Ex Ilva, la nuova sentenza mette in crisi un Governo senza idee. E Taranto resta stretta tra lavoro e salute
La sentenza della Corte di Appelli di Milano dispone la chiusura dell’area a caldo dell’Ex Ilva di Taranto poco prima del tavolo chiamato dal Governo sulla cessione, che vuole procedere con la vendita della sola area a freddo. A rischio salute, lavoro e la produzione di acciaio in Italia, mentre in Inghilterra si nazionalizza British Steel.
Di Emilio Banchetti
La Corte d’Appello di Milano ha ordinato la chiusura dell’area a caldo dello stabilimento ex Ilva di Taranto entro novanta giorni. Si tratta della sesta pronuncia in tal senso, ma stavolta con una differenza sostanziale rispetto al passato. Se con la sentenza di febbraio il Tribunale aveva sì stabilito il blocco dell’area a caldo entro il 24 agosto, aveva comunque lasciato all’azienda una via d’uscita: sarebbe bastato presentare, entro quella data, una richiesta di riesame dell’AIA (Autorizzazione Integrata Ambientale) con l’impegno formale a realizzare successivamente le prescrizioni sanitarie e ambientali.
Ora, invece, la Corte d’Appello ha riformato la decisione di primo grado accogliendo il reclamo dei comitati cittadini, stabilendo che la sospensione è perentoria ed esecutiva. Non basta più una semplice domanda di riesame: l’area a caldo deve fermarsi e potrà riaprire solo a bonifica avvenuta, ovvero dopo la rimozione integrale dell’amianto e l’accertato rientro delle emissioni di polveri sottili (PM10 e PM2,5) nei limiti di sicurezza.
Una decisione giunta poche ore prima di un incontro governativo che doveva essere decisivo per il futuro di Acciaierie d’Italia, provocando grande scompiglio e complicando ulteriormente la trattativa per la cessione. Di fronte al pronuncia dei giudici, il Governo ha infatti dichiarato di voler riperimetrare la gara di vendita sulla sola parte “a freddo” dello stabilimento. Dal punto di vista delle politiche industriali, si tratta di una vera e propria resa.
Questa scelta è particolarmente grave: apre definitivamente la strada a una cessione “a pezzi” del gruppo, con gli stabilimenti del Nord ceduti separatamente da Taranto, e potrebbe rappresentare la pietra tombale sulla produzione siderurgica in Italia. A essere favoriti, ad esempio, potrebbero essere quei gruppi stranieri che producono all’estero grandi quantità di semilavorati, da inviare poi negli impianti italiani rimanenti per la sola lavorazione finale.
È inaccettabile che, di fronte a un rischio così lampante per la salute della cittadinanza e dei lavoratori, il Governo si limiti a scorporare l’area incriminata dalla vendita, invece di assumere decisioni forti a tutela di tutti. Solo la nazionalizzazione potrebbe garantire seriamente la bonifica e la messa a norma dell’impianto, un onere che un privato avrebbe scarso interesse a sobbarcarsi. Una scelta di campo che assicurerebbe anche la continuità occupazionale: in Acciaierie d’Italia esistono già le forze e le competenze per produrre acciaio con un impatto ambientale molto inferiore rispetto al passato. Manca, purtroppo, la volontà politica: in Italia parlare di controllo pubblico sembra essere diventato un tabù. Non è così nel resto del mondo, dove ad esempio il Governo britannico ha recentemente nazionalizzato la British Steel proprio per non disperdere la capacità strategica di produrre acciaio.
Nel frattempo, a Taranto, si consuma l’ennesimo, logorante ricatto tra salute e lavoro.
Pubblicato il: 29/07/2026 da Emilio Banchetti