“Who’s gonna hear this shit? The ears of a dog?”. Pet Sounds, il capolavoro di Brian Wilson e dei suoi Beach Boys

“Who’s gonna hear this shit? The ears of a dog?” (Chi ascolterà questa merda? Un cane?” – battuta sprezzante che Love fece a Wilson quando quest’ultimo gli fece ascoltare i brani su cui stava lavorando per Pet Sounds)

Abbiamo cercato di catturare l’amore spirituale, quello che non può essere trovato da nessun’altra parte del mondo” (Brian Wilson).

Era il 16 maggio 1966 quando uscì per la Capitol Records Pet Sounds, undicesimo album in studio dei Beach Boys, ideato, composto ed arrangiato dal geniale ed irrequieto Brian Wilson (che allora aveva 23 anni e che proprio in quel periodo faceva un uso massiccio di LSD), uno dei dischi che per il suo livello di innovazione tecnica, genialità, complessità, profondità e introspezione, è tra i più influenti della storia della musica. Un album che rappresentò un addio alle surfin’ hits del passato dei Beach Boys e, in un certo senso, il trionfo dell’arte, dell’amore e delle emozioni contro le mode e i diktat del momento e contro il cinismo dell’industria del commercio musicale (“non è semplicemente un disco pop, ma una sinfonia tascabile in tredici movimenti che ha più a che fare con l’arte che non con le classifiche di vendita” – cit.).

Wilson affermò che il titolo del disco era anche una sorta di tributo a Phil Spector: infatti le parole “pet” e “sounds” hanno le stesse iniziali del suo nome.

A metà anni ’60 la musica, soprattutto in California, era molto legata al mito del surf, che non era semplicemente uno sport, ma un vero e proprio stile di vita, improntato sull’audacia e sulla libertà individuale (cit.). 

Qui sotto, un video di uno dei pezzi di surf music che più mi piacciono: Apache dei The Shadows.

Fu Wilson a fondare i Beach Boys insieme ai fratelli Carl e Dennis, al cugino Mike Love e all’amico Al Jardine. Dennis fu il solo dei 5 componenti originari ad usare la tavola e fu lui, dunque, la Musa ispiratrice dell’idea di scrivere musica che rappresentasse e parlasse del mondo del surf.

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Nacque così nel 1961 la spensierata Surfin’, che aprì la strada al successo di altre hits solari come Surfin’safari, I get around , Barbara Ann, Fun, fun, fun e Surfin’U.S.A

Pet Sounds fu dato alla luce nel periodo in cui Wilson si ritirò a vita privata e smise di andare in tour con i Beach Boys per concentrarsi su se stesso e sulla scrittura e la registrazione dei brani. Wilson ideò l’album da solo, senza l’aiuto degli altri membri della band, che però poi aveva poi sfruttato per le parti vocali. In esso, la musica non ha niente a che vedere con le sonorità originarie dei Beach Boys, ed è molto più matura e sperimentale: all’uopo sono stati utilizzati strumenti insoliti, come campanelli di biciclette e il theremin (strumento elettronico che non prevede il contatto fisico dell’esecutore per essere suonato), e anche suoni ambientali tra cui l’abbaiare dei cani (per esempio quello di Banana, il pet di Wilson).  Anche le tematiche affrontate dalle lyrics cambiarono rispetto ai dischi precedenti, perché non si parlava più di belle ragazze, di automobili sfreccianti e di estate e mare, ma di sentimenti e introspezione. 

Altra fonte d’ispirazione per la realizzazione di Pet Sounds furono i Beatles, che nel dicembre 1965 avevano dato vita alla versione americana di Rubber Soul, tanto che Wilson, dopo averlo ascoltato, disse: “Ecco. Ora sono davvero stato spinto a fare un grande album”.

Brian Wilson nel 1966

La maggior parte delle canzoni furono scritte tra il dicembre 1965 e il gennaio 1966 da Wilson insieme al pubblicitario Tony Asher.

Mike Love, insieme a Carl e Dennis Wilson, furono convocati per le loro parti vocali quando tornarono dal loro viaggio in Estremo Oriente. L’album include anche due pezzi strumentali, Let’s Go Away for Awhile e Pet Sounds

Tutte le basi per Pet Sounds furono realizzate in alcuni studi di Los Angeles, usando una piccola orchestra formata dai migliori turnisti dell’epoca, per cui nei brani si possono sentire vari strumenti, dai violini agli ottoni, dal pianoforte al clavicembalo, dall’armonica al sassofono, fino ad arrivare al theremin in I Just Wasn’t Made For These Times, poi utilizzato anche in Good Vibrations. 

La tecnica di registrazione di Wilson consisteva principalmente in una rielaborazione del famoso Wall of Sound di Phil Spector, tramite i registratori Ampex a 8 tracce. 

Per chi non lo conoscesse, Phil Spector è un produttore discografico statunitense, è stato il primo ad avere unito al proprio mestiere anche quello del compositore e del musicista, ed è tra gli artisti più rivoluzionari della storia della musica contemporanea. Inventore della tecnica di produzione musicale e registrazione del Wall of Sound, grazie alla quale riuscì a trasformare le canzoni in mini-sinfonie, Spector fu pioniere del sound di alcuni gruppi femminili dei sixties come le Ronettes, e collaborò anche con artisti come Tina Turner, Leonard Cohen, i Ramones, i Beatles (con questi ultimi realizzò il loro ultimo album Let It Be).

Phil Spector con John Lennon

Il metodo di registrazione usato da Wilson funzionava così: prima si creavano le basi con l’orchestra che suonava dal vivo, poi si aggiungevano le parti vocali. Come Spector, Wilson fu dunque un pioniere dell’uso dello studio come strumento.

Wilson successivamente metteva la base come una delle tracce di un registratore a otto tracce, e dedicava altre sei tracce alle parti vocali di ognuno dei membri del gruppo, mentre l’ultima traccia veniva solitamente lasciata per gli eventuali abbellimenti. A dispetto del lungo lavoro realizzato fino ad allora, Wilson poneva poi il brano completo in un’altra traccia singola, come faceva Phil Spector. Questo perché, secondo la mente dei Beach Boys, la qualità mono era preferibile in quanto più compatta alle orecchie dell’ascoltatore, e anche perché la maggior parte degli apparecchi di riproduzione domestici ai quei tempi erano monofonici.

Nel video che segue, Wilson all’opera mentre registra Good Vibration con i Beach Boys, canzone che doveva essere inclusa in Pet Sounds, ma che alla fine fu eliminata dalla relativa scaletta, poiché egli sosteneva che aveva ancora bisogno di tempo per affinarla. Fu pubblicata alcuni mesi dopo come 45 giri.

Mostrando il gruppo ritratto in un’atmosfera inconsueta e precocemente autunnale, già la copertina di “Pet Sounds” lasciava presagire che l’estate celebrata dai Beach Boys, quella lunga estate che sembrava non dovesse conoscer mai fine, volgeva ora al termine (cit.): il 15 febbraio 1966, il gruppo si recò allo zoo di San Diego per posare per le fotografie della copertina. Le foto furono scattate da George Jerman.

Pet Sounds non riscosse un enorme successo negli States, come era accaduto per i lavoro precedenti dei Beach Boys, ma nel Regno Unito, dove l’album raggiunse il 2º posto delle classifiche, fu positivamente accolto dal pubblico e dalla critica. Il tempo comunque gli ha reso giustizia, e come spesso accade per le opere d’arte più epiche, è stato solo in seguito apprezzato. L’album fu inoltre adorato da artisti come Clapton, Dylan e Elton John. Paul McCartney parlò spesso dell’influenza di Pet Sounds sui Beatles, specialmente sull’album Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (God Only Knows era tra l’altro la sua canzone preferita dei Beach Boys): “Credo che nessuno sia musicalmente istruito finché non ha ascoltato quell’album“, ha affermato.