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Libro Bianco del Made in Italy 2030: con guerra ed inflazione sullo sfondo il futuro resta incerto

Libro Bianco del Made in Italy 2030: con guerra ed inflazione sullo sfondo il futuro resta incerto

Il Libro Bianco Made in Italy 2030: la strategia industriale italiana tra opportunità e incertezze nel documento del MIMIT che delinea le politiche per il prossimo decennio, con il piano punta a rafforzare la competitività del Paese attraverso il manifatturiero avanzato e settori emergenti, mentre elemento centrale è il nuovo modello di “Stato stratega” con un ruolo di coordinamento. Ma tra costi energetici elevati, instabilità internazionale e incertezze politiche le sfide per l’attuazione del piano sono grandi.

Di Emilio Banchetti

Lo scorso 29 gennaio, senza troppo clamore mediatico se non tra gli addetti ai lavori, è stato ufficialmente presentato al CNEL il “Libro Bianco del Made In Italy 2030”, alla presenza del Ministro Urso e del presidente del Cnel Brunetta. Si tratta di un documento di 320 pagine, la cui redazione ha coinvolto collegialmente oltre 200 stakeholders e think tank: un processo che il MIMIT ha cominciato nel 2024 con il precedente “libro verde”.

Un documento che, quindi, vuole tratteggiare le prospettive di crescita industriale per il prossimo quadriennio nel nostro paese. Di cosa si parla? Sarebbe di sicuro troppo lungo e complesso entrare nel merito quanto necessario, ma in sintesi il documento traccia obiettivi concreti da raggiungere entro il 2030 per rafforzare la competitività, sostenere la crescita industriale e accompagnare le transizioni in atto, con priorità di intervento e linee guida di politica industriale per il prossimo decennio. Si parla di sviluppare la manifattura e il Made in Italy d’eccellenza e ad alta specializzazione, di “Multinazionali tascabili” ed economia circolare.

Tramite il rafforzamento del manifatturiero avanzato si vuole ottenere una crescita delle esportazioni con un ulteriore apertura ai mercati globali, vengono trattati temi come l’autonomia industriale, le transizioni ecologiche e tecnologiche, la riduzione dei divari territoriali ed il rilancio del mezzogiorno, l’integrazione con le politiche europee… ma non soltanto. Ad essere individuate sono le cosiddette “5 A” dell’eccellenza italiana: agroalimentare, abbigliamento, arredo, automazione e automotive. Settori in cui il nostro Paese è storicamente considerato leader e su cui il Ministero del Made in Italy vuole continuare a puntare. Al loro fianco vengono individuati cinque settori “emergenti”: l’economia della salute, dello spazio e della difesa, la cantieristica e l’”economia blu”, con turismo e industria creativa definiti come caratterizzanti il soft power italiano.

Il ruolo dello stato tratteggiato nel documento, invece, rappresenta un cambio di paradigma: una formula introdotta come nuovo modello di intervento pubblico. Né lo “stato imprenditore” degli anni 50 e 60, né il lassez faire che non è mai realmente decollato nel nostro Paese, ma una nuova forma definita “stato stratega”: non più la proprietà diretta dell’impresa, già smantellata con le privatizzazioni, o interventi di salvataggio emergenziali, ma un ruolo di coordinamento strategico senza gestione diretta, che si occupi di pianificare con un approccio data-driven. In quest’ottica ad esempio Cassa Depositi e Prestiti diventerebbe una sorta di Istituto di Promozione Nazionale per investimenti strategici a lungo termine, mentre nascerebbe una Conferenza Permanente delle Filiere presso il MIMIT con un ruolo di governance.

Nessuna gestione diretta, quindi, con i settori strategici della nostra economia che rimarrebbero saldamente in mano ai privati: lo stato viene visto come un facilitatore, con l’ultima parola sugli investimenti che spetta alle aziende in un’ottica di “rispetto” del mercato.

L’avvio formale della Conferenza permanente delle Filiere è previsto in questa primavera, mentre a metà del 2026 dovrebbero arrivare le linee guida operative per l’accesso agli incentivi per ogni filiera ed a fine anno un primo report di monitoraggio sull’attuazione della strategia. Il 2027 sarebbe l’anno della valutazione intermedia di questo percorso verso il 2030 e di eventuale aggiornamento della roadmap, anno elettorale, almeno fino al risultato del referendum della giustizia dello scorso 14 marzo che potrebbe aver scompigliato le carte sul tavolo anche del Ministro Urso, con l’esecutivo letteralmente a gambe all’aria dopo la sconfitta.

Va inoltre notato come il libro bianco sia stato varato in una fase di sicura incertezza internazionale, ma che non vedeva ancora l’escalation improvvisa dell’attacco israelo-americano all’Iran. I costi dell’energia, infatti, figuravano già tra i punti critici del documento: tra i più alti di tutto il continente, mettono l’Italia in una posizione di svantaggio competitivo palese. Il concetto cardine utilizzato è quello di neutralità tecnologica e, parlando di transizione green, climatica. Qui ricompare, tra le altre risorse da sfruttare come le rinnovabili, il nucleare. Sul piano schiettamente geopolitico si punta alla riduzione dei rischi consolidando tre direttrici: il reshoring, riportare cioè alcune produzioni strategiche in Italia, nearshoring, spostarle verso paesi vicini ed “affini”, friendshoring, ovvero privilegiare il rapporto con paesi alleati.

La condizionalità, quindi, del rilancio dell’industria in Italia, è strettamente collegata con gli scenari che si aprono: la guerra, con i costi dell’energia in rialzo che mettono in dubbio tutta l’impalcatura, la crisi politica causata dal referendum sulla giustizia, le condizioni di crisi pre-esistenti rispetto all’oggi e l’incertezza sulle risorse finanziarie sono scogli che andranno superati in tempi brevi. Altrimenti il destino del libro bianco del MIMIT sarà solo quello di rimanere su carta.

Pubblicato il: 30/03/2026 da Emilio Banchetti