Il commercio con le colonie israeliane che passa per MSC e Ravenna
Un’inchiesta di Al Jazeera e il Palestinian Youth Movement rivela che MSC ha garantito centinaia di spedizioni da e verso le colonie israeliane nei territori occupati di Cisgiordania. Alcune di queste spedizioni sono passate anche per il porto di Ravenna, ma per ora il governo non ha rilasciato alcun commento.
di Giacomo Simoncelli
Un’indagine condotta da Al Jazeera e il Palestinian Youth Movement (PYM) ha rivelato come la Mediterranean Shipping Company (MSC), prima compagnia mondiale per il trasporto container sul mare di proprietà della famiglia italiana Aponte, ha permesso il trasporto da e per le colonie israeliane illegali nei territori occupati della Cisgiordania. Già il primo novembre del 2023 il Jerusalem Post scriveva che “il gigante delle spedizioni MSC Cargo continua a consegnare in Israele nonostante la guerra. La società annuncia che non imporrà sovrapprezzi di guerra o spese di sosta”, e per questo era finita sotto i colpi degli Houthi. Ora si apre un nuovo capitolo della sua complicità coi crimini israeliani.
I numeri della rotta della discordia
Tra il 1° gennaio e il 22 novembre 2025, le polizze di carico esaminate rivelano che MSC ha gestito almeno 957 spedizioni di merci che hanno legato insieme le colonie israeliane e gli Stati Uniti. Un ruolo cruciale in questo network è giocato dai porti europei: 390 spedizioni sono passate dalla Spagna, 115 dal Portogallo, 22 dai Paesi Bassi, 2 dal Belgio. Ci sono poi almeno 14 spedizioni documentate nel 2025 che sono passate per il porto di Ravenna, con destinatari esplicitamente localizzati in insediamenti illegali tramite nomi e codici postali.
Tra le aziende che hanno usufruito dei servizi di MSC figurano quattro nomi di aziende inserite nella lista dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, che elenca le entità operanti nelle colonie illegali, favorendone l’occupazione. Tra di esse c’è anche la Extal, impresa attiva nel comparto dell’alluminio che è risaputo avere anche importanti rapporti coi produttori di armi israeliani.
L’inerzia complice dell’Unione Europea
Nonostante l’Unione Europea consideri gli insediamenti un “ostacolo alla pace” e non riconosca la sovranità israeliana su tali territori, l’indagine mostra come il flusso di beni continui a transitare indisturbato attraverso le infrastrutture marittime del Vecchio Continente.
Nel 2024, la Corte Internazionale di Giustizia ha emesso un parere fondamentale: i paesi terzi devono “impedire relazioni commerciali o di investimento che contribuiscano al mantenimento della situazione illegale creata da Israele nei Territori palestinesi occupati”. Una direttiva europea dello stesso anno impone alle grandi aziende operanti nel territorio della UE di impedire attività con impatto negativo sui diritti umani e sull’ambiente.
Tutte queste indicazioni rimangono solo sulla carta. Al Jazeera ha chiesto commenti al governo spagnolo e a quello italiano, ma entrambi si sono rifiutati di commentare, per ora. La complicità nell’occupazione e nell’apartheid israeliane, dunque, continua. Le ragioni delle mobilitazioni che hanno attraversato il paese negli scorsi mesi sono perciò ancora attuali.
I porti come punto nevralgico del (dis)ordine imperialista
Queste informazioni confermano il ruolo fondamentale che i terminal hanno assunto in una logistica della pulizia etnica dei palestinesi, ma anche e più in generale nella logistica di un ordine imperialistico che continua a incendiare il Vicino Oriente. In Italia, oltre a non venir rispettata, si sta parlando da tempo della revisione della legge 185/90, riguardante il commercio – e anche il transito – di armamenti nel nostro paese. Le lotte dei portuali, come lo sciopero condotto all’unisono lo scorso 6 febbraio da cinque organizzazioni sindacali (l’Enedep di Grecia, il Lab dei Paesi Baschi, la Liman-Is della Turchia, l’ODT del Marocco e l’USB Lavoro Privato in Italia) rappresentano un baluardo di resistenza contro questi commerci di morte.
Pubblicato il: 15/02/2026 da Giacomo Simoncelli