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I rider non sono autonomi ma subordinati: l’indagine della Procura di Milano apre il vaso di pandora sulle condizioni di lavoro

I rider non sono autonomi ma subordinati: l’indagine della Procura di Milano apre il vaso di pandora sulle condizioni di lavoro

Altro che autonomi: i rider sono lavoratori subordinati a tutti gli effetti. A dirlo, questa volta, non sono soltanto i sindacati, come fatto più volte ad esempio dall’USB che ha organizzato una giornata di mobilitazione per il prossimo 28 febbraio. A metterlo nero su bianco è la Procura di Milano, che lunedì 9 febbraio ha disposto il controllo giudiziario sulla società Foodinho (del gruppo Glovo) per verificare il rispetto delle norme sul lavoro e procedere alla regolarizzazione dei ciclofattorini.

di Emilio Banchetti

L’inchiesta, resa pubblica nelle scorse ore conferma come l’organizzazione del lavoro dei rider sia interamente governata dalle piattaforme. Turni unilaterali, algoritmi che controllano tempi e percorsi, sistemi di penalizzazione e disconnessione che equivalgono a veri e propri provvedimenti disciplinari.

Secondo l’indagine, migliaia di rider operano in Italia con partite Iva fittizie, privi di ferie, malattia, tutele infortunistiche e garanzie di reddito. Una condizione che il controllo giudiziario, misura che impone all’azienda di adeguarsi alle normative sotto supervisione, dovrà ora contribuire a smantellare.

L’attuale CCNL applicato in Glovo è quello siglato dalla sola UGL con Assodelivery, associazione datoriale che rappresenta alcuni tra i maggiori player del settore come Uber Eats, Deliveroo e la già citata Glovo. Un contratto che si basa proprio sul concetto di lavoro autonomo: al rider è permesso di scegliere se connettersi, accettare consegne e lavorare in autonomia. In teoria il rider non ha vincoli di orario, non è soggetto a subordinazione e può collaborare con piattaforme concorrenti, tutto questo con salario parametrato al tragitto, maggiorazione per i turni notturni e bonus una tantum dopo un tot di consegne: tutto è lasciato, in qualche modo, alle decisioni della libera individualità che rappresenta il singolo lavoratore. La realtà è ben diversa, con retribuzioni che oscillano tra i due e i quattro euro a consegna, precarietà ed assenze di vere tutele, tanto che in molti hanno parlato del lavoro dei riders retribuito a cottimo, senza paga base.

Quello che viene a mancare con l’inchiesta di Milano è proprio la narrazione dei rider “imprenditori di sé stessi”: in quanto lavoratori subordinati hanno diritto a tutele e riconoscimento di diritti, come ad esempio degli orari certi, un salario dignitoso e garantito, il versamento dei contributi, le ferie, la malattia… Tutte cose che a questi fattorini erano negate: costi e rischi, al momento, sono scaricati completamente sui lavoratori. In quanto autonomi i rischi per la salute e la sicurezza, lavorando per strada, aumentano a dismisura con il pagamento del salario che viene effettuato a consegna e non su base oraria. Un vero e proprio tritacarne in cui i rider si trovano costretti in un continuo ricatto, al servizio dell’algoritmo e dell’applicazione che regola le loro vite.

Un ricatto doppio per migliaia di lavoratori e lavoratrici, nella maggior parte dei casi di origine migrante già sottoposti ad un meccanismo burocratico escludente determinato dalla legislazione italiana, basti pensare alla famigerata legge Bossi-Fini che vincola la permanenza regolare ad un contratto di lavoro in essere.

L’indagine della procura di Milano scoperchia, finalmente, il vaso di pandora sulle condizioni della categoria, indicando una via chiara per la stabilizzazione di decine di migliaia di lavoratori e lavoratrici: il contratto da applicare, in questo caso, sembrerebbe essere quello Logistica, Trasporto Merci e Spedizioni. Unica piattaforma ad applicarlo è, al momento, Just Eat a seguito di accordi aziendali; questo prevede tra le altre cose la possibilità dell’indeterminato, paga fissa oraria (circa 8,75 euro), incentivi aggiuntivi, contratti part-time, solitamente da 10, 15 o 20 ore settimanali, ferie, permessi, malattia, maternità/paternità e TFR.

Di certo non il paradiso, con la paga base che rimane decisamente bassa, ma un deciso passo avanti per un bacino di lavoratori che è diventato un pezzo fondamentale della nostra economia.

Pubblicato il: 19/02/2026 da Alessio Ramaccioni