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RIFUGIO ATOMICO con FABRIZIO FALCIONI

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Il nuovo decreto Sicurezza, per blindare il governo e svuotare le piazze

Il nuovo decreto Sicurezza, per blindare il governo e svuotare le piazze

Il nuovo decreto Sicurezza introduce misure che sono pericolose sul piano giuridico, e che su quello politico hanno uno scopo ben preciso: dopo le mobilitazioni oceaniche sulla Palestina, silenziare le piazze e impedire qualsiasi dissenso

di Giacomo Simoncelli

Come ampiamente previsto, ma forse peggio di quanto ci si potesse immaginare. Il nuovo decreto Sicurezza, licenziato dal Consiglio dei Ministri, si presenta come un’architettura normativa complessa, in cui i suggerimenti del Quirinale hanno smussato gli angoli più palesemente incostituzionali, ma che mantiene intatto un cuore pulsante di matrice reazionaria.

Se la forma appare più asettica per evitare il paragone immediato con regimi del passato, la sostanza punta dritto a un unico obiettivo: scoraggiare, limitare e, di fatto, impedire il dissenso di piazza.

La “morte civile” per via amministrativa

Il punto più controverso riguarda il divieto di partecipazione alle manifestazioni. Secondo il nuovo testo, non serve una condanna definitiva per essere allontanati dalle “zone rosse” che potrebbero essere istituite dalle autorità: basta una denuncia ricevuta negli ultimi cinque anni. È un meccanismo che punta a svuotare le piazze, impedendo a tanti di esercitare il proprio diritto a manifestare in maniera arbitraria.

A supporto di questa strategia torna anche il fermo preventivo, una misura che evoca sinistri ricordi del ventennio fascista. Gli agenti potranno trattenere negli uffici di polizia, fino a 12 ore, chiunque sia sospettato di poter porre in essere “condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione”, basandosi su segnalazioni o precedenti degli ultimi cinque anni.

Sebbene sia previsto l’obbligo di avvisare il magistrato, la natura stessa delle grandi mobilitazioni (che avvengono quasi sempre di sabato) rende questo controllo puramente teorico: è difficile immaginare un magistrato capace di esaminare centinaia di fermi in tempo reale durante un weekend di protesta, e scrivere un atto di tutto punto in tempi utili, anche nel caso in cui il fermo non fosse legittimo.

Lo “scudo penale” e il privilegio della divisa

Il decreto introduce un vero e proprio “scudo penale” per schermare le forze dell’ordine dalle conseguenze delle proprie violazioni. Per evitare l’incostituzionalità di una norma che ponesse la polizia sopra la legge che dovrebbe tutelare, il governo ha creato un registro diverso da quello degli indagati per chi accertare l’uso della violenza in casi in cui sarebbe invocabile la legittima difesa.

Tuttavia, che tale giustificazione sia evidente nel caso in questione spetterà a un superiore del poliziotto deciderlo, garantendo una sorta di impunità di fatto, a meno di clamorose evidenze pubbliche e di una campagna mediatica e politica martellante. Con lo stato dei media nostrani, c’è da dubitare che succeda.

Una strategia di sopravvivenza politica

Dietro i tecnicismi legali emerge chiaramente la visione politica di Palazzo Chigi. L’idea di fondo, esplicitata in maniera a volte anche fin troppo esplicita, è che le piazze cadano in un totale immobilismo. In questo modo, il governo resta al riparo dal malcontento dei cittadini, e magari impedisce che i vari nodi di questo malcontento si uniscano in una piattaforma politica più ampia.

In questo modo, la dialettica politica viene rinchiusa nelle stanze del Parlamento, dove le posizioni politiche sui grandi temi sono spesso sovrapponibili. In fin dei conti, anche le opposizioni hanno da guadagnare da un provvedimento che impedisce la critica anche verso di loro, oggi per essere troppo accondiscendenti con la deriva della guerra esterna e interna, domani se tornassero al governo.

Questo decreto, in sostanza, non vuole proteggere la popolazione, ma vuole proteggere la classe dirigente dalla denuncia del proprio fallimento, di cui la popolazione è sempre più consapevole. Resta da vedere se una società può davvero essere congelata per decreto o se la compressione del dissenso non possa raggiungere un punto di rottura, e scatenare una “resistenza” ancora più risoluta, pronta ad affrontare tutte le pene del governo pur di difendere i propri diritti.

Pubblicato il: 08/02/2026 da Giacomo Simoncelli