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I rider tra i rischi del caldo estremo e la necessità di un contratto vero che dia diritti e tutele

I rider tra i rischi del caldo estremo e la necessità di un contratto vero che dia diritti e tutele

La condizione dei rider tra sfruttamento algoritmico e rischi del caldo estremo, nell’assenza di un contratto la categoria solleva interrogativi sulla rappresentanza sindacale e gli accordi “pirata”, mentre il Governo deve recepire entro il 2 dicembre 2026 la direttiva UE sul lavoro nelle piattaforme digitali. Tra inchieste giudiziarie e mobilitazioni, cresce l’urgenza di riconoscere ai rider diritti fondamentali e tutele concrete.

Di Emilio Banchetti

Da alcuni mesi, una delle categorie di lavoratori e lavoratrici storicamente “invisibili” – spesso ignorata dalle cronache nonostante i numeri e l’altissimo tasso di sfruttamento del settore – è finalmente entrata al centro dell’attenzione pubblica: i rider delle piattaforme digitali. La procura di Milano, infatti, ha recentemente messo sotto amministrazione giudiziaria due dei maggiori player del food delivery. Le inchieste su Glovo e Deliveroo parlano di un vero e proprio caporalato digitale, con l’algoritmo a farla da padrone e fattorini costretti a consegne su consegne pur di mettere insieme un salario dignitoso.

Il nodo centrale alla base di questo sfruttamento è semplice: decine di migliaia di rider in tutto il Paese non hanno un vero contratto nazionale di categoria, ma sono inquadrati dalle aziende come “lavoratori autonomi”, teoricamente liberi di decidere se lavorare e quali consegne accettare. In particolare, Glovo e Deliveroo trattano i fattorini come liberi professionisti, mentre altre realtà, come Just Eat, applicano un regolare contratto di lavoro subordinato.

Con l’emergenza caldo, la situazione è diventata critica. La maggior parte delle Regioni ha giustamente previsto lo stop delle attività all’aperto ed esposte allo stress termico dalle 12:30 alle 16:00, e il Governo ha concesso la possibilità di ricorrere alla Cassa Integrazione per le ore di sospensione. Ma come fanno i rider “autonomi” in questo caso? Per loro l’alternativa è tra morire di caldo e morire di fame: senza un contratto subordinato è impossibile accedere agli ammortizzatori sociali. Le ordinanze comunali si trasformano così in un problema, e non in una misura a tutela della salute, mentre le sole ore serali non bastano – soprattutto in metropoli come Milano – a garantire un reddito sufficiente.

Di queste tematiche si è discusso ieri, lunedì 20 luglio, al CNEL, in un’iniziativa organizzata dall’USB a seguito della giornata di mobilitazione del 7 luglio, intitolata non a caso “Morire di caldo o morire di fame”. È stato lo stesso presidente del CNEL, Renato Brunetta, a sottolineare che «fermare il lavoro non basta, bisogna coprire la perdita economica». Dal canto suo, il sindacato propone l’applicazione del CCNL Logistica: riconoscere il rapporto di lavoro subordinato tramite un contratto nazionale è il primo passo per garantire quella minima dignità oggi negata ai rider. Significherebbe finalmente affrontare il nodo dei mezzi e della loro manutenzione, oltre a garantire ferie retribuite e malattia, diritti che alla maggior parte dei fattorini vengono tuttora negati.

La questione dei rider solleva inoltre interrogativi fondamentali sul piano della rappresentanza sindacale. Da un lato, la figura del lavoratore autonomo è normata dall’accordo tra Assodelivery (che fa capo a Glovo e Deliveroo) e UGL, un testo da sempre aspramente criticato dalle altre sigle e definito “contratto pirata”. Dall’altro, un’inchiesta di Fuori Tg (la rubrica di approfondimento del TG3), andata in onda il 15 giugno e firmata da Barbara Cataldi, ha dato voce a un lavoratore che ha denunciato presunti favoritismi legati all’iscrizione alla UGL, con un algoritmo “forzato” per agevolare gli iscritti. Questi avrebbero ricevuto orari e posizioni migliori, nonché consegne più remunerative; per saltare le liste d’attesa, inoltre, basterebbe essere iscritti al sindacato. La UGL ha negato con forza ogni accusa, ribadendo la propria tesi: il lavoro dei rider dovrebbe essere svolto esclusivamente tramite partita IVA.

Nel frattempo, sull’onda dell’emergenza caldo, è stato aperto un tavolo al Ministero del Lavoro a cui sono stati convocati i sindacati confederali. Un tavolo che è stato presto abbandonato da CGIL e UIL (la prima ha poi organizzato lo sciopero dei rider del 15 luglio), ma a cui è rimasta la CISL, intenzionata a migliorare le tutele senza però mettere in discussione la natura del lavoro autonomo. Dal canto suo, l’USB ne è stata esclusa senza una motivazione plausibile, nonostante l’evidente rappresentatività dimostrata con le mobilitazioni degli ultimi mesi. Il problema di fondo resta lo stesso: la parte datoriale si rifiuta di riconoscere i lavoratori come subordinati, blindando la natura autonoma della prestazione. Ma chi decide, oggi, quale sindacato sia realmente rappresentativo? I rider portano alla luce una questione latente nelle politiche del lavoro italiane: manca una legge che stabilisca parametri certi, a tutela sia dei lavoratori che delle organizzazioni sindacali.

I rider, in definitiva, sollevano interrogativi cruciali per l’intero mondo del lavoro: dal dualismo tra subordinati e autonomi, fino alla democrazia sui luoghi di lavoro e alla necessità di regole chiare sulla rappresentanza sindacale. Il Governo ha di fronte a sé una scadenza inderogabile: il recepimento della direttiva europea sul lavoro tramite piattaforme digitali (Direttiva UE 2024/2831) è fissato per il 2 dicembre 2026. Il recente “Decreto 1° maggio” ha rappresentato un primo tentativo, ma ancora insufficiente: se da un lato richiama la presunzione di subordinazione e la trasparenza degli algoritmi, dall’altro non ha di fatto messo mano all’impianto normativo strutturale.

Per i rider, però, il momento delle risposte necessarie è adesso.

Pubblicato il: 21/07/2026 da Emilio Banchetti