La Groenlandia agli USA e il “bazooka” finanziario dell’Europa: mutua distruzione assicurata
Mentre l’amministrazione Trump minaccia dazi e preme per il controllo dell’isola danese, Bruxelles valuta ritorsioni senza precedenti. Al centro del dibattito, i 12 trilioni di dollari di asset USA in mani europee: un potere di ricatto reale o un suicidio economico?
di Giacomo Simoncelli
Al World Economic Forum di Davos, il Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Scott Bessent, è intervenuto per placare i timori relativi a possibili contromisure europee, ipotizzate da diversi analisti come risposta alle tensioni sulla Groenlandia e alla minaccia di uno scioglimento de facto della NATO.
A suo avviso, si tratta di una narrazione del tutto fuorviante e priva di logica. Il Segretario si riferisce all’ipotesi che le capitali europee possano colpire i 12,6 trilioni di dollari di asset statunitensi detenuti nel Vecchio Continente, di cui ben 2,8 trilioni sono costituiti da Treasury (titoli di Stato USA). A ciò si aggiungerebbero le misure previste dallo Strumento Anti-Coercizione (ACI) e l’introduzione di dazi punitivi.
La “bomba atomica” finanziaria: realtà o finzione?
Resta da capire se si tratti di una minaccia concreta o di un bluff. Sebbene la faglia strategica tra le due sponde dell’Atlantico appaia ormai insanabile, l’interconnessione finanziaria rimane profonda. Varie analisi del Financial Times hanno esaminato le reali possibilità che lo scenario respinto da Bessent si concretizzi.
Nonostante l’entità astronomica degli assets stelle-e-strisce in mano europea, molti esperti restano scettici sul come possano diventare davvero un’arma, senza diventare anche l’assicurazione di una mutua distruzione. Una vendita massiccia di asset statunitensi provocherebbe infatti un crollo del dollaro e una contemporanea impennata dell’euro. Questo scenario distruggerebbe il modello europeo basato sull’export, portando intere economie al collasso.
Esistono, inoltre, due ostacoli pratici difficili da superare. Solo il mercato statunitense possiede la profondità necessaria per assorbire una vendita di tali proporzioni. Questi titoli, poi, non appartengono agli stati, ma a migliaia di fondi pensione, assicurazioni, banche e piccoli risparmiatori. Molti di questi asset sono gestiti per conto di investitori terzi.
La UE non ha, dunque, il potere di procedere a questa operazione.
Sensazionalismo e tensioni reali
Gran parte del clamore mediatico attuale sembra dunque dettato dalla necessità delle correnti europeiste di ostentare una potenza di fuoco reale contro l’aggressività dell’amministrazione Trump, per quanto tale forza appaia fittizia.
Ciò non significa che Bessent sia del tutto sereno. Queste voci preoccupano il Tesoro USA non per la loro fattibilità, ma perché generano instabilità in un momento delicato per le finanze americane, segnato dallo scontro tra la Casa Bianca e la FED.
Lo Strumento Anti-Coercizione (ACI)
Più concreto, seppur lento nell’attuazione, appare l’ACI. Le misure ipotizzate includono limitazioni all’accesso al mercato unico per le Big Tech statunitense, l’esclusione di giganti come Goldman Sachs o JP Morgan dalla collocazione del debito sovrano europeo e restrizioni sugli investimenti in infrastrutture.
Secondo lo European Council on Foreign Relations, queste misure rappresentano una deterrenza credibile, ma non priva di rischi: ad esempio, escludere determinati istituti finanziari potrebbe politicizzare il debito, aumentandone la volatilità e i costi di finanziamento per gli stessi paesi europei.
I mercati si preparano al peggio
Il nervosismo è tangibile. Il mercato ha già espresso la sua preoccupazione: l’oro è schizzato al record storico di quasi 4.900 dollari l’oncia. È il segnale inequivocabile che gli investitori, ignorando le rassicurazioni ufficiali, si stanno rifugiando nei beni sicuri in previsione di uno scontro imminente.
Pubblicato il: 20/01/2026 da Giacomo Simoncelli