Ex Ilva: spunta la cordata italiana, ma di nazionalizzazione proprio non se ne vuole parlare
La vicenda dell’Ilva riguarda la produzione di acciaio in Italia, il diritto alla salute della cittadinanza di Taranto e il lavoro per decine di migliaia di operai. Tra la sentenza che impone la chiusura dell’area a caldo tarantina, il governo che prende tempo e la nuova cordata italiana che si starebbe facendo avanti, il grande rimosso dal dibattito rimane la possibilità di nazionalizzare per tutelare occupazione e salute fuori dalle regole del mercato.
Di Emilio Banchetti
È clima di corsa contro il tempo per il destino dell’ex Ilva e dell’intera produzione siderurgica italiana. La posta in gioco è altissima: decine di migliaia di posti di lavoro e la salute dei cittadini di Taranto, costantemente sotto minaccia. La situazione si è ulteriormente complicata da quando la Corte d’Appello di Milano, accogliendo un ricorso delle associazioni tarantine a causa delle emissioni inquinanti, ha decretato lo stop dell’area a caldo entro la fine di ottobre.
È proprio questo reparto a garantire le bramme (i semilavorati) che alimentano anche gli stabilimenti di Genova e Novi Ligure, ora a loro volta a rischio blocco. Le ripercussioni minacciano l’intera filiera: le prime proteste non si sono fatte attendere, con i sindacati scesi in piazza a Taranto per denunciare il pericolo per la continuità occupazionale dell’azienda e del suo indotto, dove si registrano già i primi licenziamenti.
Per tutta risposta, Governo e commissari straordinari stanno preparando un ricorso in Cassazione per tentare di bloccare la sentenza. Una strada quantomeno inusuale e dal successo incerto: la Suprema Corte, infatti, non può entrare nel merito delle questioni tecniche (come i livelli di polveri sottili o la presenza di amianto), ma solo intervenire su eventuali vizi di forma, errori di diritto o difetti procedurali. Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT) ha invece escluso l’ipotesi di un decreto d’urgenza per annullare d’imperio l’ordinanza dei giudici, poiché un simile atto rischierebbe un’immediata bocciatura per incostituzionalità. Nel frattempo, si valuta la possibilità di ridefinire con gli enti locali i parametri produttivi e le prescrizioni ambientali dello stabilimento. L’obiettivo è dimostrare l’introduzione di “novità tecnologiche e di sicurezza” tali da giustificare una sospensione dell’ordine di chiusura, guadagnando così tempo prezioso per le trattative con i potenziali acquirenti.
Sul fronte dei compratori emergono novità importanti. Il gruppo indiano Jindal resta il candidato estero più accreditato, un interesse che non verrebbe meno nemmeno con lo stop dell’area a caldo: il colosso asiatico, forte della possibilità di produrre semilavorati nel proprio stabilimento in Oman, potrebbe infatti importarli per alimentare le acciaierie italiane. Più defilati, ma comunque vigili sugli sviluppi, rimangono i fondi di investimento americani Flacks e Bedrock. La vera novità, tuttavia, è la nascita di una possibile cordata italiana. Promossa da Federacciai, l’iniziativa mira a coinvolgere diversi attori di spicco della filiera siderurgica nazionale. Il consiglio di presidenza ha dato formale mandato al presidente Antonio Gozzi (patron di Duferco) per presentare una manifestazione d’interesse. Sul dossier, a quanto trapela, starebbero valutando l’ingresso colossi come Arvedi, Marcegaglia, Duferco, Feralpi, Beltrame e Lucchini.
Lo scenario riporta alla mente l’operazione dei “capitani coraggiosi” che, ai tempi del governo Berlusconi, rilevarono la parte “sana” di Alitalia, lasciando i debiti sulle spalle dei contribuenti. Anche allora non finì bene: la neonata CAI (Compagnia Aerea Italiana) non riuscì a risanare i conti, bruciò miliardi di euro e l’azienda dovette essere commissariata e poi di fatto rinazionalizzata anni dopo, un percorso culminato nella nascita di ITA Airways e in pesanti esuberi occupazionali.
Nel caso dell’ex Ilva, il rischio di un’operazione “spezzatino” appare ancora più concreto. I produttori italiani, infatti, punterebbero principalmente agli impianti di trasformazione e ai siti ad alto valore aggiunto, come gli stabilimenti di Genova Cornigliano, Novi Ligure e le sole linee di finitura (a freddo) di Taranto. Il pericolo è che questa spartizione si concretizzi lasciando in dote allo Stato – e quindi alla collettività – l’onere delle aree in perdita, pesantemente inquinate e contaminate da tonnellate di amianto da smaltire.
Di fronte a questo scenario, sorge spontanea una domanda: perché si esclude a priori l’ipotesi della nazionalizzazione? Il principale ostacolo risiede nelle rigide norme europee sulla concorrenza, che vietano agli Stati membri di iniettare denaro pubblico per sostenere indefinitamente imprese in perdita. D’altronde, la Commissione Europea ha già avviato in passato procedure d’infrazione contro l’Italia, ingiungendo il recupero di centinaia di milioni di euro erogati all’ex Ilva sotto forma di “prestiti ponte” o garanzie statali, poi bollati come aiuti di Stato illegittimi. In sintesi: per Bruxelles, lo Stato italiano non può permettersi di essere l’unico proprietario di un’azienda siderurgica.
A questo si aggiunge la posizione del MIMIT, secondo cui una nazionalizzazione ex novo della siderurgia non rientrerebbe nei casi previsti dall’Articolo 43 della Costituzione. Tale articolo regola la riserva originaria o il trasferimento a enti pubblici di settori strategici, limitandolo però a monopoli, fonti di energia o servizi pubblici di utilità essenziale. Di avviso opposto sono però diversi giuristi e sindacati, i quali sostengono che la Carta Costituzionale giustifichi comunque il controllo pubblico in virtù del preminente “interesse generale” (come la salute e il lavoro), sconfessando di fatto la linea di chiusura degli ultimi governi.
Ad oggi, quella della nazionalizzazione e del controllo pubblico resta l’unica ipotesi in grado di conciliare il diritto al lavoro con quello alla salute. Lo Stato, a differenza dei privati, non è vincolato alla ricerca del profitto a breve termine: potrebbe concentrare le proprie risorse sulla decarbonizzazione e investire parallelamente nell’autoproduzione di energia, abbattendo così i costi attualmente insostenibili. Eppure, tanto per i vari governi che si sono succeduti nel nostro Paese quanto per l’Unione Europea, tutelare simultaneamente l’occupazione e la salute dei cittadini continua a essere un obiettivo di secondo piano.
Pubblicato il: 13/08/2026 da Emilio Banchetti