è anche a causa della reale minaccia di attentati orchestrati dai rimasugli della SAVAK, il brutale apparato di tortura della passata dittatura monarchica. Oggi questi elementi stanno letteralmente aiutando il regime a rimanere in piedi, agendo come suoi agenti e minacciando i nostri summit. Bisogna fare attenzione alla falsa alternativa della monarchia guidata dal figlio dello Scià. Se oggi non possiamo esprimere liberamente la nostra voce è perché i sostenitori della monarchia avevano dichiarato di voler portare avanti un attentato nei nostri confronti».
La piazza parigina ha ribadito la validità del programma provvisorio per il periodo di transizione presentato oltre vent’anni fa da Maryam Rajavi, volto a restituire la sovranità al popolo dopo 46 anni di dittatura religiosa e i precedenti 50 anni di regime monarchico, per instaurare una repubblica laica e democratica.
Pubblicato il: 21/06/2026 da Clara Habte