Ryan Adams live alla Cavea, la recensione

Roma, Cavea Auditorium-Luglio Suona Bene, 11 luglio 2017

Prendi un sogno; uno di quelli che tieni chiuso nel cassetto da almeno 10 anni, da quel giorno in cui dallo scaffale del negozio di dischi Luna Records di Indianapolis compri “Gold” e “Demolition” perché vuoi toglierti la curiosità di ascoltare questo misterioso cantautore, poco distribuito in Italia, di cui molti parlano definendolo un genio.
Prendi quel sogno, dicevo, e ritiralo fuori proprio quando pensavi che sarebbe rimasto lì dentro a vita e portalo all’Auditorium – Parco della Musica di Roma, martedì 11 luglio 2017.
C’è l’artista che per anni ha monopolizzato lo scarso spazio del mio iPod Nano: c’è Ryan Adams.
Quello per cui, per mille e mille volte, mi sono ritrovato a specificare: “RYAN, non BRIAN…”.
Vederlo dal vivo, in Italia, non era mai successo. Questa volta, però, ha incluso “lo stivale” tra la fitta trama di date per il Tour di Prisoner, il suo ultimo doppio rilascio.
E quindi, tutto perfetto; tutto ok. Si va. Non lo posso perdere per nulla al mondo. Da una parte il fan e dall’altra lo speaker radiofonico che, per l’occasione, dovrà improvvisarsi anche critico musicale. Tutto nella stessa persona.
Vediamo di dare voce a tutti e due, senza che si pestino i piedi a vicenda.

Ad aprire la serata c’è Karen Elson e la sua semi-acustica; la ex super-modella ed ex signora White, accompagnata da una arpista, una violinista ed un ottimo chitarrista, propone al pubblico alcuni brani da “The Ghost Who Walks”, suo ultimo lavoro discografico. Buona performance, forse, tuttavia, per un pubblico colorito come quello romano, troppo intimista. Fatto sta che tutti, comunque, sembrano apprezzare.

Rapido cambio palco ed ecco che alle 21:50 circa si spengono le luci; il sogno esce sempre di più dal suo cassetto.
Quel palco, fatto di finti ampli Fender giganti, televisorini stile monitor televisivi anni 70 e fondo nero tempestato di led a ricordare un cielo stellato, prende vita e suono sulle note di “Do You Still Love Me?”, il primo singolo estratto da “Prisoner”. Per lui, un’altra seduta di quella terapia (iniziata proprio con la scrittura e poi la registrazione dell’album) per rimuovere le ansie, accumulate dopo la separazione, se pur consensuale, da Mandy Moore; per noi, un evento che ricorderemo per sempre. Forse…
Finito il brano, un timido: “Good evening”, un cambio di chitarra, cosa che avverrà per ogni brano, e poi dritti su “Gimme Something Good”, dall’album “Ryan Adams” del 2014.
E così di seguito, un brano dopo l’altro, da “Doomsday a Am I Safe”, passando per “When The Summer Ends”, contenuta nell’Ep “1984” (2014).
Un brano dopo l’altro, senza sosta, senza neanche il tempo di sintetizzare le emozioni.

I tempi dei Cardinals sembrano lontani anni luce, ma la nuova band, formata da ragazzi tanto giovani quanto preparatissimi, non perde un colpo.
Splendide le tastiere di Ben Alleman, dall’Hammond, quello vero (non la riproduzione sintetizzata), al piano Wurtlitzer.
La sezione ritmica, alla batteria Nate Lotz e al basso Charlie Stavish, taglia il tempo in due perfette metà come neanche la migliore delle spade di Hattori Hanzō farebbe con un’arancia lanciata in aria. Lo stesso Ryan, che conosciamo come ottimo chitarrista acustico, sembra aver studiato più del solito l’elettrica, tanto da rubare la scena a quello che dovrebbe essere il chitarrista solista. Di quest’ultimo, mi piacerebbe potervi dire il nome, se solo Adams si fosse preso la briga di presentare la band. Grave mancanza!

Grave mancanza anche la totale assenza di interazione col pubblico. Perché se è vero che, quando si va ad un concerto, lo si fa per ascoltare le canzoni, è pur vero che, non negatelo, sentirsi dire in quel classico italiano precario e pasticciato, che siamo il pubblico più caldo incontrato in tour e che il nostro cibo è “specciale”, fa piacere a tutti.
Questa volta, no; non lo sentiremo dire. Pazienza, Ryan Adams non ha mai brillato in affabilità.

Arriva “Two”, estratto da “Easy Tiger” del 2007. Wow! Cominciamo ad andare indietro nel tempo, pensiamo un po’ tutti. Tra poco sarà il momento di poter ascoltare, finalmente live, a pochi metri di distanza da colui che le ha scritte, le canzoni che ci hanno fatto innamorare del geniaccio di Jacksonville (NC).
Finalmente, ci abbandoneremo al meglio di “Gold”, oppure di “Demolition”. Ci incanterà con le ballad di Cold Roses o con la psichedelia di Love Is Hell.
No, non lo farà. Ma quando ce ne saremo resi conto sarà troppo tardi.

Sì, certo, un salto nei suoi rilasci migliori c’è stato: “I See Monsters” da “Love Is Hell” e “Shakedown on 9th Street” da “Heartbreaker”, con la quale chiude il concerto. “Thank you so much” è la seconda timida interazione col pubblico (vi ricorderete l’iniziale “Good evening”) e poi va via dietro le quinte con tutta la band.
Va be’, lo fanno sempre…
Poi torna e fa un piccolo set acustico. Altrimenti, che sono state sistemate a fare due chitarre acustiche, oltre la linea dei monitor, e il microfono anni 50, che Ryan usa sempre nelle performance unplugged?
No, non rientra. Entra, al suo posto, la roadie che stacca i cavi cannon dal già noto microfono e, placidamente, rimette a posto le acustiche nei flight case.

Qualcuno chiede spiegazioni ai ragazzi della crew, qualcuno urla: ”rimborso!”, ma, alla fine, gli addetti alla sicurezza, giustamente, ci invitano ad uscire perché devono chiudere ed è rischioso stare nei pressi dello smontaggio del palco.

Mi rendo conto che ogni artista sia libero di scegliere la propria scaletta e che, a volte, suonare per anni gli stessi brani può risultare pesante. Forse, però, in questo caso, considerata l’attesa di anni dei fans italiani nel poter vedere il proprio beniamino così vicino, finalmente non su YouTube, uno sforzo lo avrei fatto. Ve li immaginate i Pink Floyd che non suonano “Wish you were here”, “Time”, o “Comfortably numb”, perché le hanno suonate già tante volte?
Forse, invece, la scelta della scaletta è stata dettata dalla necessità di spingere l’ultimo disco; oppure, ha pensato che la vecchia produzione non fosse così popolare.
Chi può dirlo?
Il concerto, di sicuro, qualitativamente è stato altissimo e la prova me l’ha fornita proprio una persona a me vicinissima: mio fratello. E’ stato lui la mia cartina di tornasole, che mi ha permesso, in queste poche righe, di riuscire a far parlare il fan e l’improvvisato giornalista.
Fino al giorno prima non sapeva neanche dell’esistenza di Ryan Adams, era uno di quelli del misunderstanding Ryan/Brian.
Alla fine, mi ha confessato di essersi divertito da pazzi.

Ovvio, per lui non esistevano cavalli di battaglia; nessun brano che non puoi non fare; nessuna canzone che ti ha cambiato la vita, ma, soprattutto, non aveva nessuno cui chiedere, a fine concerto:”Come pick me up”.

Emanuele “DoctorHouse” Lollobrigida