La Sanità Pubblica e chi l’ha smantellata: cosa ricordare quando tutto sarà finito

di Lorenzo Palmisciano

In questi giorni difficili, in cui tutti noi siamo chiamati a modificare sensibilmente le nostre abitudini, si moltiplicano gli appelli affinchè il ritorno alla vita “normale” sia contraddistinto da un approccio diverso: “finalmente capiremo quali sono le cose veramente importanti nella vita”, dicono alcuni. “Gli affetti, la bellezza dello stare insieme, dei baci e degli abbracci, il piacere delle cose semplici”. Belle parole, ci mancherebbe, ma troppo vaghe e campate in aria per far pensare che, quando tutto questo sarà finito, gli individui si riaffacceranno alle proprie esistenze con uno spirito rinnovato.

Con questo non intendiamo dire che, a partire da questa esperienza, siano impossibili percorsi virtuosi – individuali e collettivi. L’impressione, però, è che, se una prospettiva nuova e diversa si vuole costruire, siano necessari più elementi, e più consistenti, rispetto alla semplice retorica del “noi ce la faremo”, o dell’ “andrà tutto bene“. Affermazioni di tendenza in questi giorni ma, a ben guardare, simili più che altro a un mantra ripetuto per scacciare paure e angosce.

Ci sembra invece molto più utile fermarsi a pensare a come una situazione di questo tipo si sia potuta verificare, a quale ruolo svolgano le decisioni prese in passato – e le decisioni che in questi giorni si stanno prendendo – rispetto all’emergenza in corso.

E allora, un buon esercizio per la nostra quarantena potrebbe essere questo: immaginare una prospettiva diversa. Una prospettiva collettiva, non più individuale. Per farlo, però, è necessario un passaggio precedente: dobbiamo ricordare. Ricordare le scelte, i nomi, i volti di chi, per dirne una, negli ultimi 30 anni ha scientificamente saccheggiato la sanità pubblica. Perché sì, dobbiamo tutti essere grati a medici e infermieri eroi, a tutti quelli che stanno lavorando ininterrottamente per tenere in piedi il paese e contenere l’epidemia, ma siamo allo stesso tempo convinti che queste persone avrebbero volentieri fatto a meno dell’etichetta di “eroi”. Avrebbero preferito, ne siamo certi, lavorare in strutture ben fornite, con un personale numericamente più consistente. Avrebbero preferito avere qualche ora di riposo in più, avere qualche collega con cui darsi il cambio. E invece, gli tocca essere eroi. Quale riconoscimento dovremo dare, alla fine della storia, a queste persone? O basterà il contentino di un epiteto altisonante?

E quale risposta dovremo dare, al contrario, a chi negli ultimi 20 anni ha scientificamente e costantemente sottratto risorse, finanziaria dopo finanziaria (o più recentemente legge di bilancio dopo legge di bilancio), al sistema sanitario nazionale? Da una parte tagli, esternalizzazioniprecarizzazione del personale, riduzioni di salario che comportano liste d’attesa sempre più lunghe e servizi sempre meno brillanti, dall’altra la possibilità di rivolgersi al privato in tempi più rapidi. Quel privato che, per definizione e spesso anche per statuto, agisce nel nome del massimo profitto, invece che della pubblica salute. E così, taglio dopo taglio, aggiustamento dopo aggiustamento, ecco qualche numero: il personale, dal 2010 ad oggi, è diminuito di circa 46 mila unità; i posti letto sono scesi del 30% rispetto ai livelli registrati nel 2000. L’assalto al forziere della sanità pubblica è iniziato addirittura negli anni ’80, ma con l’avvento del ventunesimo secolo e delle “necessità di finanza pubblica”, tradotte principalmente nell’obiettivo (sempre fallito, tra l’altro) di riduzione del debito pubblico, le cose sono letteralmente precipitate.

Ecco, di fronte a questo scenario, domando ancora: come dovremo comportarci quando chi ha governato in questi ultimi decenni (senza eccezione alcuna, la sanità è stata per tutti – insieme all’istruzione e l’università – la prima fonte di approvvigionamento delle risorse) tornerà, candidamente, a chiedere il nostro voto?  Magari nel nome del “male minore” e del “voto utile”, ritornelli che hanno garantito la sopravvivenza di un’alternanza tra forze politiche che, alla prova dei fatti, alternative tra loro lo sono soltanto formalmente. Dovremo tenere conto dell’esperienza che stiamo vivendo, o preferiremo continuare ad accampare scuse, per difendere questo  o quel partito?

Tornando alla più stretta attualità, è facile notare come la tutela del profitto sia tuttora – anche in piena crisi da CoronaVirus – uno dei principali punti di riferimento dell’azione di governo (tanto a livello nazionale, quanto a livello europeo).  #stateacasa è l’indicazione generale, la raccomandazione che – giustamente – viene data a tutti noi.

Fatta eccezione per alcuni servizi imprescindibili e per le “attività produttive”. Ma cosa si nasconde, dietro questa formula? Perché se è indubbio che l’approvvigionamento di generi alimentari, farmaci e altri beni indispensabili debba essere garantito a tutti, rimangono molto più oscure le ragioni per cui molte fabbriche, anche oggi, 14 marzo 2020, continuino ad essere in attività, nel più completo spregio delle buone norme di tutela dei lavoratori e di contenimento del contagio. Quello che invece non è affatto misterioso è che dietro questa scelta dell’esecutivo ci sia stata la pressione di Confindustria, decisa a tutelare i suoi membri, costi quel che costi.

E così questa notte è arrivato l’accordo a tre – Governo, industriali, sindacati – su un protocollo che sancisce che, dopo qualche giorno di chiusura per sanificare gli ambienti e fornire i dispositivi di sicurezza al personale, si possa tornare a produrre allegramente, come se questo maledetto virus rimanesse fuori dai cancelli delle fabbriche. E come se la principale esigenza del paese, in questo momento, fosse “produrre”. Il protocollo, quindi, smaschera una realtà agghiacciante: fino ad oggi, con l’emergenza  in corso da ormai tre settimane, la tutela della salute dei lavoratori (e, indirettamente, anche di tutti noi) è stata appaltata esclusivamente al buon cuore di qualche datore di lavoro (che magari ha scelto di fornire ai propri dipendenti guanti e mascherine, o di procedere autonomamente alla sanificazione degli ambienti di lavoro) o all’iniziativa individuale dei lavoratori stessi.

Riassumendo: dopo tre settimane di emergenza, si decide di agire con una regolamentazione che dire debole è dire poco, ma la si sventola come un grande intervento a tutela della salute. Non a caso, nel commentare entusiasticamente questo accordo, molti degli attori in scena hanno utilizzato, in riferimento ai lavoratori, una parola che abbiamo già incontrato: eroi.

Della retorica degli eroi, però, non sappiamo cosa farcene. Proviamo allora a immaginare un futuro in cui di fronte ad emergenze analoghe a quella in corso non avremo bisogno di eroi, perché saremo pronti e preparati ad affrontarle, senza chiedere il sacrificio di alcuni di noi. Per arrivarci, è indispensabile cambiare radicalmente direzione, ridisegnare completamente la nostra scala di valori, distribuire in modo più razionale ed equo risorse e responsabilità. E’ un futuro lontano, la strada da percorrere è lunga e tortuosa, ma abbiamo, quanto meno, un punto di partenza: dobbiamo ricordare. Ricordare tutto.

 


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