L’offensiva dei 40 giorni e l’ombra dell’inverno: la scommessa di Kiev non ha piegato Mosca
Pensata per costringere il Cremlino al tavolo delle trattative prima del freddo, la campagna ad alta intensità ideata da Zelensky si conclude senza le svolte strategiche auspicate. Tra la difesa della rete elettrica, il dilemma sugli F-16 e il consumo di risorse, l’Ucraina affronta uno dei momenti più delicati del conflitto.
di Giacomo Simoncelli
Doveva essere l’affondo decisivo per ribaltare l’inerzia del conflitto e costringere la Russia a stringere i tempi per una pace negoziata. La cosiddetta “Campagna dei 40 giorni”, la strategia ad altissima intensità promossa dalla leadership di Volodimir Zelensky, si è invece conclusa in maniera amara: un bilancio ben lontano dai risultati prefissati e un quadro tattico che rischia di lasciare le forze ucraine più vulnerabili proprio alle soglie dell’autunno.
L’idea alla base dell’operazione era chiara: concentrare la massima pressione militare su punti nevralgici, combinando incursioni sul campo, attacchi con droni a lungo raggio in territorio russo e una pressante controffensiva informativa. L’obiettivo dichiaratamente politico consisteva nel dimostrare a Mosca – e soprattutto agli alleati occidentali – che il Cremlino poteva essere piegato a trattare a condizioni favorevoli a Kiev.
Tuttavia, con il trascorrere delle settimane, la difesa russa ha mostrato di saper assorbire l’urto. Invece di produrre il crollo o l’arretramento significativo delle posizioni russe, la campagna ha generato un logoramento bilaterale, rivelandosi particolarmente oneroso per l’esercito ucraino in termini di personale, munizionamento e veicoli blindati.
Sul fronte della difesa aerea, la campagna ha messo a nudo i limiti strutturali con cui Kiev deve fare i conti quotidianamente. Zelensky ha nuovamente calcalato la mano sul ruolo delle forniture occidentali, arrivando ad affermare che basterebbe una quota minima della copertura Patriot statunitense per neutralizzare la quasi totalità dei vettori russi. Tuttavia, la realtà tattica del terreno è complessa: Mosca continua a utilizzare una tattica d’attacco combinata che mescola droni economici Shahed a missili balistici ad altissima velocità (Iskander).
L’impiego dei caccia di fabbricazione occidentale, spesso invocati come sostituti o integratori dei sistemi terra-aria Patriot per abbattere i vettori russi, si scontra con limiti logistici e di copertura radar: dare la “caccia” alle rampe mobili di lancio russe resta un’impresa estremamente ardua e ad altissimo rischio.
L’aspetto più critico evidenziato da diversi osservatori militari riguarda l’usura delle truppe. Intensificare le operazioni su una finestra di 40 giorni senza ottenere uno sfondamento profondo ha portato al consumo di riserve preziose che avrebbero potuto servire per consolidare le linee difensive.
Ora, il pericolo principale si chiama inverno. La rete elettrica ucraina, già duramente provata dai raid dei mesi scorsi, rischia di finire nuovamente nel mirino delle ritorsioni russe. Inoltre, il mancato successo dell’offensiva rischia di alimentare i dubbi di una parte delle cancellerie occidentali sull’efficacia degli aiuti a lungo termine.
Libera dalla pressione della campagna dei 40 giorni, Mosca potrebbe riprendere l’iniziativa su alcuni settori chiave del Donbass, sfruttando la stanchezza dei reparti ucraini. Con l’avvicinarsi della stagione fredda, per Kiev si apre una fase di riassestamento obbligato: abbandonare la prospettiva di spingere la Russia alla resa immediata per concentrarsi sulla tenuta del fronte e sulla salvaguardia delle proprie città.
Pubblicato il: 13/08/2026 da Giacomo Simoncelli