Col nuovo Regolamento Rimpatri, si delinea un’ICE made in UE
Il nuovo Regolamento Rimpatri sta per arrivare al “trilogo” delle autorità europee. Da varie voci si sollevano critiche, per una riforma che avanza ulteriormente verso la criminalizzazione del flusso dei migranti e verso la militarizzazione dei confini. La UE sta costruendo una sua ICE nel silenzio di larga parte dell’opinione pubblica.
di Giacomo Simoncelli
Mentre l’amministrazione Trump attua deportazioni di massa e raid nelle strade americane, l’Unione Europea non solo osserva in silenzio, o si cimenta in strumentali e flebili critiche, ma si appresta a dotarsi di un apparato repressivo che ne ricalca fedelmente i metodi.
La svolta securitaria: il voto in Commissione LIBE
L’accelerazione definitiva è arrivata una settimana fa con il via libera della Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento Europeo alla proposta del Regolamento Rimpatri, presentato l’11 marzo 2025. Il testo, che ora passerà al vaglio della plenaria prima di entrare nella fase di trattativa del “trilogo” (con Consiglio e Commissione Europei), punta a creare un sistema comunitario per rendere le espulsioni dei migranti irregolari “più rapide ed efficaci”.
Tuttavia, per esperti e attivisti, l’obiettivo reale è un altro: la creazione di una versione europea dell’ICE. Silvia Carta, responsabile dell’ONG PICUM, è netta: “il nuovo libretto di istruzioni delle deportazioni è molto simile a quello americano”.
Detenzione fino a due anni e “Return Hubs” off-shore
Il cuore della riforma risiede in una stretta pesantissima sulle procedure. Tra le misure più controverse figurano i “Return Hubs”, ovvero centri di deportazione situati in paesi terzi (modello simile alle prigioni americane in Salvador), dove trasferire i migranti in attesa del volo di ritorno. Spesso senza verifiche preventive sul rispetto dei diritti fondamentali in tali paesi.
I migranti possono essere trattenuti fino a due anni prima dell’espulsione definitiva, costringendoli in prigione per un tempo lunghissimo, senza effettivi crimini a carico e in condizioni che possono essere pericolose per la loro stessa incolumita. Inoltre, il regolamento apre a misure investigative invasive, permettendo agli agenti di entrare in case private, chiese e rifugi umanitari. In alcuni contesti, si denuncia la possibilità di perquisizioni persino senza mandato giudiziario.
La profilazione razziale e il muro giuridico imposto dalla UE
Sono molte le denunce, inoltre, riguardo al fatto che il regolamento porterà a una vera e propria profilazione razziale. Etnia, razza e religione diventeranno elementi dell’identificazione dello status legale. A questo si aggiunge un massiccio uso di tecnologie di sorveglianza biometrica, mentre viene limitato anche il diritto al ricorso.
In questo modo, Bruxelles fa anche di peggio rispetto a Washington. Sta creando una cornice legale che permette deportazioni e razzismo istituzionalizzato, cercando di metterlo al riparo il più possibile da interventi del potere giudiziario.
La difesa di Bruxelles e l’allarme internazionale
Dalla Commissione Europea arrivano smentite categoriche. Un portavoce ha dichiarato a Euronews che il testo è “pienamente compatibile con i diritti fondamentali” dei migranti, assicurando che non vi sarà alcun obbligo per i servizi pubblici di denunciare i migranti né irruzioni indiscriminate.
Ma le rassicurazioni di Bruxelles si scontrano con un fronte di opposizione vastissimo. Circa 70 ONG, il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa e 16 tra relatori speciali, esperti indipendenti e gruppi di lavoro delle Nazioni Unite hanno inviato lettere di avvertimento all’UE, denunciando il rischio che il regolamento mini le basi di quello che la UE dice di difendere, ovvero un funzionale stato di diritto.
Esternalizzazione e militarizzazione dei confini
La “trumpizzazione” non è solo giuridica, ma anche armata ed economica. I confini si militarizzano tramite Frontex e accordi di cooperazione con regimi autoritari, ai quali è demandato il compito di gestire il flusso dei migranti. In molti casi, l’UE mantiene rapporti con autorità considerate trafficanti di esseri umani secondo il diritto internazionale (basti pensare al caso Almasri, per tramite dell’Italia), affinché intercettino i migranti prima che arrivino sulle coste del Vecchio Continente.
Dietro la retorica della sicurezza, emerge una strategia economica: assicurarsi manodopera a basso costo tramite la gestione dei flussi affidata a milizie esterne, senza dover gestire direttamente la “questione sociale” che emergerebbe sul territorio continentale. E intanto, la distinzione tra rifugiato e migrante irregolare è gradualmente scomparsa, sostituita da una criminalizzazione sistematica.
Pubblicato il: 16/03/2026 da Giacomo Simoncelli