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Nasce Objection, il tribunale AI dei miliardari contro il giornalismo indipendente

Nasce Objection, il tribunale AI dei miliardari contro il giornalismo indipendente

Finanziata da Peter Thiel e guidata dall’uomo che fece fallire la rete di blog Gawker, la nuova startup lancia un servizio per “smontare” le inchieste scomode in 72 ore, pagando ‘solo’ tra i 2 e i 15 mila dollari. Nel mirino ci sono il giornalismo investigativo e la tutela delle fonti anonime.

di Giacomo Simoncelli

Sembra il perfetto giocattolo per spillar quattrini a ricchi allergici alla libertà di stampa, e in effetti lo è. Ma è anche qualcosa di più profondo e pericoloso. Il 15 aprile scorso ha fatto il suo debutto ufficiale Objection, una startup che promette di rivoluzionare – o meglio, di blindare – il mondo dell’informazione. Finanziata dal fondatore di Palantir Peter Thiel e dall’imprenditore tech Balaji Srinivasan, la piattaforma ha come frontman l’avvocato australiano Aron D’Souza.

Il nome di D’Souza evoca sgradevoli ricordi nel mondo dei media: è stato lo stratega legale che nel 2016 portò al fallimento la corazzata del gossip e dell’inchiesta statunitense Gawker Media, grazie a una causa da 140 milioni di dollari intentata dall’ex wrestler Hulk Hogan e segretamente finanziata proprio da Thiel. Oggi, quell’esperienza di killeraggio giudiziario è diventata un software.

Tre giorni e duemila dollari: la giustizia privata dell’Honor Index

Il funzionamento di Objection è disarmante nella sua spregiudicatezza. Se un politico, un’azienda o un magnate non gradisce un articolo di giornale, non deve più aspettare anni per una causa per diffamazione. Gli basta pagare per attivare un “processo privato in 72 ore”. Si parte da un minimo di 2.000 dollari e si può salire fino a 15.000 dollari per le analisi più approfondite. Il cliente carica l’articolo sgradito e inserisce le proprie obiezioni. A quel punto si attiva una squadra di “investigatori freelance” (dietro cui si celerebbero ex agenti di Cia, Fbi e Nsa, strutture storicamente legate a filo doppio con la Palantir di Thiel).

Tutto il materiale raccolto viene dato in pasto a un panel di modelli di intelligenza artificiale di OpenAI, Anthropic, xAI, Google e Mistral, istruiti ad agire come “lettori medi”. In sole tre ore l’AI esegue il fact checking e sputa il verdetto: il cosiddetto Honor Index, un punteggio numerico che assegna un valore matematico alla credibilità del contenuto e all’integrità del giornalista.

Guerra ai Whistleblower: la penalizzazione delle fonti anonime

Il vero cuore ideologico di Objection non sta nella tecnologia, ma nelle istruzioni di base impartite agli algoritmi. La piattaforma adotta infatti una gerarchia rigida delle prove: in cima ci sono i documenti primari (atti ufficiali, email depositate), mentre all’ultimo posto ci sono le fonti anonime.

Si tratta di un attacco frontale al giornalismo investigativo. Le inchieste che vanno più in profondità e che scoperchiano i sistemi di potere si avvalgono da sempre di testimonianze riservate, di whistleblower che rischiano il posto di lavoro o la vita per segnalare illeciti. Su Objection, un’inchiesta basata su fonti anonime parte con un handicap strutturale e un punteggio penalizzante. Il giornalista si trova davanti a un bivio: violare il segreto professionale per alzare il punteggio o accettare una patente di inaffidabilità. Se decide di non partecipare al “processo”, la piattaforma emette un verdetto di “indeterminabilità”, lasciando comunque l’articolo nel limbo.

“Un racket di protezione high-tech”: democratizzazione o intimidazione?

D’Souza difende la sua creatura parlando di una “industrializzazione” del contenzioso legale e di una “democratizzazione dell’accountability”. Ma gli esperti del settore vedono tutt’altro. Chris Mattei, avvocato specializzato nella difesa dei diritti civili e di parola, ha definito Objection senza mezzi termini: “un racket di protezione high-tech per i ricchi e i potenti”.

Mentre Jane Kirtley, professoressa di etica dei media all’Università del Minnesota, solleva la questione di fondo: perché si dovrebbe presumere che un modello AI sia più affidabile e neutrale del giornalista che ha condotto la ricerca sul campo? Sul tema è intervenuto anche Filiberto Brozzetti, professore di AI and Data Protection Law alla Luiss di Roma, evidenziando i rischi enormi legati alla trasparenza degli algoritmi e alla gestione dei dati sensibili caricati per alimentare le controinchieste.

La distopia del silenzio a pagamento

La soglia economica dei 2.000 dollari smentisce nei fatti qualsiasi velleità democratica. Objection non serve al cittadino comune per difendersi dalle fake news, ma offre a corporation, politici e lobby con ampi capitali uno strumento di pressione seriale. Il rischio reale è che il costo di un’inchiesta scomoda non sia più l’eventuale risarcimento danni in tribunale, ma l’attenzione editoriale e il tempo che le redazioni dovranno bruciare per rispondere a contestazioni automatizzate e difendere il proprio Honor Index.

Il tribunale online di Objection avrà valore legale pari a zero, ma il suo potere di inquinare il dibattito pubblico è altissimo. Serve a confondere le acque, alimentare la sfiducia verso la stampa libera e incitare a una sorta di delazione digitale a pagamento. Una perfetta distopia tecno-libertaria all’americana: dove la libertà esiste, sì, ma solo se hai abbastanza dollari per comprarti il verdetto dell’algoritmo.

Pubblicato il: 30/05/2026 da Giacomo Simoncelli