Live Report – Ulver + Westerhus @ Quirinetta – Roma 23-11-17

Ulver + Stian Westerhus live @ Quirinetta

Giovedì 23 novembre 2017

 

Luci rosse e piccolissimi led risaltano sul nero della scena.

Sul palco solo Stian Westerhus, chitarrista norvegese. Vocalizza sul bianco. Con un incredibile estensione vocale, Westerhus riesce a raggiungere toni elevati ed intensi e incredibili toni bassi, baritonali, sfumando di tanto in tanto, con acuti sporchi e disperati. Solo in un secondo momento entrano in gioco pochi accordi di chitarra, suonati in modo talmente essenziale da raggiungere sonorità drammaticamente stoner, profonde e a tratti industriali. Con l’aiuto di efficaci effetti fonici, la voce sembra sfumare e perdersi nell’acuto della chitarra, con una resa talmente sublime da rievocare il suono del violino.

Splendido.

Fasci di luce accompagnano l’entrata della batteria con clap, snap e base elettropop. Intarsi nu metal accompagnano la voce di Westerhus, sempre più intensa e melodica. Le voci ora diventano 2. La seconda, quella di Kristoffer Rygg cantante e campionatore degli Ulver, molto più pop della prima, sembra quasi ispirata al più noto Dave Gahan.

Forse è poco personale, ma è studiata e non lasciata al caso.

Anche il pop è elegante ma poco innovativo.

Sulla scia di Algiers & soci, i generi si fondono: base trip hop su cantato melodico, tappeti di tastiere e sporadici echi elettrodark si accomunano, ma a differenza dei personalissimi ed iconici georgiani, gli Ulver sembrano seguire piuttosto la via inglese, alla maniera dei Depeche Mode, quelli delle ballate, rivisitati e rimasterizzati in chiave 2° decade del millennio.

È così che il pop si risciacqua i panni nel 2017: nella dance, nel dark e nell’elettronica. Prima i generi erano a se’ stanti; a partire da una base comune, ogni filone si distanziava divenendo una categoria  specifica.

Ora è tutto fuso. La musica “leggera” è una fusione completa di stili, che non stonano tra loro, ma si accordano bene. Il risultato è intenso, efficace, evocativo. Le categorie si perdono, gli elementi si fondono, gli stili si mescolano e divengono qualcos’altro. Un qualcos’altro forse per certi versi abbastanza derivativi, ma nelle epoche di transizione succede così. Nell’arte, nella letteratura e ovviamente nella musica.

Il locale è pieno di appassionatissimi. L’età media è piuttosto alta, segno di un pubblico attento e maturo, che non disdegna le novità. Le importanti jam strumentali e psichedeliche dimostrano che i nostri lupi sono bravi musicisti. Le aspettative sono molte, forse eccessive rispetto l’effettiva resa dal vivo e per quest’ultimo album, che non convince fino in fondo come i precedenti. Il Quirinetta funziona bene, giusto mix di scelta musicale e offerta dei servizi.

L’acustica potrebbe migliorare, ma questo è un problema molto romano. Aspettative che sembravano esaudite durante la sessione solista iniziale di Stian Westerhus, ma ridimensionate nel prosieguo. Rygg non osa, non si entusiasma, più impegnato com’è nell’esecuzione perfetta che nell’emozionalita della performance.

È bella la musica degli Ulver, suonano bene, ma non è empatica, non trasmette emozioni. Non sembra vissuta.

Il suono torna progressivo e psichedelico, e grazie alle proiezioni luminose diventa un viaggio onirico nella giungla metropolitana. Ora si riconoscono gli Ulver. È questa la loro anima, e non c’è bisogno di alienarla con contaminazioni in altri generi.

La Cover di “The Power of Love” è una piacevole sorpresa e chiude il live. Il pubblico va via soddisfatto.

Come ha suonato Roma stasera? Bene, molto bene, ma quello che ancora ci manda avanti è semplicemente che suoni.

L’importante è che suoni.

 

Liliana Montereale