Gli Emirati lasciano l’Opec. Altro passo nella frammentazione del mercato mondiale
La decisione di Abu Dhabi di uscire dall’Opec ha ovviamente una sua razionalità economica. Ma per essere davvero compresa va inserita nella più ampia prospettiva delle divergenze geostrategiche della regione, nell’emergere di nuove alleanze e linee di faglia, nella frammentazione del mercato mondiale.
di Giacomo Simoncelli
Il 28 aprile gli Emirati Arabi Uniti (EAU) hanno annunciato il ritiro ufficiale dall’OPEC e dal suo formato allargato, l’OPEC+. La decisione diventerà effettiva dal primo maggio e, nelle dinamiche di questa fase storica, rappresenta un ulteriore tassello della frammentazione del mercato mondiale.
Il ministro dell’Energia emiratino, Suhail Mohamed al-Mazrouei, è stato intervistato telefonicamente da Reuters, affermando che la decisione è stata presa senza una consultazione preliminare con altri paesi. “Questa è una decisione politica – ha detto – è stata presa dopo un’attenta analisi dell’attuale e delle future politiche riguardanti i livelli di produzione“.
Il governo degli EAU, perciò, indica come fondamento di questa scelta interessi nazionali prettamente economici. Ma quando si tratta di petrolio, è ovvio che origini e conseguenze delle azioni vanno comprese in una dimensione strategica globale.
C’è di certo la ricerca di un tornaconto economico. Gli Emirati hanno investito Decine di miliardi per allargare la capacità di produzione dei suoi pozzi fino ai 5 milioni di barili al giorno, ma la politica di stretto controllo della produzione da parte dell’Opec ha per ora impedito di sfruttare a pieno questa capacità.
È chiaro che aumentare la produzione potrebbe ridurre relativamente i prezzi, ma Abu Dhabi punta a capitalizzare il più possibile nel prossimo decennio: per il 2040 è previsto il picco della domanda energetica a livello mondiale, e l’abbandono della transizione energetica da parte di USA e UE promette di allungare la fame di idrocarburi.
Inoltre, l’aggressione all’Iran ha portato a danni significativi alle infrastrutture petrolifere, e alcuni vuoti sul mercato potrebbero offrire nuove opportunità di vendita. Secondo alcuni analisti, dal 2027, con una produzione a pieno regime, gli EAU potrebbero comunque guadagnare almeno 50 miliardi di dollari ulteriori, circa un quinto del PIL del paese.
A fianco dell’oro nero, di cui offrono già circa il 4% delle forniture mondiali (intorno ai 4 milioni di barili al giorno), gli Emirati hanno deciso di diversificare le proprie capacità. Poche ore prima dell’annuncio sull’Opec, il Financial Times ha rivelato che la Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC) avrebbe piani per investire decine di miliardi di dollari nel mercato del gas naturale degli Stati Uniti.
XRG, il braccio operativo per gli investimenti esteri di ADNOC, avrebbe sul tavolo ben 29 potenziali accordi negli States. Il Chief Investment Officer Nameer Siddiqui ha detto che l’obiettivo è quello di costruire un business globale del gas verticalmente integrato, dall’estrazione alla distribuzione passando per la liquefazione.
Lo sguardo diretto agli USA non è una scelta come un’altra, ma è il frutto di una precisa scelta di allineamento strategico rispetto a un quadro dell’Asia Occidentale in forte trasformazione in virtù delle aggressioni imperialiste e dell’espansionismo suprematista del sionismo. È anche un risultato che Trump si vorrà rivendicare.
The Donald non ha mai nascosto la contrarietà alla politica di alti prezzi perseguita dall’Opec. Il petrolio di scisto stelle-e-strisce è conveniente estrarlo se ci sono prezzi sostenuti, ma finché Washington è autosufficiente, avere prezzi che sfiorano i 100 dollari a barile diventa un problema per i consumi di tutti i giorni.
Ma c’è anche e soprattutto una questione di riaffermazione degli Stati Uniti come ago della bilancia nella configurazione dei mercati globali. Da tempo Trump preme per far investire gli alleati nelle filiere statunitensi, e inoltre, sin dal rapimento di Maduro, ha puntato su di una politica predatoria che vuole imporre il dominio o comunque il controllo sui flussi del fossile.
Questa strategia serve a salvare il petrodollaro, a rallentare la dedollarizzazione, e dunque a garantire il “biglietto verde” come strumento di proiezione imperiale. C’è anche il tema che tale politica predatoria viene usata innanzitutto per fare cassa sugli alleati, come già succede con la vendita del GNL ai paesi europei che, una scelta suicida dopo l’altra, hanno confermato la volontà di abbandonare il gas russo a partire dal 2027.
Sembrerebbe che il viaggio di Meloni nel pieno della guerra all’Iran non abbia sortito gli effetti sperati. Abu Dhabi ha scelto di rompere col cartello guidato dall’Arabia Saudita, con la quale ha ormai uno scontro aperto per assumere un ruolo di preminenza regionale. E di farlo cementificando i rapporti con Washington e, di conseguenza, con Tel Aviv.
La rottura con l’Opec va vista come una rottura che avviene sulla linea di faglia degli Accordi di Abramo. Gli Emirati hanno sostenuto apertamente l’aggressione israelo-palestinese all’Iran, e non nascondono dunque di vedere con fastidio la mediazione del Pakistan.
Tale mediazione si inserisce in una già cominciata ridefinizione delle alleanze regionali. Islamabad ha stretto con Riyad un’alleanza militare che comprende anche un cappello nucleare, mentre Abu Dhabi ha chiuso da poco una nuova partnership militare con l’India, avversario storico del Pakistan.
La normalizzazione dei rapporti con Tel Aviv da parte dei sauditi sulla questione palestinese ha sempre rappresentato l’argine principale all’affermazione definitiva della preminenza israeliana nella regione, e dunque ancora una volta l’autodeterminazione del popolo palestinese si “internazionalizza” in un nodo strategico per tutta la fase storica che vive il capitalismo.
In sintesi, la rottura degli Emirati con l’Opec segna una frattura economica significativa, ma rappresenta anche una conseguenza inevitabile di divergenze geostrategiche. Soprattutto, sul lungo periodo e rispetto alla fase storica, è un altro tassello nella frammentazione del mercato mondiale in blocchi e area in sempre più accesa competizione. Competizione che si risolve in aggressioni militari e predatorie come quelle statunitensi e sioniste.
Pubblicato il: 02/05/2026 da Giacomo Simoncelli