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Lo strano caso di Youssef Siher

Lo strano caso di Youssef Siher

Un account nato all’indomani della rivolta è diventato, nel racconto pubblico, la regia della rivolta stessa. Il caso Siher dice molto sul livello di manipolazione del discorso pubblico e sulla sempre maggiore uniformazione banalizzante della stampa.

di Alessio Ramaccioni

Sabato 17 ottobre, a Milano, una manifestazione sul carovita, il prezzo della benzina e la pressione fiscale si trasforma nell’innesco di scontri e devastazioni, portati da una moltitudine di persone caratterizzate, in particolare, da due caratteristiche: la giovane età e una sorta di background sociale. Vengono per lo più dalle periferie (ma non tutti), ed alcuni di loro sono immigrati di prima o seconda generazione. Vetrine sfondate, negozi saccheggiati, piazza Duomo occupata: il bilancio provvisorio parla di circa 60 fermati, più della metà minorenni, e almeno 25 feriti. Nelle ore successive ai fatti, emerge un’altra caratteristica della protesta, messa in evidenza dalla stampa, ma anche dalle istituzioni: i gruppi di giovani coinvolti negli scontri sembravano agire “senza un coordinamento apparente”.

Il giorno dopo, su Instagram, compare una nuova pagina, dal nome abbastanza chiaro nei riferimenti: “Movimento 17 ottobre”, con un canale Telegram associato che supera i 10mila iscritti in meno di una settimana.

Sabato 24 la polizia ferma un ricercatore bresciano di 30 anni, Youssef Siher, ritenuto l’amministratore di quella pagina. Nel giro di poche ore i titoli dei giornali e dei tg lo definiscono come “la mente”, “il regista degli scontri”.

Già solo la banale sequenza temporale dei fatti basterebbe a sollevare una domanda elementare: come si dirige una piazza attraverso un profilo che, quando la piazza è esplosa, non esisteva ancora?

Youssef Siher ha 30 anni, è nato a Brescia da famiglia marocchina e vive a Mazzano. Laurea in Scienze umanistiche per la comunicazione e magistrale in Scienze politiche alla Statale di Milano, uno stage all’ISPI nel 2024, collaborazioni con il Foglio e il Fatto, oggi un lavoro di etichettatura dati per la startup americana Mercor. Attivista filo-palestinese.

La Procura di Milano gli contesta l’istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e dall’uso del mezzo informatico, e la nuova fattispecie di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche. Viene indagata anche la moglie. L’uomo sarebbe stato individuato grazie all’indirizzo IP fornito da Meta e trovato a casa di un’amica, a Milano. Al momento è – ovviamente – solo un indagato.

La cronologia come dicevamo, è il punto in cui il racconto si incrina. Le stesse carte d’accusa, per come le riporta la stampa, non dicono che Siher abbia organizzato il 17 ottobre. Dicono che avrebbe “alimentato la protesta per giorni”, puntando a “replicare il caos” il sabato successivo. L’ipotesi riguarda il 24, non il 17.

Eppure, sia la politica – o almeno una parte di essa – sia la stampa lo presentano come “regista degli scontri”: ma tra un’accusa di istigazione per una piazza futura e la paternità di una rivolta passata c’è tutta la distanza che separa un’indagine da una narrazione. Ed è in quella distanza che il caso si è gonfiato.

E dunque: Siher avrebbe acceso la miccia, o al massimo provato a mettere il cappello su qualcosa di già esistente, ed attivo a prescindere dalla sua volontà ?

Allargando un po’ l’analisi, la situazione si chiarisce ulteriormente: il 20 ottobre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha definito gli scontri il “punto di arrivo” di una presunta guerra ibrida, che dice di denunciare inascoltato da quattro anni. Parla di TikTok e YouTube come “strumenti”, e di una contro-educazione ricevuta dai giovani da un soggetto che però non definisce.  Non indica alcuno Stato, insomma, come responsabile di questo presunto attacco ibrido, ma il riferimento alla Russia appare evidente. Il vicepremier Salvini lo smentisce il giorno stesso, definendo “stramba” la sottesa ipotesi russa, sostenendo di preferire la tesi “filoislamica”: quasi una sorta di sfida interna alla maggioranza a trovare il “nemico” più adatto ad obiettivi politici ed elettorato.

Poi arriva il fermo di Siher, e la regia degli scontri cambia definitivamente nazionalità. Non più Mosca ma la “galassia ProPal”, come scrive il ministro dell’Interno Piantedosi. Quindi non più guerra ibrida di Putin, ma manipolazione del malcontento giovanile da parte di una non precisata “internazionale filoislamica”.

Insomma, tutte le tesi sono valide tranne quella più plausibile, ed attinente alla realtà: giovani generazioni senza futuro, senza prospettive, cresciuti in famiglie sempre più impoverite, che vedono sempre più reale la prospettiva di militarizzazione delle società, mentre le eventuali e legittime ambizioni di studiare ed evolversi vengono sempre più rese utopia da tagli al welfare ed elitarizzazione del sapere. Tutto questo, unito – nel caso del 17 ottobre – ad una insoddisfazione e sofferenza sociale di chi è ghettizzato nelle periferie, deprivato dei servizi essenziali e reso schiavo dei messaggi ultra capitalisti degli abiti griffati e dei soldi facili.

No, meglio parlare di guerra ibrida e di Islam, così si dà un bel colpo alle politiche di riarmo e contemporaneamente si procede con la demonizzazione dell’immigrato, utilissima in campagna elettorale. Che poi la guerra ibrida, per definizione, è fatta di operazioni coperte, account falsi, intermediari, attribuzioni impossibili. Youssef Siher invece gestiva una pagina pubblica, si è collegato dal proprio indirizzo IP, che Meta infatti consegna agli inquirenti, era già schedato dall’AISI ed ha una vita pubblica sui social, firmata con nome e cognome. Insomma, un comportamento davvero strano per un manipolatore esperto di guerra ibrida, infiltrazione e cyberterrorismo. A spiegare bene la particolarità della vicenda è una fonte investigativa, citata dalla stampa: un servizio segreto straniero difficilmente avrebbe lasciato tante tracce.

Istigare alla violenza è reato anche quando lo si fa in modo maldestro, e saranno i giudici a dire se Siher lo abbia fatto o meno: ma un’imputazione per istigazione – tutta da dimostrare – non diventa, per il solo fatto di esistere, la prova di una strategia geopolitica.

Anche perché il movimento – se così può essere definito – sceso in piazza il 17 ottobre, ed anche il 24, rifiuta esplicitamente qualsiasi rappresentanza. Ma serviva un “capo”, un grande movente utile ad affermare le tesi che sono alla base del discorso politico predominante oggi. Lo si è trovato, quasi perfetto per il ruolo: trentenne, laureato, immigrato di seconda generazione, arabofono, attivista pro Palestina, schedato dai servizi. Nel frattempo, il governo ha varato un nuovo decreto sicurezza: ed infatti il nuovo reato di violenza organizzata compare tra le accuse a suo carico.

 

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Pubblicato il: 25/10/2026 da Alessio Ramaccioni