Vertice sull’atomo a Parigi. Corsa al nucleare, per ora civile… poi militare?
Von der Leyen parla di “errore strategico” sul nucleare, l’Italia accelera sui piccoli reattori e Macron chiama a raccolta gli investitori: l’obiettivo è triplicare la capacità globale entro il 2050.
di Giacomo Simoncelli
Scacciare i fantasmi di Chernobyl e Fukushima per cercare l’autonomia energetica e lavorare sulla decarbonizzazione. È questo il messaggio che ha ricevuto una sostanziale unanimità, ieri, all’incontro tenutosi alla Seine Musicale di Boulogne-Billancourt, dove la Francia ha riunito capi di Stato, ministri e giganti dell’industria per il secondo vertice mondiale sul nucleare civile.
Il “mea culpa” di Bruxelles
Il momento politicamente più rilevante della giornata è stato l’intervento di Ursula von der Leyen. La Presidente della Commissione UE ha pronunciato parole che segnano una rottura definitiva con il passato recente: “voltare le spalle al nucleare è stato un errore strategico”, ha dichiarato, ricordando come la quota di atomo nel mix elettrico europeo sia crollata dal 33% del 1990 al 15% odierno.
In un’Europa che non produce né gas né petrolio, e con il Medio Oriente in fiamme a ricordare la fragilità delle forniture, l’atomo non deve più essere un tabù, ma un pilastro della sicurezza. Von der Leyen ha annunciato un piano d’azione concreto: 200 milioni di euro di garanzie (attinti dal sistema ETS) per sbloccare investimenti privati, il test di nuove tecnologie e una forte spinta verso gli SMR (Small Modular Reactors), con l’obiettivo di vederli operativi già all’inizio degli anni Trenta.
Macron e la sfida della “prosperità”
A fare gli onori di casa, un Emmanuel Macron in bilico tra diplomazia e muscoli. Pochi giorni dopo aver annunciato nuove testate atomiche per la difesa francese, il Presidente ha vestito i panni del promotore civile: “il nucleare è fonte di progresso, prosperità e indipendenza”.
Macron ha espresso fraternità al popolo giapponese per il disastro di 15 anni fa, ma ha subito puntualizzato che la tecnologia odierna è ancora più sicura di allora, e sottoposta ai controlli più rigidi del pianeta. Un appello rivolto non solo ai governi, ma soprattutto a banche e fondi di venture capital, chiamati a finanziare una filiera che in Francia sta cercando di lasciarsi alle spalle i ritardi e i costi esorbitanti dei primi reattori EPR (come quelli di Flamanville e Olkiluoto).
L’Italia torna in partita: l’orizzonte 2050
Tra i protagonisti del vertice anche il Ministro dell’Ambiente italiano, Gilberto Pichetto Fratin, che ha confermato il cambio di rotta del governo italiano. Roma ha aderito all’impegno di triplicare la capacità nucleare globale entro il 2050, con un obiettivo nazionale ambizioso: coprire tra l’11% e il 22% della domanda elettrica italiana (circa 8-16 GW installati) entro metà secolo.
Pichetto Fratin ha sottolineato come l’Italia stia puntando non solo sulla terza generazione avanzata, ma anche sulla quarta (reattori veloci al piombo) e sulla fusione nucleare. Sul fronte industriale, la nascita di Nuclitalia (con Enel, Ansaldo Energia e Leonardo) segna il ritorno dei campioni nazionali sul campo. Tuttavia, il Ministro mantiene la prudenza sui tempi: prima il quadro regolatorio e la legge delega, poi le decisioni industriali. L’orizzonte del primo reattore funzionante in Italia resta, per ora, fissato non prima del 2040.
Non solo Europa
Il vertice non è stato una questione solo continentale. Al tavolo sedevano i delegati di quaranta nazioni, inclusi gli Stati Uniti e la Cina (rappresentata dal vicepremier Guoqing Zhang), oltre a Paesi emergenti come Marocco e Ruanda. Grande assente, per ovvie ragioni geopolitiche, la Russia.
Non sono mancate le note di protesta: due attivisti di Greenpeace hanno fatto irruzione sul palco durante l’apertura, interrompendo Macron e il capo dell’AIEA, Rafael Grossi, a dimostrazione che, nonostante il ritrovato vigore politico, il consenso sociale sul nucleare resta una battaglia ancora tutta da vincere.
Qual è la realtà, allora?
L’incontro di Parigi è tarato in realtà da una profonda narrazione propagandistica. I tempi accennati nelle righe sopra mostrano come il nucleare non possa essere una concreta opzione sulla strada dell’autonomia energetica. Senza considerare che l’estrazione dell’uranio è concentrata in pochi grandi produttori. Le rivolte anticoloniali del Sahel hanno già messo in difficoltà le catene di approvvigionamento francesi, per fare un esempio: la fame di uranio potrebbe rappresentare un ulteriore elemento di destabilizzazione e interventismo bellico.
Inoltre, utilizzare la decarbonizzazione come copertura per la corsa al nucleare è mistificatorio. Miliardi e miliardi sono investiti in tecnologie sperimentali per rafforzare le filiere dell’atomo, ma è stato proprio il fisico Giuseppe Onufrio, già direttore di Greenpeace Italia, a spiegare al Fatto Quotidiano che l’unica strada percorribile sono le rinnovabili: “tutti i governi si sono allineati sugli interessi di chi ci vende gas e petrolio, a partire da Eni. Oggi in Italia noi abbiamo il 45% dell’elettricità fatto con il fossile: potremmo rapidamente farlo scendere al 10% con le tecnologie esistenti”.
E poi, la dichiarazione che svela la vera posta in gioco. Se il nucleare “non sta declinando definitivamente, nonostante sia una tecnologia fuori mercato, è solo perché, come dicevo, la si vuole tenere in vita anche per scopi militari”. In un mondo di crescenti tensioni geopolitiche, la questione dell’Iran ha dimostrato come il nucleare si presenti come un’opzione fondamentale per la deterrenza. Mentre la scadenza del Trattato New START e l’ampliamento dell’arsenale nucleare è diventata una priorità anche per Pechino, l’incontro di Parigi rivela soprattutto la spinta per lo sviluppo di una UE come potenza nucleare.
Pubblicato il: 11/03/2026 da Giacomo Simoncelli