Usa e Israele attaccano l’Iran: le esigenze di Tel Aviv dettano l’agenda in Medio Oriente
Come avvenne a giugno dello scorso anno, nel bel mezzo della trattativa sul nucleare Stati Uniti ed Israele lanciano un nuovo attacco – al momento esclusivamente aereo – sull’Iran. Era nell’aria: troppo imponente lo spiegamento di forze che Donald Trump aveva dispiegato in Medio Oriente. Ma, per l’ennesima volta, Washington, ed in particolare il suo attuale inquilino, sembrano piegarsi del tutto ai desiderata di Tel Aviv.
di Alessio Ramaccioni
Non è stata una sorpresa, la notizia di questa mattina: Stati Uniti ed Israele hanno attaccato l’Iran. Troppo evidenti i segnali, troppo forte la pressione che il premier israeliano Benjamin Netanyahu stava esercitando sull’amministrazione americana. Che poi, a ben guardare, ne serve davvero molto poca, di pressione, per convincere Donald Trump a fare esattamente quello che serve ad Israele.
Forse è questa la prima riflessione “a caldo” che viene da fare: se è vero che storicamente gli Stati Uniti d’America sono l’alleato più stretto di Israele, in questa così complessa seconda presidenza Trump l’impressione è che si stia andando anche oltre al già generosissimo sostegno sempre offerto agli israeliani. L’evidenza che appare in maniera abbastanza netta a chi osservi – anche superficialmente – quel che avviene in Medio Oriente negli ultimi due anni, è che ci sia un’agenda che viene scritta a Tel Aviv e poi applicata a Washington. Non si spiega altrimenti perchè Donald Trump, una volta assicuratesi le riserve petrolifere venezuelane, debba mettere in conto ai contribuenti statunitensi gli immensi costi di una ennesima operazione militare dall’altra parte del mondo, con il consueto dispiego di tecnologia bellica e potenza di fuoco certamente efficace, ma molto costoso.
Non doveva essere, questo “Trump 2”, il governo che avrebbe riportato gli Stati Uniti a sfilarsi dalle beghe del mondo e a farsi gli affari suoi? In quest’ottica, nella sua consistenza piratesca, l’operazione in Venezuela ha avuto un suo senso: giardino di casa, egemonia continentale, milioni di barili di petrolio gratis, una botta alla Cina, mezza alla Russia ed un enorme ridimensionamento al socialismo bolivariano, alla rivoluzione cubana ed a tutti i progressisti del Nuovo Mondo. Ma in Medio Oriente, in Iran, che interessi “americani” sta tutelando Trump?
Il regime degli ayatollah sta producendo missili che possono arrivare negli Stati Uniti, e se fanno l’atomica sono dolori, ha detto Trump. Tesi debolissima, che quasi fa sorridere per la sua inconsistenza: era quasi più credibile Colin Powell con la fiala di finta antrace agitata in faccia al Consiglio di Sicurezza dell’Onu. No, passiamo alla prossima motivazione: l’opposizione iraniana che viene repressa – sempre dal regime degli ayatollah – ed a cui gli Stati Uniti corrono in soccorso, insieme ad Israele, in nome della libertà. Anche questa tesi appare inconsistente: colui il quale (Trump) sta sguinzagliando una sorta di milizia personale che preleva casa per casa uomini, donne e bambini, li imprigiona e li deporta solo perchè immigrati, e accetta che la stessa milizia personale ammazzi due cittadini statunitensi che protestano, avrebbe a cuore le libertà di un popolo di cui, probabilmente, non sa nulla? No, decisamente no.
Cosa resta? La formidabile capacità di Israele, ed in particolare di Netanyahu, di far fare a Trump quello che serve ad Israele stessa. La “guerra dei dodici giorni” non bastava, era chiaro che a Tel Aviv non fosse piaciuto lo stop a quel conflitto, anche se stava iniziando a costare cara ai cittadini israeliani, bersaglio della reazione iraniana. Cosa era andato a fare, per l’ennesima volta, Netanyahu a Washington la settimana scorsa? Ora lo sappiamo. Chi ha il maggior interesse che l’Iran perda lo status di potenza regionale in Medio Oriente? Israele. Chi ha il maggior interesse che l’Iran abbandoni il suo programma nucleare e – magari – veda diminuita la sua importante disponibilità di missili? Israele. Chi ha il maggior interesse a depotenziare gli alleati regionali dell’Iran, in particolare Hezbollah ed Houti? Israele. Tre indizi, una prova. Ma senza gli Stati Uniti a fare la maggior parte del lavoro, questi risultati non sarebbero stati del tutto alla portata del pur attrezzatissimo esercito di Tel Aviv.
Seconda riflessione “a caldo”: come avvenne a giugno scorso, anche stavolta le bombe sull’Iran hanno iniziato a piovere mentre erano, praticamente, in corso le trattative sul nucleare. Probabilmente una terza volta non ci sarà, a meno che – ovviamente – cambi totalmente la classe dirigente iraniana. Che, a meno che non sia costituita da burattini manovrati e strapagati da americani ed israeliani, non crediamo avrà molta fiducia, in futuro, di quel che gli viene detto dagli americani. Ma il fatto che degli Stati Uniti non sia possibile fidarsi, addirittura meno che in passato, ormai è evidente a tutto il mondo. E’ chiaro innanzitutto ai cosidetti “alleati”: dalla surreale vicenda dei dazi alla Groenlandia, dalle continue giravolte sull’Ucraina al fatto che – di queste operazioni militari in Medio Oriente – la Nato e l’Europa non sappiano mai nulla se non dopo che è avvenuto tutto, è chiaro che gli Usa decidano ed eseguano in maniera del tutto autonoma, o al massimo insieme ad Israele. Il fatto che, mentre questo articolo viene pubblicato, il ministro della Difesa italiano sia bloccato a Dubai a causa del conflitto in corso nei cieli mediorientali, spiega bene l’assoluta subalternità di noialtri alleati rispetto alle decisioni prese tra Washington e Tel Aviv.
Terza riflessione: l”Asse della Resistenza”, l’alleanza creatasi intorno all’Iran per opporsi alle politiche egemoniche di Israele e Stati Uniti in Medio Oriente, sta prendendo batoste in serie ed in maniera spesso fragorosa, dimostrandosi per ora assolutamente inadeguata a creare un reale fronte di opposizione all’allargamento dell’influenza israelo-statunitense nell’aera. In generale, è proprio l’ascensione di quel mondo “multipolare” di cui si attende l’affermazione, a segnare inquietanti rallentamenti. La Russia è impantanata in Ucraina, dove si trova ad affrontare – di fatto – la Nato: non sta perdendo, ma non si può neanche dire che stia vincendo in maniera evidente e netta, e comunque l’impegno su quel fronte necessità di grandi risorse. Nel frattempo, la Siria è scivolata via dalla sua area d’influenza, il Venezuela è ormai una colonia americana, l’Iran è nell’occhio del ciclone. Non sono buone notizie, per Mosca.
La Cina, per quel che le riguarda, ha assistito alla predazione di Caracas senza essere in grado di opporsi ed appare, comunque, molto distante dalla possibilità di adottare un approccio risolutivo, aggressivo ed arrogante come quello messo in campo dagli Stati Uniti di Trump. Forse militarmente la distanza tra le due superpotenze non è più così ampia come anche solo un decennio fa: ma l’impressione è che il gap che le divide – ovviamente a favore degli Stati Uniti – sia ancora abbastanza rilevante, e che la gestione monopolistica del mondo da parte degli americani sia ancora lontana dal poter essere messa in discussione.
Al momento della pubblicazione di questo articolo, viene rilanciata (da troppe fonti per essere ignorata) la notizia che Ali Khamenei, la guida suprema dell’Iran, è morto, ucciso nel corso di un bombardamento israeliano. Se confermata, sarebbe una ennesima dimostrazione dell’enorme capacità militare, tecnologica, di intelligence e strategica di Israele e Stati Uniti, capaci di colpire (o rapire) quasi sempre chi vogliono, ovunque esso sia.
Pubblicato il: 28/02/2026 da Alessio Ramaccioni