Esplosione a Colleferro: il riarmo a scapito della sicurezza
La recente esplosione alla KNDS di Colleferro solleva interrogativi importanti sul piano della sicurezza sul lavoro e dell’ambiente: il costo umano ed ecologico del riarmo non è sostenibile.
Di Emilio Banchetti
Le immagini della devastante esplosione che giovedì 13 agosto ha colpito l’ex Simmel Difesa di Colleferro hanno fatto il giro del Paese. Nella fabbrica, oggi KNDS Ammo Italy, era scoppiato un incendio che aveva fatto scattare l’allarme e il sito era stato immediatamente evacuato; tuttavia, mentre i vigili del fuoco stavano arrivando, il calore ha innescato una deflagrazione che ha investito il reparto di pressatura delle polveri. Se non ci sono state vittime, oltre che alle procedure di sicurezza che hanno funzionato, lo si deve anche al fatto che, nel periodo estivo, la fabbrica operava con personale ridotto, con solo una ventina di lavoratori presenti sul sito.
Lo stabilimento di Colleferro ha un triste precedente: il 9 ottobre 2007, un’esplosione verificatasi nel reparto di caricamento e confezionamento della allora Simmel Difesa causò la morte dell’operaio Roberto Pignalberi e il ferimento di altre 13 persone. Un evento ben più grave risale al 29 gennaio 1938, quando un’esplosione nella BPD (Bombrini Parodi Delfino), che in seguito sarebbe diventata la Simmel, uccise 60 persone e ne ferì oltre 1500. Quello della Valle del Sacco è un contesto da sempre caratterizzato dalla produzione bellica, con i relativi costi in termini ambientali e di sicurezza: le industrie militari sono presenti in quel territorio da decenni e ne hanno determinato lo sviluppo, mentre le associazioni denunciano da tempo un pesante inquinamento dell’area.
Questa nuova esplosione deve far riflettere sui costi umani, ambientali e industriali delle politiche di riarmo del Governo e dell’Unione Europea: produrre armi e gestire la conseguente logistica bellica non può essere considerata un’attività neutra, ma è carica di significati politici.
Un altro impianto tristemente noto della filiera bellica è l’ex Esplodenti Sabino di Casalbordino, in provincia di Chieti: qui si sono verificate, dal solo 2020, ben tre esplosioni mortali. Nel dicembre 2020, un’esplosione all’interno di una casamatta, durante le operazioni di smaltimento di ordigni bellici, provocò 3 morti. Altri tre operai persero la vita nel settembre 2023, mentre recentissima è la morte di un altro lavoratore a seguito di un’esplosione nel luglio 2026. Nell’impianto, oggi gestito da Arca Defence Italy S.p.A. (controllata italiana di un gruppo turco), storicamente si smantellavano ordigni e si svolgevano operazioni di demilitarizzazione di materiale bellico; ora, tuttavia, lo stabilimento si sta riconvertendo al caricamento di ordigni di piccole e medie dimensioni, trasformandosi di fatto in una fabbrica di granate.
Altri gravi incidenti verificatisi negli ultimi anni in fabbriche del settore comprendono il grave infortunio di un operaio a Noceto, nel maggio 2018, nello stabilimento gestito dall’Agenzia Industrie Difesa. Nel gennaio 2019, invece, nello stabilimento Leonardo di Grottaglie (Taranto), un pesante manipolatore meccanico cedette precipitando nell’area di collaudo; il crollo avvenne fortuitamente durante la pausa mensa, senza provocare vittime o feriti.
Questi sono solo alcuni esempi di come l’ulteriore corsa al riarmo determinerà un inevitabile aumento di queste tragedie. Ci insegnano che, di fronte a un costo umano così elevato, non si può continuare a pensare all’industria bellica come a un possibile volano di sviluppo per i territori e le città.
Pubblicato il: 18/08/2026 da Emilio Banchetti