Il Neo Post Punk che infiamma Inghilterra e Dublino

NO BREXIT POST PUNK
Una scossa ribelle di Gianluca Polverari

C’è stato un tempo in cui nella mitologica Manchester di fine 70 e primi 80, insieme alle inquietanti visioni post punk dei Joy Division, c’era un ragazzo dissacrante, sarcastico, rude, intelligente, sveglio, proveniente dalla working class britannica e, in qualche modo, anche cantore di essa. Lui era il compianto Mark E. Smith che, con i suoi The Fall, ha scritto per oltre 35 anni le incongruenze ed i “bad habits” del proprio paese spesso vivendoli sulla propria pelle, come splendidamente raccontato nella sua autobiografia Renegade: The Lives And Tals Of Mark E. Smith, purtroppo ancora non tradotta nel nostro paese. E se biologicamente non ha avuto figli, in realtà ha lasciato molti giovani eredi che, in qualche modo, portano avanti la sua visione politica, sociale e musicale ottenendo, tra l’altro, quel successo di pubblico che in realtà sporadicamente egli è riuscito ad ottenere, forse perché mai disposto al compromesso, forse perché outsider vero nel suo ambito artistico non avendo mai stretto convenienti alleanze e collaborazioni con blasonati colleghi del settore. È invece ormai acclarato che da qualche anno a questa parte giovani generazioni di musicisti britannici abbiano capito quanto è importante far tornare a graffiare le chitarre assieme ad una ritmica sostenuta che, in alcuni casi, presenta anche un’importante tecnica esecutiva senza che questa faccia perdere in potenza. Tale forza la si trova tanto nelle musiche quanto nell’incisività dei testi che guardano finalmente di nuovo al sociale uscendo così, nelle liriche, dalle proprie camerette e dalla propria intimità confidenziale.

Inghilterra e Repubblica d’Irlanda, con Dublino sugli scudi, stanno sfornando dei nomi che in patria sono fonte di continua attenzione da parte dei media e di grande consenso di pubblico che fa registrare continui sold-out ai concerti, segno che una nuova rivoluzione post punk è in atto. Ma chi sono i principali artefici di tale fermento? In questo articolo segnaliamo quelli che attualmente stanno proponendo album eccitanti e che stanno riscuotendo grande apprezzamento; formazioni in qualche modo già emerse e che sono da apripista ad altre realtà più underground delle quali si sarà ben lieti di tesserne le lodi semmai pubblicheranno lavori all’altezza degli Idles, Shame, Life, Fontaines D.C., Black Midi, The Murder Capital, Girl Band, che stanno letteralmente folgorando con le loro rispettive brevi ma già intense carriere. Diventa dunque necessario realizzare un focus generale che possa documentare e raggruppare questi nuovi agitatori rock.

L’ASSE INGLESE

IDLES
Nati nel 2009 a Bristol e con due album all’attivo, i cinque Idles sono tra i nomi di punta di questa nuova corrente elettrica furiosa che lancia strali ma che, nel loro caso, sa anche offrire messaggi positivi. Brutalism e Joy As An Act Of Restistance cantano e suonano con forza l’attualità evidenziandone le storture proponendo però anche una personale visione di umanità e di ritorno a valori di incontro e comunicazione che l’attuale periodo storico ha vandalizzato con l’avvento soffocante, sulle nostre vite, della tecnologia e dei social. In Inghilterra il loro nome è sugli scudi e ogni concerto vede più o meno tutto  il pubblico intonare a squarciagola i loro testi, parole che denunciando la rozzezza della Brexit e dei suoi sostenitori politici, prendono per i fondelli la destra e i suoi improponibili personaggi, opponendo una visione a sinistra fatta di accoglienza. Gli Idles affermano con veemenza che tutti siamo cittadini del mondo e non appartenenti ad una singola nazione, che le barriere mentali e culturali devono essere abbattute, anche con i watt delle proprie casse al massimo della potenza. Ma il gruppo guarda anche all’intimità, spesso stravolta dalle vicende esterne, e temi come l’amore, la paternità e la perdita di un figlio, il machismo, fanno capolino con un invito a non indossare maschere ma anzi suggerendo di mettere a nudo i propri sentimenti proprio perché solo così anime affini e belle possano incontrarsi. Chitarre lanciate, sezione ritmica robusta, cantato sgraziato, urlato ed efficace sono la vincente formula che ha fatto aprire bene le orecchie, gli occhi, il cervello a tante persone non solo adulte, ma anche giovani che stanno prendendo questi ragazzacci come fondamentale modello di ascolto.

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LIFE
Provenienti da Hull, i quattro Life hanno un forte legame con gli Idles tanto che una prestigiosa rivista francese quale Les Inrocks ha realizzato un bel articolo su questi due nomi con tanto di foto di gruppo scattate a Parigi. E non è un caso che questa formazione venga accomunata al quintetto di Bristol proprio perché il fuoco musicale, le tematiche, le vibrazioni sono più o meno le stesse anche se nei Life c’è un piglio più pop, ma solo in alcuni episodi. In altri, e soprattutto nel loro secondo splendido disco A Picture Of Good Health, le canzoni sono brevi, dinamiche, pungenti e con un tiro che lascia senza fiato dall’inizio alla fine. Il cantato qui è meno sguaiato e più lineare e questo approccio è comunque perfetto nell’analizzare e criticare l’attuale società consumistica basata solo sull’apparenza e che vende solo false felicità e benessere. Infatti tutte queste menzogne in realtà non fanno altro che danneggiare la salute mentale e fisica, nonché morale, lasciando un grosso vuoto e desolazione nella gente comune mentre i potenti fingono grande attenzione per il popolo, quando invece stanno curando solo i propri interessi personali. Una riscossa, a detta dei Life, può arrivare proprio da una rivolta giovanile e la musica di questo quartetto è la giusta colonna sonora per questa ribellione che deve far capire quali siano i reali valori da seguire e vivere.

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SHAME
A proposito di giovani dalle belle speranze gli Shame sono tra coloro che hanno veramente fatto sobbalzare dalla sedia con il loro album d’esordio del 2018 Songs Of Praise. Il disco è stato letteralmente, e giustamente, osannato dalla critica e pubblico che ha trovato in loro quella urgenza espressiva diretta, senza fronzoli, pungente e profonda. Il gruppo, nato a Londra nella zona di Brixton sotto l’ala protettiva dei Fat White Family, ha subito esaltato con canzoni che esprimono un mood del tutto britannico nei riffs delle chitarre e nei loro incastri, nel linguaggio, nelle suggestioni sonore che permeano ogni loro canzone. Si possono addirittura tirare in ballo alcuni arrangiamenti degli Happy Mondays virati crudo post punk con Mark E. Smith a benedirli dall’alto. Nelle loro parole trovano spazio la politica e le sue perversioni, l’insicurezza, l’accusa al lassismo di una certa scena indie e delle sue band, che si accontentano di scrivere canzoni dal giusto ritornello destinate a riempire playlist di spotify per poi essere in breve tempo facilmente dimenticate e sostituite da altri brani sempre usa e getta. Quando gli Shame composero le loro canzoni c’era ancora Theresa May al governo, personaggio che accusano di aver portato l’Inghilterra, con la Brexit, in un’oscurità e confusione terribili, ed il loro intento è proprio quella di denigrarla pubblicamente con i loro brani. Chissà ora che imperversa Boris Johnson quale ispirazione starà dando a questo quintetto che viene molto atteso con un nuovo album. Infatti il gruppo ha viaggiato molto in tour e lo stress che ne è derivato, ha portato anche il loro cantante ad avere susseguenti affaticamenti fisici e mentali. Certo è che il disgusto per tanti personaggi che popolano le tv con i loro discorsi politici o con i loro spettacoli non deve portare ad un isolamento personale ma anzi bisogna reagire muovendosi con anime affini, un’unione che può combattere chi ci vuole soli e manipolabili. Gli Shame urlano che bisogna ribellarsi alle catalogazioni e contro coloro che ci dicono cosa dobbiamo essere, facendo credere che una persona può valere solo in base al suo conto in banca. In loro c’è un forte invito a svegliarsi e a capire che esiste tutto un modo di pensare che deve essere ribaltato e in questo senso anche la musica può essere di fondamentale supporto.

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BLACK MIDI

Questo giovane quartetto è un autentico portento essendo così spiazzante negli arrangiamenti e nella sua agitata e nervosa performance live. Con il proprio esordio Schlagenheim, edito dalla Rough Trade, il gruppo ha saputo confermare le belle impressioni a chi già li conosceva e in più ha conquistato i neofiti. Infatti la loro formula sonora prende la materia post punk rumorosa e scura e la unisce a frammenti di art e math rock, dove la forma canzone viene costantemente scossa da tempi dispari, incursioni rumorose, momenti di quiete e improvvise ripartenze furiose che lasciano costantemente incuriositi dall’eclettismo compositivo. Infatti la loro scrittura e la loro bravura tecnica si è fatta le ossa alla Brit School Art Academy, istituto frequentato da studenti selezionati per l’accesso ai corsi, ma che poi non devono pagare alcuna retta per coltivare i propri studi. Da questa accademia sono uscite autentiche star come Adele o Amy Winehouse e anche i Black Midi, con la loro musica anti commerciale, in qualche modo si stanno prendendo le loro soddisfazioni di vendita. Prima dell’incisione dell’album hanno avuto l’onore di suonare dal vivo, improvvisando, con il loro idolo Damo Suzuki dei Can, e questa esperienza ha fatto capire loro come inserire frammenti di libera espressione all’interno di partiture più definite. Dal vivo dunque il loro set produce una sorta di teatrale caos non solo sonoro ma anche di gestualità molto fisica e violenta, come se i musicisti venissero colpiti da una tarantola o fossero in preda ad un attacco epilettico con tanto di crolli tremolanti sulle assi del pavimento. E poi il cantato ha quello strano rimando ad un ipotetico intreccio tra la gotica espressione di Gavin Friday dei Virgin Prunes ed un Alex Turner degli Arctic Monkeys in cura presso un istituto di recupero, stramba vocalità che racconta di falde acquifere inquinate, di amanti che uccidono per andare in televisione e altre visioni del reale più malato che ben si amalgama con la strana e velenosa alchimia eseguita dagli strumenti.

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L’ASSE DUBLINESE

GIRL BAND
Quattro ragazzi di Dublino, dopo alcuni ep e singoli, nel 2015 esordiscono con l’album Holding Hand With Jamie per la Rough Trade, e qualcosa di importante succede. Chi si avvicina al disco rimane scosso dall’impeto rumoroso, dalla furia viscerale del cantato di Dara Kiely, dalle strutture dissonanti che nascondono molto ragionamento di testa dietro. Ecco, questo mix di istinto selvaggio e razionalità, pur nella sua ostica proposta, riesce profondamente ad affascinare numeroso pubblico e critica forse proprio perché questa musica parla al subconscio, al represso, al nascosto di tante persone. Infatti quello che i Girl Band mettono in evidenza è come la società dell’apparenza in realtà è caratterizzata da frustrazione, tormento, ansia, depressione. Questa analisi introspettiva si affianca ad elementi post punk, industrial, no wave, kraut, con pancia e testa che vengono del tutto coinvolti nell’ascolto delle loro composizioni. Si può parlare di lucida inquietudine con protagonista reale proprio il frontman della band che vive sulla propria pelle e nella propria mente questi disagi fatti di attacchi di panico e di altre problematiche che portano la band, in pieno acclamato tour, a sospendere le date proprio per i disagi psicologici di Kiely. Nel frattempo però il gruppo ha iniziato ad influenzare fortemente tante band locali facendo accendere i riflettori di nuovo su Dublino e sul suo fermento artistico e culturale. E se coloro che avevano appreso la forza dei Girl Band si sono fatti strada con le loro carriere, del quartetto se ne erano perse le tracce fino a questo 2019, quando finalmente sono tornati sulle scene con il secondo disco The Talkies, lavoro ancor più radicale del precedente e che comunque viene giudicato da più parti come un autentico capolavoro. Da giovanissimi i Girl Band avevano un precedente gruppo chiamato Harrows ed erano influenzati nettamente dagli Strokes, ora quel modello è del tutto deformato proprio come quando Dorian Gray si specchia e vede riflessa la sua vera natura mostruosa. E ad essere protagonista del singolo di lancio Shoulderblades è la figura di Edward Mordake che, nel diciannovesimo secolo, nacque con un secondo volto al posto della nuca. Non è ancora chiaro se questo uomo sia esistito veramente o sia una leggenda metropolitana creata dal poeta Charles Lotin Hildreth, ma questa sfortunata persona viene adottata dai musicisti come simbolo della dualità insita nel carattere di tanta gente, un contrasto che crea costante conflitto con sé stessi spesso non facile da arginare. La voce spazia da grida primordiali a linee cantate con melodie oblique e malate mentre la strumentazione fa ampio uso di effetti con un approccio quasi marziale e rigido anche quando bisogna accendere il pedale rosso del distorsore. Molto amati da Thom Yorke e loro stessi amanti dei Radiohead, per questo progetto artistico i musicisti hanno dichiarato che la loro fonte d’ispirazione è stata la scena no wave newyorkese dei Dna, dei Theoretical Girls di Glenn Branca, dei Mars, dunque sonorità aspre e potenti su liriche visionarie e talvolta disturbanti. Il gruppo però precisa che in loro è anche presente una vena umoristica, e criticano chi analizza le loro tematiche in maniera troppo seriosa quando invece sarebbe da cogliere anche il senso del ridicolo. Per questi ragazzi la quotidianità è così assurda nelle sue tante espressioni che alla fine, in realtà, si cela anche qualcosa di umoristico. È invece amara la loro attuale visione riguardo la città di appartenenza e chi la governa poiché in tempi rapidi tanti centri culturali stanno chiudendo mentre le sue più datate costruzioni architettoniche vengono abbattute per creare nuovi hotel stravolgendo così il volto di Dublino con l’uccisione del suo fascino storico. E chi è minimamente sensibile non può che soffrirne per questa cieca politica imprenditoriale.

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FONTAINES D.C.

Dublin City Sky è la canzone che conclude Dogrel, il brano che con amarezza denuncia proprio la gentrificazione a cui è costretta la capitale della Repubblica D’Irlanda. Il suo aspetto bohemien, la sua poesia, la bellezza di secoli di storie, poemi, film, viene distrutto per gli affari e i vantaggi di pochi. Questo cantano, con un mood che ricorda molto le ballate combat di Billy Bragg, il quintetto dei Fontaines D.C., altra autentica formazione che, dall’anonimato, nel breve volgere di un anno è divenuta uno dei nomi di punta non solo della propria città ma della musica alternative rock internazionale. Non sono poche le classifiche di fine anno che hanno piazzato nei posti alti questo titolo giudicandolo come uno dei migliori pubblicati e la prestigiosa Bbc6 ha votato il disco come il migliore del 2019. Strano dunque pensare a quando, nel 2018, i Fontaines suonarono davanti a non tante persone, all’ora di pranzo, sul palco mattutino del Primavera Sound al centro di Barcellona. Ma chi c’era, rimase assolutamente convinto dalla proposta di quella sconosciuta formazione che poi, con la pubblicazione del proprio esordio, è divenuta una delle band più note dell’attuale panorama alternative rock almeno europeo. In loro poi si coglie l’orgoglio irlandese già partendo dal suffisso del proprio nome con quel D.C. che sta per Dublin City. Ma non solo poiché il titolo dell’album Dogrel è una parola britannica del quattordicesimo secolo che significa filastrocca ma che veniva usata anche come termine dispregiativo per indicare versi rozzi, dozzinali, volgari fatti apposta per aizzare le masse. Dunque nel gruppo, che suona un bel post punk figlio di amori come quelli per Iggy Pop, The Fall, il già citato Billy Bragg, c’è un’abilità nel raccontare personaggi e storie di vita quotidiana magari osservati mentre si cammina per strada o si siede all’interno di qualche pub, luogo dove inoltre si possono ascoltare tante storie altrettanto stimolanti per essere messe su carta, pronte per essere interpretate. Il cantato di Grian Catten, che è anche autore dei testi, è sgraziato e con marcato accento locale e se queste caratteristiche potrebbero far inorridire i puristi del bel canto, in realtà è veramente efficace nell’esprimere al meglio questa sorta di poesia popolare che ha poi una forte tradizione letteraria irlandese, libri che questo artista divora con passione. Il suono è ruvido e veemente e già la breve apertura di Big canta delle pressioni del cattolicesimo che viene inculcato sin dalla nascita, ma celebra anche il desiderio di un riscatto personale che avverrà quando si sarà grandi. E in qualche modo i ragazzi Fontaines D.C. hanno il merito, insieme ad altri colleghi, di aver riportato l’attenzione sulle scene musicali del posto, una curiosità che nei confronti di Dublino mancava da anni, probabilmente dai tempi degli U2, e già questo può essere considerata un’importante rivincita. Il gruppo incide per la Partisan, la stessa etichetta degli Idles e per loro è un grande onore far parte di questa label e non vedono l’ora di tornare con il secondo album di nuove canzoni previsto proprio per questo 2020.

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THE MURDER CAPITAL

When I Have Fears è un poema di Keats che gli esordienti The Murder Capital hanno scelto come titolo del loro primo album. Il disco è arrivato nei negozi nell’agosto 2019 e nel giro di pochi mesi ha saputo subito catturare i cuori di tanti ascoltatori che hanno apprezzato quella sofferenza post punk che ha come centrale il tema della morte che aleggia funesta nella psiche di ognuno. L’intensa ballata Green & Blue è purtroppo ispirata al suicidio di un loro amico e, nel resto dell’album, vive quel senso del dolore motivato anche dal decesso della madre di uno dei componenti. Nessuno dei cinque è nato a Dublino ma i ragazzi si sono conosciuti proprio nella capitale presso l’università, ed inizialmente il cantante James McGovern ha messo insieme questi musicisti solo per farsi accompagnare musicalmente nella lettura dei suoi testi. Ben presto però s’intuisce che può nascere qualcosa di sostanzioso ed ecco che in breve tempo il quintetto matura un sound corposo e profondo che sa colpire nelle sue inquiete e potenti esplosioni ma anche nelle sue rarefatte e toccanti ballate, valorizzato nella produzione da un maestro come Flood. Il disagio psicologico è di sicuro uno degli altri temi portanti del lavoro, un’inquietudine figlia della follia che la società odierna impone e la musica si presenta come una via di fuga per poter espiare le proprie tensioni interiori. Non a caso questi musicisti si dicono amanti dell’opera e della vita della fotografa statunitense Francesca Woodman che realizzava scatti in bianco e nero, eterei e spesso con lei protagonista; un’anima delicata che da giovanissima decise di farla finita gettandosi nel vuoto. I The Murder Capital raccontano le sensibilità fragili con una capacità comunicativa che continua a conquistare, giorno dopo giorno, chi si avvicina alla loro musica che non può proprio lasciare indifferenti. Un autentico gioiello, affascinante anche nella sua immagine di copertina con due persone abbracciate e coperte da un manto bianco, una foto artistica che rende questa pubblicazione perfetta.

Se dunque queste sono alcune delle realtà che al momento sono sulla bocca di tutti, ci si augura che anche questo nuovo anno possa regalare ulteriori sorprese da nuove formazioni, pubblicazioni che, si spera, possano continuare ad alimentare il fuoco post punk che finalmente è tornato ad infiammare parecchi cuori.


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