Vizi privati, pubbliche virtù
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La tragedia di Mayerling riletta in chiave di delirio erotico.
Rodolfo d’Asburgo (Lazlo Balaszovits) principe ereditario, non potendo contrastare il padre sul piano del potere, si ribella organizzando una rivolta anarchica, attraverso uno scandalo sessuale continuato, che coinvolge l’amante Maria Vetsera, Mary, in realtà ermafrodito (Therese Ann Savoy), la sorellastra Sofia (Pamela Villoresi) e decine di persone in orge derisorie e fortemente trasgressive, fin quando il padre Francesco Giuseppe ne ordina l’eliminazione, inventando la tesi dell’omicidio suicidio.
Un film caotico, ma immaginifico, con lunghi piani sequenza popolati da decine di personaggi, che si esibiscono in danze e rituali erotici. Alcune immagini, specie quelle che presagiscono la fine, sono a loro modo non prive di uno spirito elegiaco, ma Jancsó e la sceneggiatrice Gagliardo subirono comunque una condanna per oscenità. Meno misurato di quanto avesse dimostrato nei suoi capolavori “storici”, come L’armata a cavallo o I disperati di Sandor, il regista ungherese, allievo di Antonioni, ci regala comunque un’opera visionaria e ribelle. Va segnalata anche l’ottima interpretazione di Laura Betti, nel ruolo della nutrice, anch’essa compagna sessuale del principe ereditario.
Pubblicato il: 08/10/2026
Visti in prima visione, la rubrica curata dal nostro esperto cinefilo Marcello Gerardi, si occupa di Vizi privati, pubbliche virtù di Miklós Jancsó.





La tragedia di Mayerling riletta in chiave di delirio erotico.
Rodolfo d’Asburgo (Lazlo Balaszovits) principe ereditario, non potendo contrastare il padre sul piano del potere, si ribella organizzando una rivolta anarchica, attraverso uno scandalo sessuale continuato, che coinvolge l’amante Maria Vetsera, Mary, in realtà ermafrodito (Therese Ann Savoy), la sorellastra Sofia (Pamela Villoresi) e decine di persone in orge derisorie e fortemente trasgressive, fin quando il padre Francesco Giuseppe ne ordina l’eliminazione, inventando la tesi dell’omicidio suicidio.
Un film caotico, ma immaginifico, con lunghi piani sequenza popolati da decine di personaggi, che si esibiscono in danze e rituali erotici. Alcune immagini, specie quelle che presagiscono la fine, sono a loro modo non prive di uno spirito elegiaco, ma Jancsó e la sceneggiatrice Gagliardo subirono comunque una condanna per oscenità. Meno misurato di quanto avesse dimostrato nei suoi capolavori “storici”, come L’armata a cavallo o I disperati di Sandor, il regista ungherese, allievo di Antonioni, ci regala comunque un’opera visionaria e ribelle. Va segnalata anche l’ottima interpretazione di Laura Betti, nel ruolo della nutrice, anch’essa compagna sessuale del principe ereditario.

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