Né verità né giustizia per Giulio Regeni

A quattro anni dal ritrovamento del corpo di Giulio Regeni al Cairo, torturato a morte dagli agenti di sicurezza egiziani per le sue ricerche sul campo, le parole della campagna lanciata nel 2016 per fare luce sul suo omicidio, “Verità per Giulio Regeni”, riecheggiano ancora nel vuoto.

15/02/2020 – di Thais Palermo Buti

L’incapacità del governo italiano di impegnarsi a fondo nella ricerca della verità è tornata sotto i riflettori in questi giorni, da quando a inizio febbraio il giovane egiziano Patrick Zaki, studente all’università di Bologna, è stato arrestato al rientro al Cairo, bendato, picchiato e torturato con scosse elettriche dalle forze di sicurezza.

I paralleli sono evidenti. Entrambi attivisti per i diritti umani che denunciavano i soprusi del regime egiziano, entrambi vittime di una campagna diffamatoria sui media nazionali, accusati di essere omosessuali in un paese dove l’omosessualità è reato. Mentre Regeni sarebbe stato ucciso perché creduto una spia dagli agenti di sicurezza, Zaki è accusato di istigazione a proteste e propaganda di terrorismo – tra i capi di accusa che giustificherebbero la sua detenzione.

Ma le circostanze dell’arresto del giovane studente sono comuni in Egitto, dove l’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) si rende responsabile di rapimenti, torture e sparizioni forzate nel tentativo di incutere paura agli oppositori e spazzare via il dissenso pacifico. È quanto denuncia Amnesty international nel suo rapporto “Tu ufficialmente non esisti – Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo”, che rivela una vera e propria tendenza che vede centinaia di studenti, attivisti politici e manifestanti, compresi minorenni, sparire per mesi nelle mani dello stato senza lasciare traccia.

Da un lato, il fatto che Zaki sia uno studente di un’università italiana può giocare a suo favore nel mobilitare l’opinione pubblica ed evitare che faccia la stessa tragica fine di Regeni. Diverse organizzazioni e collettivi si stanno già mobilitando con manifestazioni e flash mob, tra cui Amnesty, l’Università e il comune di Bologna. Qualche giorno fa, il presidente del Parlamento Europeo David Sassoli ha lanciato un monito alle autorità egiziane, ricordando che l’Ue “condiziona i suoi rapporti con i Paesi terzi al rispetto dei diritti umani e civili” e chiedendo che Zaki venga immediatamente rilasciato e restituito alla sua famiglia.

Ma la dichiarazione di Sassoli ha fatto salire la tensione internazionale sul caso, quando il presidente della Camera dei deputati egiziana, Ali Abdel Aal, l’ha respinta categoricamente, definendola “un’ingerenza inaccettabile negli affari interni e un attacco contro il potere giudiziario egiziano“.

Le autorità egiziane infatti – così come la stampa di regime – ci tengono a ribadire che l’arresto di Zaki è una faccenda puramente interna in quanto si tratta di cittadino egiziano, aspetto particolarmente sottolineato dal comunicato ufficiale del ministero dell’interno del paese africano: “quello che veicolano certi social network sul fatto che è stato arrestato un italiano di nome Patrick è falso. È stato arrestato un egiziano il cui nome completo è Patrick George Michel Zaki Suleiman in seguito a una decisione del procuratore di trattenerlo per 15 giorni mentre proseguono le indagini”.

La rivendicazione della nazionalità di Zaki è un chiaro tentativo di estromettere la comunità internazionale da questo processo e quindi di indebolire la sua difesa, in quanto lo riporterebbe allo status di “semplice” egiziano, vale a dire, con un livello di invisibilità tale da consentire il compimento delle modalità violente e repressive divenute prassi nel paese.

Ma se questa risonanza che il caso sta avendo in Italia e in Europa può davvero portare alla liberazione definitiva di Zaki – la cui richiesta di scarcerazione è stata respinta dal tribunale di Mansura – è ancora tutto da vedere, soprattutto se guardiamo agli scarsi risultati ottenuti nella ricerca della verità per Giulio Regeni.

Le ragioni di questo fallimento sono tante. Inizialmente le autorità egiziane hanno esplicitamente ostacolato le indagini; ora, anche se a gennaio il procuratore generale Hamada al Sawy ha creato una nuova squadra di magistrati per dirigere l’investigazione, è difficile credere che l’Egitto cambierà rotta ed avvierà una vera collaborazione giudiziaria con l’Italia. La mancanza di un accordo di cooperazione nel settore tra Italia ed Egitto, e i ripetuti arresti, negli ultimi anni, dei membri della ong locale Commissione Egiziana per i diritti umani e le libertà – che danno anche supporto ai legali della famiglia di Regeni sul caso – non fanno ben sperare.

Ma c’è un altro fattore – forse il più vero e imbarazzante – che solleva dubbi sul reale impegno dell’Italia – come dell’Europa – per arrivare alla verità, e si chiama realpolitik, come ben sottolineato in un articolo Linkiesta del 2018, che ricorda come ci sono considerazioni politiche ed economiche abbastanza chiare: in Egitto c’è il mega-giacimento di gas di Zhor dell’Eni e molte altre attività italiane, e il Cairo è una potenza chiave in Libia come sostenitrice di Haftar.

Inoltre, l’Egitto ha alleati potenti come gli Stati Uniti, che appoggiano il regime del generale che ha fatto fuori i Fratelli Musulmani con il sostegno dell’Arabia Saudita, la Russia, che punta a basi militari in territorio egiziano, e la Francia, uno dei maggiori fornitori di armamenti del paese. L’Italia, media potenza con scarsa rilevanza sulla scena internazionale, non ha i mezzi o non vuole usarli per mettere sotto pressione il regime egiziano.

Con questo scenario, per arrivare alla verità per Giulio Regeni e alla liberazione di Patrick Zaki, non ci resta che sperare in una forte mobilitazione sociale.


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