Conoscersi per riconoscerci: il microcosmo di AssopacePalestina dove la vicinanza guarisce la nostalgia
Le rotte dell’anima e il sale della vita: la Ciociaria diventa il centro dell’umanità ritrovata
di Clara Habte

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Ci sono tante domande che poniamo, ma non sempre otteniamo risposte. Poi, all’improvviso, si è testimoni diretti di umanità. L’umanità vera risiede nelle persone che non dimenticano nella quotidianità — nonostante le innumerevoli difficoltà per cambiare le situazioni, anche le più terribili — coloro che comprendono senza esitazione ciò che è giusto fare. Significa organizzare alcuni giorni di incontro, oppure creare reti e legami profondi tra chi non conosce ma comprende, tra chi è testimone del genocidio in corso e chi si batte affinché venga fermato il governo israeliano. Un assaggio è “Saperi e Sapori della Palestina” a Supino (Frosinone).
In questi mesi drammatici, il Sumud collettivo — la resilienza civile, identitaria e non violenta — ci ha portato a incontrarci. Un incontro mai scontato, ma colmo di una geografia umana straordinaria. Esiste un cognome che in questo percorso è diventato collettivo: Morgantini. È collettivo perché racchiude le tantissime persone che decidono di non voltarsi dall’altra parte e che da anni si adoperano per l’autodeterminazione del popolo palestinese. E poi c’è Luisa. Luisa è una sola, ma a Supino racchiude in sé molti amori, portati avanti con determinazione e gentilezza; Luisa che è il motore immobile di AssopacePalestina, dentro cui vive tutta la geografia umana. Allora, ecco che italiani, marocchini, gazawi, cisgiordani, ciociari e romani si ritrovano in un abbraccio necessario.
Conoscersi serve per sentire meno dolorosa la nostalgia, non solo di casa, ma di chi sa che non sarà affatto facile tornare a casa. Conoscersi per sentire casa attraverso persone che mettono generosamente a disposizione conoscenze, relazioni, capacità, spazi e tempo. Diventa un ritrovo che ricorda i tanti campeggi organizzati dai giovani durante l’estate, in cui ci si confronta e si uniscono racconti e speranze. Un piccolissimo paese della Ciociaria si trasforma così nel centro del mondo che vorremmo vivere: un luogo che in qualche modo lenisce la fame, la disperazione, l’angoscia, il terrore. Si incontrano persone che, con piccole ma enormi azioni, fanno tornare a credere nell’umanità. Una parola, umanità, così tanto abusata, ma che se la incontri la riconosci subito.
Sono state giornate in cui tantissimi sentimenti si sono mescolati: il dolore, la gioia, la voglia di vivere e la speranza. Perché quando parliamo di giovani si parla inevitabilmente di speranza e di fiducia nel futuro. Questa settimana di condivisione, di incontro, di ritrovarsi e di riconoscersi fa tutta la differenza in un contesto in cui mancano gli aiuti istituzionali e la solidarietà ufficiale si ferma. Lì ci sono le persone. C’è l’umanità a disposizione del prossimo: come le guide che hanno portato questi studenti in giro per Roma, come l’incontro all’ambasciata, fino a Maya che abbraccia i coetanei per cui tanto lotta con il movimento degli studenti palestinesi. E poi c’è il lavoro immenso e senza fatica di Margherita, Elena, Stefano, Luisa, Roberto e tanti altri, insomma di tutti quei nomi racchiusi in Assopace Palestina che affrontano una fatica enorme per non voltarsi dall’altra parte sulla questione palestinese, dei gazawi e dei cisgiordani. Oggi più che mai è vitale conoscere e riconoscere.
È stato emozionante e allo stesso tempo doloroso accompagnarli in una gita al mare, immersi nella solidarietà emotiva e pratica di Fiamma. Non ci sono stati commenti, ma solo sguardi e forse un po’ di curiosità per quelle ragazze rimaste vestite in spiaggia. Solo un paio di loro si sono buttate in acqua, quasi a voler fare pace con il mare. Un mare finalmente non controllato da fucili, non sorvegliato da droni. Un mare libero, esattamente come ci auguriamo di poter vivere sempre. Guardare quell’orizzonte pensando che, virtualmente, sia una rotta dell’anima che unisce le due sponde. Ci sono famiglie che i ragazzi non vedono da quasi un anno, e chissà quando potranno rivederle. Alcune ragazze hanno fatto il bagno abbracciando quest’acqua e questo sale, augurandosi che possa essere sale di vita. A chi chiede con stupore “ma come fanno a fare il bagno e a essere felici?”, rispondiamo: cosa dovrebbero fare i giovani? Cosa dovrebbero fare se non adattarsi e provare a immaginare che esista un presente diverso da quello a cui Israele, i governi internazionali e occidentale li ha costretti?
La risposta più potente a ogni disumanità è arrivata dalla tavola e dalla festa. Durante l’iniziativa serale, i ragazzi gazawi hanno cucinato per l’intera comunità, attivando quel linguaggio globale che il mangiare insieme sa creare. Subito dopo, i passi ritmici e i cerchi della Dabka, la danza tradizionale palestinese, si sono intrecciati spontaneamente sulle note di “Sarà perché ti amo”, cantata e ballata da tutti i presenti, unendo idealmente ‘Ricchi e poveri’ in un unico abbraccio. La convivialità diventa così lo strumento per avvicinare le persone: conoscersi per riconoscerci.
Ci sono fotografie dell’anima, sensazioni che leniscono e aiutano a superare i dolori. Tutto questo si tramuta in autentica accoglienza. Si recupera qui l’essenza più pura dell’ospitalità greca, la xenia, in cui è ospite chi apre la sua casa, ma lo diventa intimamente anche chi vi arriva, in uno scambio paritario che arricchisce entrambi e abbatte le barriere della diffidenza. In un momento storico in cui si abusa continuamente di parole sacre e concetti complessi come la democrazia, svuotandoli di ogni reale significato, ci sono occasioni e persone che continuano a personificare l’essenza vera della storia e della cultura. È qui che l’antico sposa il presente per costruire un futuro prossimo che sia concretamente solidale, accogliente e fondato sulla giustizia sociale.
Pubblicato il: 28/08/2026 da Clara Habte