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L’Ordine dei giornalisti adotta la definizione di antisemitismo della Jerusalem Declaration, non quella dell’IHRA

L’Ordine dei giornalisti adotta la definizione di antisemitismo della Jerusalem Declaration, non quella dell’IHRA

Mentre il Parlamento blinda il ddl n. 1004 basato sulla definizione IHRA, il Consiglio Nazionale dell’Ordine sceglie la “Jerusalem Declaration”. Una mossa per proteggere il diritto di cronaca e distinguere l’odio razziale dal dissenso politico.

di Giacomo Simoncelli

Si consuma uno strappo netto tra le istituzioni legislative e il mondo dell’informazione sul delicato tema del contrasto all’antisemitismo. Mentre il Senato ha recentemente approvato il disegno di legge n. 1004, che elegge la definizione dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) a pilastro normativo, il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (CNOG) ha deciso di intraprendere una direzione diametralmente opposta, necessaria a tutela della professione.

La svolta del CNOG: la “Jerusalem Declaration”

Con una mozione approvata a maggioranza il 31 marzo – presentata dai consiglieri Matteo Pucciarelli, Angela Caponnetto, Fulvia Caprara e Danilo De Biasio – l’Ordine ha scelto di adottare come riferimento prioritario la Jerusalem Declaration on Antisemitism. Si tratta di un documento redatto da circa duecento accademici internazionali specializzati in storia della Shoah e del Medio Oriente, nato con l’obiettivo di fornire criteri più stringenti e meno ambigui nella lotta ai pregiudizi.

La decisione non è meramente simbolica, ma agisce come uno scudo professionale. Così, il CNOG ribadisce il proprio impegno contro ogni forma di razzismo, ma mette in guardia dai rischi di sovrapposizione di due categorie ben differenti. Secondo l’articolo 9 del nuovo codice deontologico (in vigore dal 1° giugno 2025), il giornalista è tenuto a non discriminare, ma deve poter esercitare il proprio “diritto insopprimibile” di critica e di espressione, garantito dalla Costituzione.

Il nodo IHRA: critica politica o antisemitismo?

Il cuore della controversia risiede negli undici esempi operativi che accompagnano la definizione IHRA. Di questi, ben sette riguardano lo Stato di Israele. Una commistione che, secondo i firmatari della mozione e anche varie organizzazioni umanitarie (in primis Amnesty International e Human Rights Watch), rischia di trasformarsi in uno strumento di censura.

Il timore è che critiche legittime alle politiche di Israele, all’occupazione dei territori palestinesi o all’operato dei coloni possano essere etichettate tout court come antisemitismo. È inoltre importante ricordare che persino Ken Stern, principale redattore dell’originale definizione IHRA, ha espresso preoccupazione per la strumentalizzazione del testo nell’implementazione di politiche di criminalizzazione di posizione politiche divergenti rispetto a quelle di Tel Aviv. Al contrario, la Jerusalem Declaration pone un confine netto: la lotta all’odio antiebraico non può e non deve diventare un limite alla denuncia di violazioni dei diritti umani o alle opinioni sul sionismo.

Il rischio di un reato d’opinione e la repressione di stato

Mentre in passato l’adozione della definizione IHRA da parte, ad esempio, dell’Ordine del Lazio aveva dato origine a un dibattito acceso, in questo caso appare chiaro lo sforzo di garantire un dibattito pubblico aperto in un frangente in cui appare chiaro l’uso strumentale di accuse di antisemitismo per mettere a tacere le piazze. Le straordinarie mobilitazioni dello scorso autunno, proseguite in varie forme fino a oggi, hanno colpito in profondità la tenuta di tutta la classe politica, centrodestra e centrosinistra.

Da quelle piazze è emersa una frattura, morale, culturale, politica, che ha messo in discussione l’allineamento strategico dell’Italia con Israele, ma anche il ruolo del complesso militare-industriale e, di conseguenza, la svolta bellicistica della UE tutta. Anche il decreto Sicurezza è stato pensato con lo scopo di colpire duramente i militanti più resilienti e attivi, così da eliminare quel tessuto organizzato che è dietro a ogni grande mobilitazione di massa. L’atto del CNOG, in un certo senso, è una boccata d’aria fresca per la tenuta democratica del paese.

Pubblicato il: 03/04/2026 da Giacomo Simoncelli