Venezuela, operazione militare Usa, Maduro prelevato e “portato via”: Trump sceglie la vecchia strada del ‘regime change’
Gli Stati Uniti, nelle prime ore della giornata, hanno lanciato una clamorosa operazione militare in Venezuela, arrestando il presidente Maduro e la moglie, che sarebbero già stati imbarcati su una nave militare diretta a New York.
di Alessio Ramaccioni
Ancora la destabilizzazione ed il ‘regime change’ come strumento di dominio globale: gli Stati Uniti, nonostante le dichiarazioni di Donald Trump in campagna elettorale e ribadite nel corso del primo anno di mandato, non perde la pessima abitudine di innescare crisi violente, utilizzando la sua enorme potenza militare, in giro per il mondo, con lo scopo di curare i propri interessi strategici. Dando un ennesimo e metaforico ‘calcio nel sedere’ al diritto internazionale, o a quel che ne resta.
La cronaca
Un’operazione militare statunitense in America Latina ha portato, secondo diverse fonti diplomatiche e di intelligence ormai confermate, all’arresto del presidente venezuelano Nicolás Maduro. Nelle prime ore del mattino, forze speciali statunitensi, hanno condotto un’azione mirata contro obiettivi strategici a Caracas ed in tutto il Venezuela. L’operazione – descritta da Washington come “limitata e finalizzata alla tutela della sicurezza regionale” – è culminata con la cattura di Maduro e della moglie, trasferiti su una nave militare Usa diretta – secondo quanto dichiarato dallo stesso Donald Trump – a New York.
L’operazione militare e di intelligence
Con il passare delle ore, i dettagli che emergono sulla cattura di Nicolás Maduro delineano un’operazione che va ben oltre la dimensione militare o di intelligence. Quella che gli Stati Uniti stanno presentando come un successo strategico appare, a tutti gli effetti, come una svolta dirompente nel modo in cui Washington sceglie di intervenire negli equilibri dell’America Latina.
Secondo le ricostruzioni di New York Times, CNN e Reuters, un’infiltrazione della CIA ai vertici del governo venezuelano avrebbe permesso un monitoraggio costante di Maduro nei giorni precedenti alla cattura, fino alla sua localizzazione precisa. Un’operazione che avrebbe fatto ricorso anche a droni stealth, e forse ad una rete di informatori locali.
Al centro di tutto, la decisione politica: l’autorizzazione concessa da Donald Trump già lo scorso autunno a un approccio “più incisivo” segna un cambio di passo netto nell’approccio di Washington all’America Latina. Non più solo pressione diplomatica o le sanzioni economiche, ma la preparazione sistematica di operazioni sul terreno.
L’episodio del drone armato utilizzato a dicembre contro un molo sospettato di traffici di droga rafforza questa lettura. Non si tratta di azioni isolate, ma di una campagna costruita nel tempo, frutto di mesi di pianificazione congiunta tra CIA e forze armate. La cattura di Maduro appare così come l’esito finale di una strategia già in atto, più che come un’improvvisazione dell’ultima ora.
Un ruolo significativo, nella dinamica dell’arresto di Maduro, potrebbe averlo avuto la ricompensa da 50 milioni di dollari offerta da Washington. Se, come ipotizzano ex funzionari, questo incentivo ha facilitato il reclutamento della fonte interna, allora la vicenda solleva interrogativi profondi anche sulla stabilità degli apparati statali venezuelani.
Dal punto di vista militare, l’attacco ha provocato violente esplosioni a partire dalle 2 della notte ora locale (le 7 del mattino in Italia) a Caracas e in altre aree del Venezuela, in particolare negli Stati di Miranda, Aragua e La Guaira. Il governo ha confermato che diversi obiettivi militari sono stati colpiti.
La conferma è arrivata anche da parte del presidente colombiano Gustavo Petro, che ha diffuso un elenco dei siti interessati dai bombardamenti: nella capitale figurano la sede del Parlamento e il Cuartel de la Montaña, che ospita il mausoleo di Hugo Chávez, un luogo di forte valore simbolico. Secondo diverse testimonianze, circolate anche sui social, sarebbero stati colpiti il Fuerte Tiuna, principale complesso militare del Paese, e la base aerea di La Carlota, situata nel centro di Caracas.
Prima che Trump annunciasse la cattura di Nicolás Maduro, lo stesso Petro aveva inoltre comunicato l’attivazione di un piano di difesa militare a protezione del palazzo presidenziale di Miraflores. Al di fuori della capitale, tra gli obiettivi segnalati figurano la base dei caccia F-16 di Barquisimeto, la base di elicotteri di Higuerote, l’aeroporto di El Hatillo e l’aeroporto privato di Charallave, a sud di Caracas. Secondo quanto riportato dalla Cbs, l’operazione che ha portato alla cattura di Maduro e della moglie sarebbe stata condotta dalla Delta Force.
La posizione degli Stati Uniti
In una dichiarazione ufficiale, la Casa Bianca ha giustificato l’intervento accusando il governo venezuelano di “gravi violazioni dei diritti umani, narcotraffico e destabilizzazione regionale”. Nello specifico, i capi di imputazione per Maduro, la moglie e – sembra – anche il figlio sono “cospirazione narco-terrorista, cospirazione per l’importazione di cocaina, possesso di mitragliatrici e strumenti di distruzione, cospirazione di possesso di mitragliatrici e strumenti di distruzione contro gli Stati Uniti”, così come illustrato dalla procuratrice generale degli Stati Uniti d’America Pam Biondi: una serie di accuse che – attenzione – caratterizzano l’operazione come giudiziaria, di polizia, più che militare. Il che, se fosse confermato, avrebbe permesso a Donald Trump di autorizzarla senza autorizzazione del Congresso.
«Non si tratta di un’invasione, ma di un’operazione di giustizia internazionale», ha infatti affermato, ad operazione ancora in atto, un alto funzionario dell’amministrazione USA.
Venezuela nel caos?
A Caracas la situazione è ancora poco definibile. L’opposizione pressochè nulla – così almeno appare – da parte dell’apparato militare e delle forze di Polizia fa pensare che l’arresto (o forse il rapimento, viste le modalità) di Maduro fosse in qualche modo concordato. Naturalmente subito si è fatta sentire la voce dell’ opposizione: María Corina Machado, discusso premio nobel per la pace nel 2025, ha già dichiarato – come, appunto, opposizione – di “essere pronti a prendere il potere”.
Ma non è per forza detto che le cose vadano così: dalle informazioni che circolano, il governo venezuelano sarebbe ancora operante, e la vice presidente Delsy Rodriguez, indicata in un primo momento in Russia, sarebbe ancora al suo posto. Lo stesso Trump, in una dichiarazione, ha affermato “Vedremo se Machado può governare”.
Di certo, con Maduro arrestato e il potere centrale vacillante, il Venezuela entra in una fase di profonda incertezza. Resta da capire, oltre a chi assumerà il controllo del Paese, quale sarà il ruolo delle forze armate e se la popolazione, già stremata da anni di crisi economica, che tipo di reazione avrà. Una cosa è certa: un’azione di questo tipo segnerebbe un punto di svolta storico nei rapporti tra Stati Uniti e America Latina, con conseguenze destinate a farsi sentire ben oltre i confini venezuelani.
Reazioni internazionali
La Russia e la Cina hanno condannato duramente l’azione statunitense, definendola una “violazione flagrante della sovranità nazionale”. L’Unione Europea, invece, mantiene una posizione prudente, chiedendo chiarimenti e invocando una soluzione politica che eviti un’escalation armata. In America Latina, i governi sono divisi: alcuni Paesi sostengono la necessità di un cambiamento a Caracas, altri temono un pericoloso precedente che potrebbe destabilizzare l’intera regione.
L’Italia si è espressa attraverso una dichiarazione della premier Meloni, assolutamente in linea con le posizioni espresse fino ad oggi: «L’Italia», ha detto, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto». «Coerentemente con la storica posizione dell’Italia», però, «il Governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari».
Tuttavia, conclude Meloni, l’Italia «considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». Insomma, non ci è piaciuto tanto il modo, ma gli Usa e Trump facciano, come sempre, quel che vogliono.
Il vecchio e selvaggio West
Insomma, la vecchia strada — sempre foriera di interessanti possibilità, almeno nell’immediato — del regime change, che offre la possibilità di regalare (a chi ancora ci crede) una parvenza di legittimità a dinamiche di potere e brutalità.
La lotta al narcotraffico? Sì, forse, chi lo sa. Il “nemico numero uno” sembrava essere il fentanyl, che dal Venezuela non passa.
La verità è semplice — e, appunto, brutale. A Caracas c’è tanto petrolio, di cui la Cina si serve in gran quantità. Maduro era un bersaglio forse facile, di sicuro a portata di mano, e utile da esibire come trofeo all’elettorato trumpiano, molto meno soddisfatto dell’operato del suo presidente di quanto qui in Europa si pensi.
E una parte (non tutto) di quell’elettorato sarà certamente soddisfatta: il leader autocratico di un narco-Stato che esporta droga è una bella preda, no? Ma non è questo il motivo che ha spinto Trump a ridicolizzare — ancora una volta — il diritto internazionale.
C’è il petrolio, come detto, ma c’è anche una dichiarazione formale ed esplicita di egemonia sul continente americano: storia vecchia, ma che da un po’ non veniva ribadita con questa veemenza. Un metodo che non vale solo per il Nuovo Mondo: lo abbiamo visto applicato con l’Iran, qualche settimana fa in Nigeria, e mille altre volte.
A partire dai nativi nordamericani — i “pellerossa”, gli “indiani” — depredati delle loro terre nel nome del progresso e della civilizzazione, senza alcun rimpianto. Una logica da vecchio, selvaggio West che sembra essere diventata regola della politica mondiale, ma solo se applicata dagli Stati Uniti e dai loro alleati, amici o satelliti.
Pubblicato il: 03/01/2026 da Alessio Ramaccioni