Dalle auto allo scudo missilistico: Volkswagen tratta con Israele per salvare lo stabilimento di Osnabrück
L’accordo con Rafael per produrre componenti dell’Iron Dome potrebbe garantire il futuro ai 2.300 dipendenti del sito tedesco, piegato dalla crisi dell’automotive e dalla concorrenza cinese.
di Giacomo Simoncelli
In un’epoca di profonda metamorfosi per l’industria europea, il confine tra mobilità civile e difesa si fa sempre più sottile. Volkswagen, il gigante dell’auto che per decenni ha incarnato il benessere della classe media tedesca, starebbe valutando una svolta radicale per evitare la chiusura dello storico stabilimento di Osnabrück, in Bassa Sassonia: convertirlo alla produzione di componenti per l’Iron Dome, il celebre sistema di difesa aerea israeliano.
Secondo quanto rivelato dal Financial Times, VW sarebbe in trattativa avanzata con la Rafael Advanced Defense Systems, l’azienda statale israeliana che ha sviluppato la “Cupola di Ferro”, messa a dura prova proprio in questi giorni dalle crescenti tensioni e dalle capacità balistiche iraniane.
Un piano per salvare 2.300 posti di lavoro
Il sito di Osnabrück attraversa da tempo una fase di incertezza. Con la produzione attuale destinata a esaurirsi nel 2027 e i profitti del gruppo erosi dalla spietata concorrenza dei veicoli elettrici cinesi, i 2.300 dipendenti dello stabilimento vivono sotto lo spettro del licenziamento.
L’intesa con Rafael rappresenterebbe la svolta: “L’obiettivo è salvarli tutti, forse anche espandere la forza lavoro”, ha dichiarato una fonte anonima alla testata britannica. Se l’accordo dovesse andare in porto, la riconversione potrebbe essere completata in un arco di tempo compreso tra i 12 e i 18 mesi, richiedendo investimenti relativamente contenuti per adattare le linee di montaggio esistenti.
Cosa si produrrà: non missili, ma logistica pesante
L’impegno tedesco non prevede la fabbricazione dei proiettili intercettori, ma si concentrerebbe sulla “spina dorsale” del sistema. A Osnabrück verrebbero realizzati i camion pesanti per il trasporto, i lanciatori e i generatori di energia necessari al funzionamento delle batterie dell’Iron Dome.
L’ambizione dei due partner non si ferma alla fornitura per Israele: Volkswagen e Rafael punterebbero a commercializzare congiuntamente questi sistemi di difesa aerea anche in altri Paesi europei, cavalcando l’ondata di riarmo lanciata da Bruxelles in risposta al conflitto in Ucraina.
Il ruolo della politica e della dirigenza di Wolfsburg
Il progetto godrebbe del parere favorevole del governo tedesco, che vede di buon occhio il rafforzamento dell’industria della difesa nazionale e il mantenimento dei livelli occupazionali in un settore strategico.
Per Volkswagen, d’altronde, il settore militare non è un tabù assoluto. Il gruppo è già attivo nella produzione di autocarri tattici attraverso la joint venture tra la sua controllata MAN e Rheinmetall. Già nel 2025, proprio Rheinmetall aveva mostrato interesse per il sito di Osnabrück, ma l’affare era sfumato in attesa di ordini certi per i carri armati.
Una nuova “economia di guerra”?
Il caso Volkswagen-Rafael è l’esempio più eclatante di una tendenza che sta ridisegnando l’industria manifatturiera europea. Anche Renault accelera verso nuovi orizzonti industriali. In Francia, il gruppo avrebbe siglato un’intesa con Turgis Gaillard (specialista in aerospazio e difesa) su input del Ministero delle Forze Armate. L’obiettivo è ambizioso: gettare le basi per un’industria nazionale di droni, puntando a una produzione di 600 unità al mese. Il cuore operativo del progetto verrebbe ospitato dagli storici stabilimenti automobilistici di Le Mans e Cléon.
Stellantis: il futuro di Cassino
Scenario opposto per Stellantis, dove i numeri raccontano una crisi profonda per lo stabilimento di Cassino. Nel 2025 sono state prodotte solo 19.364 unità, un crollo del 27,9% rispetto al 2024. Per intenderci, nel 2017 il sito sfornava oltre 135.000 vetture. Il personale è sceso a soli 2.200 dipendenti, e il piano industriale annunciato a fine 2024 è fermo. Il lancio dei nuovi modelli è slittato a data da destinarsi e, nel primo scorcio del 2026, si sono contate appena 16 giornate lavorative.
In questo clima di incertezza, si era fatta strada l’ipotesi di una riconversione parziale del sito verso il settore della difesa. L’indiscrezione era stata alimentata da Gioacchino Ferdinandi, sindaco di Piedimonte San Germano, che aveva ipotizzato una collaborazione strategica con Leonardo e una possibile joint venture con Rheinmetall. Tuttavia, Stellantis e Leonardo hanno bollato le voci come “fake news”, ma la rapida transizione della UE a un’economia di guerra per far fronte alla crisi industriale, sostenuta dal riarmo europeo, è realtà.
Pubblicato il: 12/04/2026 da Giacomo Simoncelli