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Bilancio del vertice NATO ad Ankara: trucchi contabili, una UE armata, e il baratro della guerra permanente

Bilancio del vertice NATO ad Ankara: trucchi contabili, una UE armata, e il baratro della guerra permanente

La due giorni di Ankara si è conclusa con una certezza: la NATO continua a premere l’acceleratore sull’escalation bellica. Mentre le frizioni tra i due lati dell’Atlantico continuano, l’interesse nel promuovere il riarmo e la pressione militare sia sul fronte ucraino che su quello iraniano – come unica soluzione alla perdita di egemonia occidentale – rilanciano l’alleanza. Ma per quanto?

di Giacomo Simoncelli

I lavori del vertice annuale della NATO si sono svolti ad Ankara in un clima di fortissima tensione internazionale e accese contestazioni di piazza. Nei giorni del summit, migliaia di manifestanti sono scesi nelle strade di Ankara e Istanbul con bandiere e striscioni contro l’Alleanza Atlantica.

Se a Istanbul i cortei sono scorsi senza incidenti diretti, nella capitale la polizia turca ha risposto con gas lacrimogeni, effettuando un centinaio di fermi tra gli attivisti della sinistra. All’interno dei palazzi, i leader occidentali, sotto la presidenza di Recep Tayyip Erdoğan e la guida del Segretario Generale Mark Rutte, hanno blindato l’accordo sulla dichiarazione finale.

Il piatto forte è la continuazione sine die del conflitto in Ucraina: la NATO ha garantito a Kiev sostegni militari per 70 miliardi di euro nel 2026 e farà altrettanto nel 2027, blindando un totale di 140 miliardi in appena due anni. Un’escalation che si surriscalda anche sul fronte polacco, dove Varsavia ha avviato la produzione interna di droni per l’esercito ucraino, provocando la dura reazione del Cremlino.

Il portavoce russo Dmitrij Peskov ha avvertito che Mosca possiede già le coordinate geografiche di tali impianti industriali, invitando la Polonia a riflettere sulla propria sicurezza, mentre i cieli europei registrano voli ravvicinati di bombardieri strategici statunitensi a ridosso dell’enclave russa di Kaliningrad.

La gaffe di Rutte e lo scontro Tajani-Crosetto: sovranità azzerata

Il vertice ha evidenziato le profonde crepe e lo stato confusionale che regnano tra gli alleati, costretti a subire l’irrazionalità e i cambi di rotta di Washington. Da un lato Donald Trump continua a definire “irrilevanti” i partner europei durante l’aggressione militare all’Iran – che sta provocando il prolungamento della chiusura strategica dello Stretto di Hormuz – e il Pentagono minaccia una revisione unilaterale della presenza di truppe USA in Europa come leva negoziale.

Dall’altro, il servilismo dei leader continentali sfocia nel ridicolo politico. Il caso più eclatante coinvolge direttamente l’Italia. Nel tentativo di compiacere la Casa Bianca, Mark Rutte ha rivelato pubblicamente i dettagli logistici del supporto europeo ai raid statunitensi in Iran. Una “gaffe” che ha scoperchiato le contraddizioni del governo italiano.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha tentato una smentita immediata, definendo le parole di Rutte “improvvide e non rispondenti al vero“, sostenendo che le operazioni americane non rientrassero nell’alveo NATO e che l’Italia fosse estranea.

Poche ore dopo, però, il ministro della Difesa Guido Crosetto, rispondendo a due interrogazioni alla Camera, ha clamorosamente smentito il collega di governo, certificando che da febbraio sono stati ben 518 i voli militari statunitensi decollati dalle basi sul territorio italiano nell’ambito delle operazioni contro l’Iran. Una plastica dimostrazione di come la “gabbia atlantica” vincoli il Paese a dinamiche di guerra all’insaputa degli stessi ministri o dei cittadini.

La contabilità creativa di Giorgia Meloni sulle spese militari

Nonostante le frizioni interne, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è presentata ad Ankara confermando la totale sottomissione ai vincoli della NATO, compreso l’impegno di lungo termine deciso al precedente vertice dell’Aia per portare la spesa militare al 5% del PIL entro il 2035 (un piano la cui traiettoria verrà rivista nel 2029).

Nel breve periodo, l’esecutivo dichiara di aver già incrementato la spesa militare italiana portandola al 2,8% del PIL, quasi il doppio rispetto all’1,6% del 2024. Dietro questo balzo si cela però un vero e proprio trucco contabile dettato da ragioni elettorali.

Sapendo che l’aumento dei budget bellici è storicamente impopolare tra i cittadini, il governo ha applicato una geometria variabile ai conti dello Stato: circa lo 0,71% del PIL (equivalente a 15 miliardi di euro) è stato drenato dalle voci della “sicurezza interna” e infilato nel computo della difesa NATO.

Spese per la cybersicurezza, la protezione delle infrastrutture critiche, la tutela dei confini e la sicurezza energetica sono state ridefinite come “dominio allargato della difesa”. In questo modo, Meloni può sventolare a Bruxelles i numeri richiesti dal Pentagono e, contemporaneamente, vendere sul fronte interno la retorica securitaria che porta voti.

Ma la sostanza non cambia: i piani finanziari prevedono ulteriori incrementi dello 0,3% nel 2027 e dello 0,6% nel 2028, per un esborso aggiuntivo complessivo di altri 17-18 miliardi di euro. Al momento, l’accesso ai prestiti del fondo europeo Safe e i canali del sistema Purl (l’acquisto di armi USA da girare a Kiev) rimangono congelati solo per non incendiare la campagna elettorale imminente.

Il grande affare del riarmo: l’Europa paga, gli USA creano lavoro

Le sfacciate ammissioni di Mark Rutte in un’intervista al Financial Times hanno svelato la vera natura economica della NATO: una gigantesca pompa di aspirazione di risorse finanziarie pubbliche a beneficio del complesso militare-industriale di Washington.

Rutte ha spiegato che il portafoglio ordini di armamenti che i paesi europei e il Canada si sono impegnati ad acquistare dagli Stati Uniti nei prossimi due anni ammonta all’astronomica cifra di 300 miliardi di dollari. Una spesa enorme che servirà a sostenere circa 195 mila posti di lavoro, ma rigorosamente oltreoceano, nelle fabbriche americane.

Mentre le classi dirigenti europee spacciano la corsa alle armi come un volano per la reindustrializzazione e la ripresa del Vecchio Continente, i dati dimostrano il contrario. L’Europa si sta disarmando economicamente per finanziare la produzione statunitense, accettando peraltro i diktat di Washington.

Quello che spera di ottenere il Vecchio Continente è di diventare un fortino armato, che attraverso le armi affermi un proprio ruolo nella competizione globale. Zelensky, presente al vertice a fare marketing della sua guerra, ha ottenuto il diritto a produrre Patriot su territorio ucraino.

In questo modo, Washington aumenta le unità confezionate, su cui è in grave sofferenza dopo l’aggressione all’Iran, mentre il laboratorio militare europeo che è ormai diventato l’Ucraina sviluppa il complesso militare-industriale continentale. In un qualche modo, un win-win per tutti, tranne che per i popoli.

Il MES fa un autogol sul bellicismo

A completare il quadro di questa economia di guerra strutturale è intervenuto il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES). Attraverso il primo rapporto della serie Euro Area Stability Watch, intitolato significativamente “Resilienza sotto pressione”, il capo economista Rolf Strauch ha dettato la linea ai governi dell’Eurozona: lo spazio per le manovre fiscali si sta esaurendo, la disciplina di bilancio va seguita alla lettera e le uniche spese pubbliche non negoziabili sono quelle militari.

Secondo i calcoli del MES, per soddisfare i target minimi della NATO (fissati al 3,5% per la difesa in senso stretto), i paesi della moneta unica dovranno investire circa 45 miliardi di euro aggiuntivi ogni anno da qui al 2035. Per rendere digeribile questo salasso sociale, i tecnici del MES hanno provato a fare propaganda economica, sostenendo che se i fondi verranno indirizzati a progetti e fornitori europei ad alta intensità di capitale, circa 53 centesimi di ogni euro investito rientreranno sotto forma di crescita e gettito fiscale nel lungo termine.

Tuttavia, questa narrazione svela un clamoroso paradosso anti-economico. Un moltiplicatore fiscale di appena lo 0,53 significa che l’investimento militare distrugge ricchezza anziché crearne, restituendo appena la metà di quanto speso. Come certificato dalla Banca d’Italia, gli investimenti nel capitale pubblico civile (scuole, sanità, trasporti, infrastrutture) vantano un moltiplicatore compreso tra l’1,2 e l’1,8 sul medio periodo.

La scelta del riarmo rappresenta quindi un colossale trasferimento di ricchezza sociale dai bilanci pubblici, alimentati dalle tasse di lavoratori e pensionati, verso le casseforti delle multinazionali delle armi.

Pubblicato il: 09/07/2026 da Giacomo Simoncelli