Francia. Il caso “Deranque” trasforma uno squadrista in un martire e apre le porte alla repressione
La morte del neofascista Quentin Deranque ha innescato una reazione a catena di accuse verso la “sinistra”, che ha coperto un’ondata di violenze contro le sedi sindacali e quelle della France Insoumise. La Francia è già nel pieno della campagna elettorale.
di Giacomo Simoncelli
Il 12 febbraio una conferenza svoltasi presso l’Istituto di studi politici (Iep) di Lione e la cui principale ospite era Rima Hassan, europarlamentare de La France Insoumise (LFI), è diventato un caso politico con importanti ripercussioni rispetto alla trasformazione in “democrature” che molti paesi europei stanno già vivendo, in una chiara tendenza alla guerra che riguarda tanto la politica estera quanto quella interna.
All’esterno della conferenza, il collettivo neofascista Némésis, che si nasconde dietro una millantata propaganda “femminista”, aveva organizzato un presidio di protesta. In una rissa nata a margine dell’incontro era presente anche Quentin Deranque, il quale, ore dopo, è stato ospedalizzato e infine, il 14 febbraio, è morto.
Se i media mainstream hanno inizialmente parlato di un “agguato antifascista” ai danni di pacifici manifestanti, protetti da un cordone di sicurezza di cui faceva parte Deranque, ricostruzioni alternative e video circolati in rete dipingono un quadro più torbido. Mentre la famiglia di Deranque nega che egli facesse parte di qualsivoglia servizio d’ordine, il gruppo neonazista Luminis Paris ha rivendicato l’attività di Deranque come quella di un “militante radicale”, citando le sue ultime parole: “Facciamolo di nuovo, ragazzi”.
Emergono inoltre dubbi sulla questione dei soccorsi. Non perché non siano arrivati, ma perché Deranque stesso li avrebbe rifiutati (e in quel frangente avrebbe pronunciato la frase sopra riportata). Solo dopo tempo, quella stessa sera, viste le condizioni che peggioravano si sarebbe fatto ospedalizzare. A quel punto, il trauma cranico che aveva riportato si sarebbe rivelato fatale.
Questo è ciò che può essere ricostruito di quella che si è palesata come una vera e propria provocazione di un gruppo neofascista, con uno dei suoi membri che, nella rissa da loro provocata e cercata, ha avuto la peggio, e ha poi rifiutato le cure fino a porsi in una condizione di salute irreversibile. Ma il governo e le opposizioni di destra hanno colto l’occasione per sferrare un attacco frontale a Jean-Luc Mélenchon e alla France Insoumise.
Infatti, a essere accusata dell’aggressione è stata la Jeune Garde, organizzazione antifascista fondata da Raphaël Arnault, oggi deputato della France Insoumise. Il gruppo sotto accusa è in realtà stato sciolto, nel corso del 2025, ma quel provvedimento è ancora sotto ricorso. La “martirizzazione” di uno squadrista viene dunque ora utilizzata per creare il clima adatto a proseguire sulla strada della messa al bando, con l’ondata di sdegno che viene allungata anche verso la France Insoumise.
Il partito è stato oggetto, inoltre, di vari attacchi nelle ultime settimane. Raid vandalici e minacce da parte di gruppi neofascisti hanno colpito sedi e militanti in tutto l’Esagono. Su questi assalti, al contrario della morte di Deranque, non c’è stata nessuna levata di scudi solidale. Anzi, è evidente che la narrazione intorno alla vicenda viene usata per preparare il terreno per l’integrazione al governo dei fascisti del Rassemblement National.
Con l’avvicinarsi delle presidenziali del 2027, il “martirio” di Deranque diventa il grimaldello ideologico per normalizzare definitivamente l’estrema destra e colpire con la repressione i movimenti che animano le piazze contro il governo e in solidarietà con il popolo palestinese, anche in Francia.
Pubblicato il: 27/02/2026 da Giacomo Simoncelli