Quarant’anni per “The Wall”, pietra miliare tremendamente moderna

di Davide Calcabrina

Il 30 novembre 1979, esce “The Wall” concept dei Pink Foyd, undicesimo album della band.
Esattamente 40 anni fa, critica e fans ancora si dividono tra chi lo descrive come uno dei capolavori più iconici della band e del Rock e chi lo definisce il canto del cigno di una band immortale ma da lì in poi diversa rispetto a quanto visto, ascoltato, fino a quel momento.

Non è facile, non lo è per niente.
Waters, Gilmour e co. vengono dal successo planetario di un trittico d’oro composto da “The Dark Side of the Moon”, “Wish You Were Here” e “Animals”, album che li hanno cristallizzati ai vertici della musica mondiale, migliaia di copie vendute, decine di tournée, centinaia di concerti, platee strapiene e adoranti. Sembrano i presupposti perfetti, la tavola migliore con cui surfare sull’onda del successo e della fama, quell’onda che ogni musicista anela fin dal primo momento in cui, da bambino, mette gli occhi sullo strumento che amerà per sempre che diverrà un’estensione fisica del lato artistico di sé.
Ma non è facile, dicevo.

I segnali c’erano tutti, si dice che “The Wall” fu un album commissionato per ripianare i debiti della band col fisco, altri sostengono che in realtà fu voluto e imposto dalla casa discografica che non voleva perdere neanche una frazione di quell’onda lunga di notorietà che travolgeva la band. Il peso dei soldi, la fama, le attese sempre più elevate di milioni di fans, mantenere credibilità, successo e potere è sempre più difficile che acquisirli, i membri della band si sentono schiacciati da un peso sempre più crescente, dalla sensazione di essere ingranaggi di una macchina da cui traggono nutrimento in molti ma solo loro morirebbero se il sistema si inceppasse.
Un inferno mascherato da paradiso.

Un episodio resta emblematico:
È il 1977, durante l’ultima data del tour di “Animals”, Waters è ad un passo dall’esplodere… è sul palco e si sta esibendo, odia tutto in quel momento, non sopporta ciò che sta facendo né il consenso che gli astanti rimandano alla band tramite estasi, partecipazione, amore.. Roger Waters sputa verso il pubblico!
È un mattone, un martello se preferite, scagliato verso un muro che lo opprimeva sempre più.
Da qui nasce il concept di “The Wall”.

The Wall racconta la vita della rockstar Pink, alter ego per l’occasione di Roger Waters, segnata da avvenimenti come la morte del padre per mano dei nazisti, ad Anzio, quando il protagonista era ancora in fasce, la scuola alienante, primo vero scontro-incontro con la “macchina sociale”, una madre iperprotettiva, le groupies, gli eccessi, i problemi con la casa discografica, il divorzio.
Il peso di tutto questo è insostenibile e Pink si chiude dietro ad un muro che lo isola dal mondo esterno, diventando prima salvezza, poi gabbia e in fine carnefice di una fragilità psicologica ed emotiva che lo induce alla follia.

Apre l’opera “In the Flash”, la chiusura del brano è la genesi di Pink, si sente la caduta di un aereo, richiamo alla morte del padre in guerra e il pianto di un neonato, come a dare un senso di continuità, la fine di una vita che dà inizio ad un’altra nella successiva “The thin Ice”.
Da “Another Brick in the Wall (part 1)” a “The Happiest Days Of Our Lives” e nella successiva “Another Brick in the Wall (part 2)” la scuola è il centro dell’analisi, il primo impatto sociale che Pink ha, la prima struttura che pone le fondamenta di quel muro che la futura rockstar comincia a costruire tra sé e ciò che lo circonda.
Segue “Mother”, narrazione del rapporto con una madre che nel cercare di essere anche padre, risulta iperprotettiva tanto da limitare la crescita umana e artistica di Pink ponendo, anch’ella, mattoni pesanti e soldi sul muro che il protagonista vede pian piano edificarsi intorno a sé.

Il muro diventa sempre più alto, la sensazione di oppressione, l’area rarefatta, l’isolamento si percepiscono nelle sonorità di brani quali “Empty Spaces” e “Goodbye Blue Sky”.
Prima che la follia prenda definitivamente il sopravvento col brano che chiude la prima parte, “Goodbye Cruel World”, c’è spazio per l’ultima tessera del puzzle; Pink, come Waters, affronta l’abbandono da parte della sua compagna e il disperato tentativo di non restare solo in “Don’t Leave Me Now”.

La seconda parte si apre con “Hey You”, segue “Is TherE Anybody Out There?”, Pink è totalmente immerso nella solitudine del suo muro, non percepisce nulla di ciò che è oltre. Si chiede addirittura se ci sia altro fuori dalla sua gabbia. Ha tutto e c’è tutto, in realtà, ma non riesce a viverlo, ad afferrarlo o farselo bastare, così come “Nobody Home” ci mostra, facendoci tornare ben chiara alla mente tutto ciò che fa parte della vita di Pink ma che ora diventa una malinconica cartolina di un qualcosa che non gli appartiene.

“Comfortably Numb” è probabilmente la gemma più preziosa del diadema, una delle vette della discografia dei Pink Floyd, il pezzo dove, forse più che in qualunque altro, è possibile apprezzare il genio e il talento di David Gilmour.
Negli anni sono stati molti a credere che fosse il brano che inseriva il tema della tossicodipendenza nel concept album e nella vita di Pink. In realtà la canzone fa riferimento all’industria discografica che costantemente droga gli artisti al fine di abbandonare il percorso creativo che gli appartiene per piegarsi ad un percorso costruttivo più consono a quello delle industrie e quindi più adatto a soddisfare esigenze e richieste del mercato. Il titolo originariamente previsto era “The Doctor” che ancor meglio ci fa vedere questa figura delle case discografiche come un dottore impegnato a drogare il suo paziente (il musicista) per osservarlo al suo volere.

Altri brani sono incentrati sulla vita dell’artista, della rockstar, il tutto in un quadro che alimenta l’alienazione dell’individuo: “Run Like Hell”, “The Show Must Go On” e in seguito “Waiting For The Worms”, ove i vermi sono la figura allegorica che rappresenta il marcio che divora da dentro l’artista.
C’è un effimero tentativo di risveglio della coscienza in “Hammer Hammer”, martelli che provano ad abbattere il muro.
“The Trial” è anticipata dal rumore di chiavi che aprono una cella; Pink si presenta di fronte alla corte che lo giudicherà.
Corte composta da figure già viste nell’intera narrazione e da alcune nuove: il maestro, la soffocante madre, la moglie e si aggiungono l’avvocato e il giudice, coscienza e società. La canzone si conclude con la sentenza del giudice, che ordina a Pink di distruggere il muro che lui stesso ha creato. Alcuni lo vedono come un imporre al cantante di arrendersi ad una condizione che non può cambiare, altri come una presa di coscienza, c’è un modo per far coesistere se stessi col mondo, bisogna solo accettarne le regole, distruggere quelle che si ritengono essere difese e invece sono prigioni. Il muro.

Non starò qui a dirvi quanto sia bello o importante un album come “The Wall”. L’intento è quello di farvi approcciare al suo ascolto, consapevoli di fruire di un’arte come la musica che sarà in grado di trasportarvi in un piano sensoriale molto più ampio ed elevato di quello che si possa immaginare.

“Da soli o in coppia.
Gli unici che realmente ti amano
passeggiano su e giù
fuori dal muro.
Alcuni mano nella mano
E altri radunati insieme in gruppi.
I cuori teneri e gli artisti
oppongono resistenza.
E quando ti avranno dato tutto
alcuni barcolleranno e cadranno.
Dopo tutto non è facile,
sbattere il cuore contro il muro di un folle.”

“Comfortably Numb”: