Luigi Tenco: il suo primo album omonimo uscì l’11 novembre 1962

Credo anch’io [come Jacques Brel] che un uomo debba essere interamente quello che vuole essere. L’importante è sapere cosa si vuole. E io penso di saperlo. È questa sicurezza che dà fastidio a tanta gente?
Secondo me, un cantante non deve essere soltanto una macchina da soldi. Per prima cosa deve esprimere quello che ha dentro. Uno scrittore lo farebbe con un romanzo, uno scultore col marmo, perché il cantante non dovrebbe farlo con una canzone? Si tratterà alla fine di vedere se è una buona o una cattiva canzone, ma solo questo. Che il cantante sia simpatico o antipatico, conta molto poco.

Canterò finché avrò qualcosa da dire, sapendo che c’è qualcuno che mi sta a sentire e applaude non soltanto perché gli piace la mia voce ma perché è d’accordo con il contenuto delle mie canzoni. E quando nessuno vorrà più stare ad ascoltarmi, bene, canterò soltanto in bagno facendomi la barba. Ma potrò continuare a guardarmi nello specchio senza avvertire disprezzo per quello che vedo. (Luigi Tenco)

di Skatèna

11 novembre 1962: Luigi Tenco rilascia per l’etichetta Ricordi il suo primo album omonimo: contiene due brani già pubblicati su 45 giri (Mi sono innamorato di te/Angela), due nuove versioni di canzoni già pubblicate, che con l’occasione vengono pubblicate in contemporanea su 45 giri (Quando/Il mio regno), e gli inediti Io sì e Una brava ragazza (che verranno pubblicati su 45 giri a settembre del 1963), La mia valleIl tempo passòCome mi vedono gli altri e Cara maestra (che verrà pubblicato su 45 giri a novembre del 1967).

Luigi Tenco è stato un personaggio fondamentale della canzone d’autore italiana e la longevità della sua musica è dovuta in primo luogo alla sua qualità artistica e non al discusso colpo di pistola che ha messo fine alla sua vita nel 1967 (rockol). E’ una figura che continua ad affascinare e resta un punto di riferimento imprescindibile: un artista seducente e scomodo, fiero e disperato, coerente fino in fondo, dalla forte personalità. Fabrizio De André, che fu suo amico ed estimatore, una volta dichiarò che “senza Tenco io non ci sarei stato“, sottolineando così il vuoto artistico che il cantante piemontese lasciò dopo la sua morte.

Tenco ha attuato una vera e propria rivoluzione socio-culturale, oltre che musicale, esercitando grande influenza sugli artisti a lui contemporanei e su quelli delle generazioni a venire. Egli ruppe con la musica tradizionale italiana per abbracciare tematiche considerate all’epoca all’avanguardia, dai sentimenti umani visti nella loro crudezza, fino ad arrivare alla critica politico-sociale dell’italiano medio (considerato a mo’ di “addormentato” rispetto al cambiamento propinato dall’emergente contestazione dei dogmi e della cultura tradizionale), ma sempre con forti accenni individualisti (per Morgan, dietro la filosofia di Tenco vi è il pensiero esistenzialista francese, in primis di Jean-Paul Sartre), anticipando così molte delle istanze che saranno fatte proprie, in seguito, dai sessantottini. 

Per Gianfranco Reverberi – uno dei compositori e arrangiatori che hanno fatto la storia della musica italiana – Tenco era proprio come nella foto di cui sotto, insieme da ragazzi, con Gaber, nella loro prima band, I Cavalieri: si trovano al club Santa Tecla di Milano e il sassofonista Luigi non guarda neppure verso il fotografo, appoggiando il piede sulla transenna con aria strafottente.  “Faceva sempre così, oppure assumeva pose tristissime. In quel periodo andava di moda James Dean e lui giocava a fare l’artista tormentato per far colpo sulle ragazze. Ma sceso dal palco si toglieva la maschera e tornava a essere allegro e spiritoso come sempre”. (fonte: capital.it)