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Ex Ilva: nel 2026 l’ennesimo bivio, il punto sulla trattativa tra politiche industriali pubbliche assenti ed emergenza salute e sicurezza

Ex Ilva: nel 2026 l’ennesimo bivio, il punto sulla trattativa tra politiche industriali pubbliche assenti ed emergenza salute e sicurezza

Il bivio dell’Ex Ilva nel 2026: sospesa tra la sentenza di Milano che impone la riduzione delle emissioni entro agosto e le offerte contrastanti di Flacks e Jindal. Tra incertezze occupazionali, emergenze sicurezza e rischi di frammentazione degli impianti del Nord, emerge l’urgenza di una politica pubblica capace di garantire il futuro dell’acciaio italiano e la salute dei cittadini di Taranto.

di Emilio Banchetti

È l’ennesima corsa contro il tempo dell’industria italiana, probabilmente tra le più disperate, sicuramente tra le più difficili: il 2026 si presenta come nuovo snodo centrale nella vicenda Ex Ilva – ora Acciaierie d’Italia – e nella storia dell’acciaio italiano.  Mancano cinque mesi dalla data fatidica del 24 agosto 2026, quando scatterà l’ordine di sospensione della produzione nell’area a caldo dello stabilimento di Taranto.La sentenza del Tribunale civile di Milano, emessa nelle ultime settimane, ha cambiato le carte in tavola. L’associazione “Genitori Tarantini” ha ottenuto la disapplicazione parziale dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) 2025, con l’ordine di fermare gli altoforni se entro sei mesi non verranno drasticamente ridotte le emissioni inquinanti. “Rischi attuali di pregiudizi alla salute”: queste le parole dei giudici milanesi per un’industria che dal 2012 vive sotto sequestro preventivo, ma con facoltà d’uso garantita dai decreti “salva-Ilva”.

In questo scenario la trattativa per nuovi compratori ha preso una piega inattesa. A contendersi il futuro di Acciaierie d’Italia non è più un solo candidato, ma due: il fondo americano Flacks Group LLC e il colosso siderurgico indiano Jindal Steel International, che ha fatto un clamoroso ritorno nella partita.  A ufficializzare la notizia è stato il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, durante un’informativa al Senato il 12 marzo.

Il fondo finanziario americano, specializzato in acquisto di attività in dissesto, ha proposto l’acquisizione simbolica ad un euro ed un piano di investimenti di 5 miliardi, mentre del colosso indiano dell’acciaio non si conosce offerta economica, sicuramente ridimensionata rispetto a quelle avanzate in passato, ma prevedrebbe un piano di investimenti di 1,5 miliardi in Italia oltre i 3 già investiti in Oman, da dove proverrebbe gran parte di semilavorati che andrebbe ad alimentare gli stabilimenti italiani, Taranto in particolare. Per quanto riguarda il piano occupazionale, in entrambi i casi gli esuberi sarebbero insostenibili: Flacks conta di ridurre il personale a circa 8.500 unità, con circa 1.200 licenziamenti, mentre per Jindal si parla addirittura di più che dimezzare gli addetti, che resterebbero un numero tra i 4 ed i 6.000 per la possibile chiusura dell’area a caldo, sebbene il ministro Urso abbia recentemente precisato che non sono previste chiusure immediate della stessabra.

Flacks propone il mantenimento parziale ciclo integrato con un altoforno e due forni elettrici, in questo modo conta di produrre 6 milioni di tonnellate all’anno entro il 2030, con partner quali l’italiana Danieli e l’ucraina Metinvest. Lo stesso target produttivo è stato fissato da Jindal, che lo realizzerebbe grazie alle 4 milioni di bramme di acciaio preridotto provenienti dalla sua acciaieria in Oman, mentre due milioni verrebbero prodotte direttamente da un forno elettrico a Taranto, qui infatti sembra sia prevista la chiusura immediata cokerie, con la dismissione totale ciclo integrato entro il 2030.

Il Ministro Urso, dal canto suo, ha fissato tre punti che considera centrali nella trattativa: la cessione aree dismesse a Taranto e Genova per progetti di reindustrializzazione, la presenza di soggetti industriali nella compagine azionaria (non solo fondi finanziari), la sostenibilità finanziaria nel tempo con garanzie concrete sugli investimenti. Evidentemente entrambe le offerte non soddisfano a pieno questi tre punti: Flacks ha una natura esclusivamente finanziaria e le garanzie sembrano essere insufficienti, oltre all’inesperienza nel settore metallurgico; Jindal è criticato invece per la mancanza di dettagli operativi, per ora ha avanzato solo una manifestazione di interesse, oltre alla dipendenza da forniture omanite che andrebbero, inevitabilmente, a coinvolgere un quadrante infuocato da un punto di vista geopolitico come il Golfo Persico.

Nel frattempo, non è ancora escluso il rischio dello spezzatino: gli stabilimenti del Nord vivono una vertenza parallela che rischia di frammentare definitivamente il gruppo. Novi Ligure (laminati a freddo) e Cornigliano/Genova (spessori sottili) sono nel mirino di acquirenti che puntano all’acquisizione di singoli pezzi della filiera.

Marcegaglia ha rinnovato l’interesse per Novi Ligure, con l’ipotesi di integrarlo con Cornigliano e costruire un forno elettrico ad arco a Genova. Sideralba, il Gruppo Rapullino, punta invece allo stabilimento di Racconigi e ad altri tubifici della galassia Ilva. Ma la vendita “a spezzatino” potrebbe compromettere la continuità industriale e occupazionale, con rischi per i circa 20.000 lavoratori coinvolti.

Dentro i cancelli, intanto, la situazione è drammatica. Il 2026 si è aperto con due morti sul lavoro nello stabilimento tarantino: Claudio Salamida (12 gennaio) e Loris Costantino (2 marzo), entrambi precipitati da altezze elevate durante operazioni di manutenzione. Sono le ultime vittime di un bollettino di guerra che dal 2003 ad oggi conta almeno 24 morti per incidenti sul lavoro nell’ex Ilva.

Fuori dai cancelli, la situazione è tragica: lo stabilimento ha emesso per decenni sostanze nocive come diossine, benzene, polveri sottili (PM10) e idrocarburi policiclici aromatici (IPA). Gli studi epidemiologici confermano ciò che i tarantini sanno da anni: c’è un eccesso di mortalità e morbilità per patologie respiratorie, tumorali e cardiovascolari nella popolazione esposta.

La decisione sulle offerte, che era prevista per fine marzo, è ormai slittata ad aprile. Da qui al 24 agosto 2026, Acciaierie d’Italia deve dimostrare di poter ridurre le emissioni inquinanti a livelli compatibili con la salute dei cittadini. Ma non solo: Governo e commissari devono scegliere tra Flacks e Jindal o una terza via, presentare un piano di decarbonizzazione che non sia solo carta straccia, garantire occupazione e sicurezza dei lavoratori ed evitare che il gruppo si frantumi in mille pezzi. Senza questi requisiti, ben più stringenti dei punti fissati da Urso perché ne va della vita di lavoratori e cittadinanza, difficile immaginare un futuro per l’acciaio italiano. La nazionalizzazione sembra rimanere l’unica strada che possa garantire salute per la cittadinanza e occupazione per i lavoratori, ma è una prospettiva che la politica nostrana ignora volutamente da tempo e a prescindere dal colore politico: vorrebbe dire mettere mano a un sistema di convenienze tra capitalismo, italiano ed internazionale, ed una classe politica come quella nostrana.

A mancare, lo denunciano da anni sindacati come Usb, è proprio quella visione di una politica industriale pubblica che sarebbe necessaria per salvare Ex Ilva: Taranto, l’Italia intera, l’Europa che guarda alla transizione ecologica dell’acciaio, trattengono il fiato. Questa volta, o si cambia davvero, o si chiude.

Pubblicato il: 19/03/2026 da Emilio Banchetti