Ex Ilva: continua la trattativa con Jindal in vantaggio, ma per salute e occupazione le notizie non sono buone
La trattativa per la cessione dell’Ex Ilva si sta trascinando con lo spettro della chiusura dell’impianto prevista per il 24 agosto dal Tribunale di Milano. Sembra che la multinazionale indiana Jindal sia in vantaggio sul fondo americano Flacks, ma a preoccupare è la mancanza di fondi per la riconversione ecologica e la decarbonizzazione, mentre ad ottobre finiscono le risorse per l’integrazione aziendale di migliaia di cassintegrati.
Di Emilio Banchetti
La vicenda dell’Ex Ilva, diventata Acciaierie d’Italia nel 2021 con l’accordo tra Invitalia e ArcelorMittal che ha fatto nascere la società mista pubblico-privata che gestisce i rami d’azienda dell’ormai ex colosso del siderurgico italiano, sta avendo in queste settimane nuovi sviluppi. Sono passati ormai 14 anni da quando nel luglio 2012 la Procura di Taranto ha disposto il sequestro dell’area a caldo dell’impianto ionico, il più grande a ciclo unico in tutta Europa con la sua superficie da 15 milioni di metri quadrati: una storia giudiziaria che ha attraversato varie fasi, ma che non ha fermato il funzionamento dell’acciaieria grazie ai vari decreti legge salva-Ilva finalizzati a garantire continuità produttiva concedendo facoltà d’uso temporanea anche se all’area erano stati posti i sigilli. Aree particolarmente rischiose per la sicurezza dei lavoratori e la salute della cittadinanza, comunque, sono state fermate proprio senza facoltà d’uso a seguito di incidenti, ad esempio l’Altoforno 1 a seguito dell’incendio scoppiato nel maggio 2025. Sull’impianto tarantino, inoltre, pende la sentenza del tribunale di Milano che nel febbraio 2026 ha disposto lo stop totale della produzione proprio nell’area a caldo entro il prossimo 24 agosto.
Da un punto di vista della salute e dell’ambiente, quindi, il contesto appare disastroso, in particolare in una città come Taranto che nel corso degli anni ha pagato un prezzo salatissimo. Dal punto di vista strettamente occupazionale la situazione non è certa migliore: basta pensare alle migliaia di lavoratrici e lavoratori che oggi non hanno altra forma di sostentamento che la Cassa Integrazione e gli ammortizzatori sociali. Sono 4.500 solo in ADI, la cui CIGS è stata prorogata fino al febbraio 2027, tra i quali 3.800 dello stabilimento di Taranto; usufruiscono degli ammortizzatori sociali poi i 1600 i lavoratori di Ilva in Amministrazione Straordinaria, personale storico rimasto formalmente legato alla vecchia società, come le migliaia, un numero che oscilla tra i 3.000 e i 4.000, sono quelli degli appalti e dell’indotto.
Per i cassintegrati si profila un rischio concreto nei prossimi mesi: quello del taglio delle tutele salariali in autunno, dato che gli 11,4 milioni di euro stanziati dal precedente Decreto Ilva garantiscono la copertura economica per l’integrazione salariale (che comunque prevedeva fino al 70% della retribuzione) solo fino a questo ottobre. Se non verranno stanziate nuove risorse, da ottobre in poi i lavoratori riceveranno unicamente l’indennità base dell’Inps per la cassa integrazione.
Prosegue, intanto, la trattativa per la vendita: secondo le varie indiscrezioni ad essere in vantaggio è il gruppo indiano Jindal, che avrebbe un certo vantaggio sul fondo speculativo americano Flacks. Secondo la bozza di accordo messa in campo si tratterebbe di una cessione simbolica ad un euro, con un sostegno pubblico importante di 2 miliardi di Euro, mentre per quanto riguarda la forza lavoro si prevede un drastico taglio: gli operai dell’impianto tarantino, ad esempio, verrebbero dimezzati dai circa ottomila attuali a 4.500 ed un solo forno elettrico a regime. Ma la partita non è ancora chiusa, dato che Flacks starebbe lavorando ad un piano che coinvolgerebbe Metinvest Adria e Danieli. A suscitare preoccupazioni e polemiche negli ultimi giorni è stata però la scomparsa della decarbonizzazione dall’agenda del Governo: lo stanziamento originario per la riconversione verde era originariamente previsto per 1 miliardo di euro, ma è stato rimodulato e ridotto a circa 726 milioni di euro, mentre è stata definitivamente cancellata DRI Italia, la società pubblica che avrebbe dovuto produrre tramite idrogeno preridotto di ferro, materiale che consentirebbe la produzione di acciaio a basso impatto ambientale in forni elettrici.
Il prossimo 28 luglio è stato convocato un nuovo tavolo al Ministero del Made in Italy, con i sindacati come USB e Fiom che hanno accusato il Governo di operare una trattativa al ribasso per favorire gli acquirenti. Occupazione ed ambiente sono i nodi centrali da sciogliere, con il controllo pubblico tramite una definitiva nazionalizzazione che, ormai da voci differenti, è indicato come l’unica soluzione per tutelarli entrambi.