Fabrizio De Andrè: “Mi innamoravo di tutto”

E a un Dio “fatti il culo” non credere mai

E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo
Che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa
Che ho imparato a pescare con le bombe a mano
Che mi hanno scolpito in lacrime sull’arco di Traiano
Con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
Ma colpisco un po’ a casaccio perché non ho più memoria

6 novembre 1997 – Fabrizio De Andrè rilascia per la Ricordi l’album/raccolta di successi Mi innamoravo di tutto.

Si tratta dell’ultimo titolo pubblicato da De André prima di morire. La raccolta, uscita esclusivamente su CD e da lui stesso curata, è ricordata soprattutto per la nuova versione de La canzone di Marinella, registrata per l’occasione in duetto con Mina, che, con la sua prima incisione del 1965, aveva contribuito a rendere popolare il brano e il nome stesso di De André.

De André ha affermato nelle note di copertina su CD: “Se una voce miracolosa non avesse interpretato nel 1967 La canzone di Marinella, con tutta probabilità avrei terminato gli studi in legge per dedicarmi all’avvocatura. Ringrazio Mina per aver truccato le carte a mio favore e soprattutto a vantaggio dei miei virtuali assistiti”.

Di tutte le canzoni presenti nella raccolta, vorrei però soffermarmi sulla prima, Coda di Lupo, che Faber scrisse in coppia con Massimo Bubola e facente parte dell’album Rimini (1978):

  • Il brano più amaro e più duro dell’album “Rimini”. Un brano, che partendo da lontano racconta il 1977 e i giovani del movimento, gli indiani metropolitani e la sconfitta. Nella canzone Faber disegna la storia dell’antagonismo politico in Italia, usando come filo conduttore il parallelo tra gli Indiani d’America e gli Indiani metropolitani, raccontando il conflitto tra l’estrema sinistra e il PCI, tra i sogni rivoluzionari e la realtà, tra le speranze di cambiamento e la sconfitta.

pzz

Di seguito, uno stralcio di un articolo scritto da Francesco Senia (fonte: antiwarsongs.org)
 
“Prendo il titolo a prestito da un bel libro di Stefano Pivato, edito dal “Mulino”, per parlare di Fabrizio de André come “storico”. Il disco di storia si chiama “Rimini”. E segue di qualche anno quel bel romanzo politico che ha per titolo “Storia di un impiegato”. In mezzo due dischi, di cui il primo (“Canzoni”) è una sorta di raccolta di cover (anche proprie, ma cover). In mezzo cinque anni lunghi come fossero stati cinquanta!
La “storia”, introdotta proprio da quella “Rimini” che da il titolo al disco, si svolge su due canzoni. Fondamentalmente. Comincia con “Coda di Lupo”. Si parte “da lontano”, e si usa un artificio, parlando della storia italiana che dal dopo-guerra arriva al 1977 guardandola in quello specchio che sono i nativi americani. Il facile riferimento sono gli “indiani metropolitani”. Come in un immenso giro, dagli indiani si parte e agli indiani si arriva!
De André parla, in questa canzone scritta nel 1978, del vero e ultimo conflitto che ha segnato la storia della società italiana: quello fra un’estrema sinistra antagonista ed il più grande partito comunista d’europa, assolutamente incapace, nella sua grettezza, di comprendere l’impulso al cambiamento reale. Incapace di sfruttare perfino la vittoria elettorale del 1975, occupato com’era a far professione di moralismo e di austerità. L’accusa è la stessa rivolta dal giovane Sofri al vecchio Togliatti. L’accusa non era quella di non aver fatto la rivoluzione, in Italia. Ma di averla impedita.Coda di Lupo

Quando ero piccolo m’innamoravo di tutto
correvo dietro ai cani
e da marzo a febbraio mio nonno vegliava
sulla corrente di cavalli e di buoi
sui fatti miei e sui fatti tuoi
e al dio degli inglesi non credere mai.

Il “dio degli inglesi” sono i valori della borghesia che vengono usati al fine di far presa su una classe che si è costituita nel fuoco della resistenza e della “liberazione”. E’ il nonno il simbolo di questa classe e del sogno di un mondo diverso che poteva essere e non è mai stato.

E quando avevo duecento lune e forse
qualcuna è di troppo
rubai il primo cavallo e mi fecero uomo
cambiai il mio nome in “Coda di Lupo”
cambiai il mio pony con un cavallo muto
e al loro dio perdente non credere mai.

Il dio perdente. Quello che viene a prospettare un bell’impiego da ragioniere. Sono i primi anni cinquanta. I primi sprazzi di ribellione giovanile. Le bande. I “teddy-boys”. L’emigrazione, interna ed esterna, ai massimi storici.

E fu nella lunga notte della stella con la coda
che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa
crocifisso con forchette che si usano a cena
era sporco e pulito di sangue e di crema
e al loro dio goloso non credere mai

sap2

Il dio goloso è il partito comunista, in piena forma. Sono gli anni sessanta. Il nonno prova a finire il lavoro. Siamo a Genova, in Sicilia, a Reggio Emilia. Il governo è il governo Tambroni. Niente da fare, sono solo bande di “provocatori” da immolare sull’altare dei valori della pacifica convivenza.
Si mangeranno il nonno e sputeranno i Notarnicola e i Cavallero. Banditi a Milano!E forse avevo diciott’anni e non puzzavo più di serpente
possedevo una spranga un cappello e una fionda
e una notte di gala con un sasso a punta
uccisi uno smoking e glielo rubai
e al dio della Scala non credere mai.

Il dio della Scala! La prima contestazione, nel 1968, ad avere gli onori della cronaca, e l’eco della stampa. Le uova marce che aspettavano lor signori alla prima della Scala. Un’Italia del dopo-boom, già e ancora divisa. Una nuova generazione che si affacciava alla storia, La prima violenza collettiva. Quella fatta e quella subita!

Poi tornammo in Brianza per l’apertura
della caccia al bisonte
ci fecero l’esame dell’alito e delle urine
ci spiegò il meccanismo un poeta andaluso
“Per la caccia al bisonte” – disse – “il numero è chiuso”
e a un dio a lieto fine non credere mai.

Il dio a lieto fine. Quello che, semplicemente, non c’è! Un decennio di lotte e di contestazioni, e la risposta è, ancora una volta, l’incapacità di recepire le istanze che insorgono dal basso della società. La risposta è il numero chiuso nelle Università. La strada è tracciata.

Ed ero già vecchio quando vicino a Roma
a Little Big Horn
capelli corti generale ci parlò all’Università
dei fratelli tute blu che seppellirono le asce
ma non fumammo con lui non era venuto in pace
e a un dio fatti il culo non credere mai.

sap1

Il dio-fatti-il culo. E così arriviamo a Luciano Lama, campione dell’ideologia, la più becera. Quella fondata sui valori assurdi del lavoro e del sacrificio che, a fronte del più imponente movimento che anima l’Italia del dopo-guerra, non trova niente di meglio che attuare la più squallida delle provocazioni alla “Sapienza” di Roma. E’ la più grande vittoria del movimento che finalmente comincia a regolare i conti, spazzandolo via, lui e il suo palco e il suo servizio d’ordine. E’ anche l’inizio della sconfitta.

E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo
che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa
che ho imparato a pescare con le bombe a mano
che mi hanno scolpito in lacrime sull’arco di Traiano
con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
ma colpisco un po’ a casaccio perché non ho più memoria
e a un dio senza fiato non credere mai.

Il dio senza fiato. Nessuna speranza. La lotta è finita in un vicolo cieco. Le aberrazioni di una “vita privata” che non si sapeva e che si era riusciti fino ad allora a scansare. La lotta armata e l’eroina. La cosiddetta “arte”, come territorio oramai separato. La risposta individuale ai problemi della sopravvivenza, al quotidiano. Rimangono solo pochi, disperati, senza capacità di discrimine che sparano a tutto quel che si muove dall’altra parte! Ne parlerà nella canzone che chiude il disco, e chiude anche la storia di quegli anni”.