Traccia corrente

MELTINGPOT (REPLICA) con RICCARDO PURE RANKING

Microrchestra - Garota de Ipanema

MELTINGPOT (REPLICA) con RICCARDO PURE RANKING
Ascoltaci dal pcVLC_Icon

Fondi Safe e spesa militare: il cortocircuito del governo e la spaccatura nell’opposizione

Fondi Safe e spesa militare: il cortocircuito del governo e la spaccatura nell’opposizione

Dalla falsa partenza di Tajani sui 14,9 miliardi alla pressione della Commissione UE: il nodo del riarmo riaccende lo scontro politico a Roma e fa emergere le divisioni sia nella maggioranza che nel campo largo.

di Giacomo Simoncelli

Il dibattito sulla difesa e sulle spese militari si trasforma nell’ennesimo terreno di scontro politico per il governo e per l’opposizione. Al centro della tempesta c’è il ricorso allo strumento europeo Safe (Security Action for Europe), la linea di credito agevolata ideata da Bruxelles per finanziare l’acquisto di armamenti e sostenere la capacità difensiva dei paesi membri.

A far scoppiare il caso è stato l’annuncio del ministro degli Esteri Antonio Tajani durante l’audizione congiunta alle Commissioni Affari Esteri e Difesa di Camera e Senato. Il vicepremier aveva ufficializzato la decisione dell’Italia di richiedere l’intero plafond a disposizione, pari a 14,9 miliardi di euro entro la fine dell’anno. Un’affermazione che ha immediatamente innescato una reazione a catena dentro e fuori la maggioranza.

La retromarcia di Tajani e i chiarimenti chiesti dalla Commissione UE

A poche ore dall’annuncio, di fronte ai distinguo del ministro della Difesa Guido Crosetto e ai paletti posti dalla Lega – con il senatore Claudio Borghi che ha ricordato come l’ultima parola spetti al Parlamento -, Tajani ha operato una brusca retromarcia. Lasciando l’aula, il titolare della Farnesina ha precisato che i 14,9 miliardi non sono stati formalmente richiesti, bensì soltanto “prenotati” come semplice manifestazione d’interesse, rinviando a fine anno la decisione effettiva su quanti fondi utilizzare.

La piroetta politica non è passata inosservata a Bruxelles. Un portavoce della Commissione Europea ha sollecitato l’Italia a chiarire la propria posizione in tempi brevi, sottolineando che non c’è tempo da perdere in politcismi. Qualora l’Italia decida di rinunciare a parte della somma, la normativa europea impone infatti scadenze stringenti per riallocare le risorse ad altri stati membri prima della fine dell’anno.

L’analisi finanziaria: convenienza tecnica e costi reali

Dal punto di vista contabile, il ministro Crosetto ha derubricato il ricorso al Safe a una scelta “tecnica“. Lo strumento sostituisce l’emissione di titoli di stato tradizionali (BTP e CCT) sfruttando la capacità di indebitamento dell’UE a tassi più vantaggiosi. Secondi gli studi in merito, ciò significherebbe un risparmio sugli interessi sul debito di circa 60 milioni di euro all’anno.

Ma per rimborsare il prestito, riporta l’Osservatorio Mil€x, si spenderanno tra i 27 e i 32 miliardi (a seconda dello scenario favorevole o meno sui tassi di interesse). Se l’aumento delle spese militari venisse finanziato tramite i titoli italiani, si sborserebbero oltre 3 miliardi in più, ma è qui che scatta la mistificazione politica.

Chiedere i finanziamenti Safe significa legarsi mani e piedi al programma di riarmo europeo, rendendo nei fatti vincolata una fetta importante della spesa pubblica per i prossimi decenni. È un modo per imporre ancora una volta il “pilota automatico” della UE sulle scelte politiche di qualsiasi governo verrà, rendendo la deriva bellicista il fulcro intorno a cui si strutturerà il futuro del paese (a discapito delle spese sociali, ovviamente).

Le opposizioni all’attacco e le crepe nel “campo largo”

L’incertezza dell’esecutivo ha rinvigorito gli attacchi dell’opposizione, che appare tuttavia profondamente divisa sulla sostanza politica della spesa militare. Il PD guidato da Elly Schlein ha ribadito un orientamento favorevole agli investimenti comuni europei sulla difesa, sostenendo che l’uso di fondi sovranazionali consenta di rafforzare la sicurezza senza intaccare le risorse per la spesa sociale nazionale.

Giuseppe Conte ha accusato il governo di aver ipotecato il futuro del paese a favore delle spese militari. Sulla stessa linea c’è AVS, che ha denunciato il contrasto tra le risorse destinate alle armi e la mancanza di investimenti su sanità, stipendi e caro vita. Se nel primo caso c’è un appiattimento totale sul riarmo, nel secondo caso viene detta una mezza verità, perché non viene poi denunciata la tendenza strutturale all’aumento delle spese militari di cui tutta la classe dirigente è stata responsabile.

Per farlo, bisognerebbe denunciare sia la svolta guerrafondaia della UE – usata per assumere un ruolo attivo nella competizione globale – sia l’allineamento strategico definito dalla cornice NATO, mettendo finalmente fine alla partecipazione a questa alleanza aggressiva e destabilizzante. Un passo che il “campo largo” si guarda bene dal fare.

Pubblicato il: 31/07/2026 da Giacomo Simoncelli